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Dal 22 al 24 ottobre Ravello ha ospitato una nuova edizione di Ravello Lab, colloqui internazionali. Tre giorni di confronto sull’arte contemporanea, sulle politiche culturali e sul rapporto tra istituzioni e territori. Noi di Acta non Verba abbiamo seguito i lavori attraverso le voci di chi ha organizzato e coordinato i diversi tavoli, dai quali nasceranno le raccomandazioni finali dell’edizione 2026.
SEF Consulting ha partecipato con l’intervento di Enrico Formichella, che ha portato nel dibattito un tema ancora poco presente: il possibile ruolo dell’impresa nella promozione del contemporaneo. Ad alcuni protagonisti abbiamo chiesto di raccontarci la loro esperienza a Tavello Lab.
Di seguito il video delle interviste (dal canale Acta Live di Sef Consulting) e la relativa trascrizione.
Alfonso Andria, Presidente del Centro Universitario Europeo per i Beni culturali
«La ventunesima edizione di Ravello Lab quest’anno si è occupata del raffronto e del dialogo tra il patrimonio culturale in senso tradizionalmente inteso e L’arte contemporanea, di fatti il titolo Memoria e Contemporaneità è un sottotitolo, attraversare l’arte, la dice lunga sullo scopo che intende prefiggersi questa nostra annualità di colloquio internazionale. Ad organizzarli, a curarli, sono tre partner a fede delle culture, la Scuola Nazionale del Patrimonio e delle Attività Culturali e il Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali, che ha sede qui a Ravello e che ha il maggior carico dal punto di vista organizzativo, non fosse altri per una ragione localizzativa dell’evento. C’è una community di Ravello Lab che ogni anno si arricchisce di nuovi ingressi sia dal versante pubblico che da quello privato, quindi stakeholders pubblici e privati che si confrontano all’interno di quattro panel tematici lungo i quali si articola la intera giornata centrale dei i nostri colloqui internazionali e tutto questo porta poi alla redazione di raccomandazioni le cui prime anticipazioni sono date in genere nella sessione conclusiva vengono poi successivamente elaborate a cura dell’Università del Salento e di un’equipe di ricercatrici, ricercatori e specialisti guidata dal professor Fabio Pollice che fino allo scorso anno è stato rettore di quella Ateneo ed è ordinario a Lecce appunto di geografia economico-politica e vengono poi presentate nella capitale italiana della cultura.
Quest’anno, l’anno 21, diciamo, il 2027, sarà il turno di Pordenone e di fatti nel pomeriggio della sessione inaugurale c’è stato l’intervento a distanza del sindaco di Pordenone che ha tracciato un po’ le linee direttrici del programma di attività del prossimo anno, quando appunto la sua città sarà capitale italiana della cultura.
Perché c’è questo nesso tra Ravello Lab e la capitale della cultura? Perché nacque qui, molti anni fa, forse 12 o 13 anni fa, la prima idea di trasporre il modello ECOC della Commissione Europea, quindi la Capitale Europea della Cultura, a livello nazionale. In quel momento ero senatore della Repubblica e mi occupai di redigere un apposito disegno di legge sullo spunto dato appunto dagli amici di Ravello Lab. Successivamente il ministro Franceschini tradusse questo impulso all’interno di una di un provvedimento legislativo, il decreto cultura, poi convertito in legge ed ecco che abbiamo da anni ormai la capitale italiana della cultura. Allora l’anno 21 saremo a Pordenone, così come quest’anno abbiamo presentato le raccomandazioni dell’anno 25. All’Aquila l’anno precedente ancora ad Agrigento e così via in ritroso. Quindi è uno spunto ulteriore che consente a Ravello Lab non soltanto di annunciare il tema e le riflessioni che daranno vita e corpo all’annualità successiva, ma anche per l’appunto di dare conto di quanto ha fatto prima che poi questi materiali vengano posti a disposizione delle istituzioni a livello non solo nazionale e sovranazionale addirittura, ma soprattutto tra gli enti locali».
Pierpaolo Forte, Ordinario di Diritto Amministrativo – Università del Sannio
«Il tavolo che ho coordinato si è occupato dello sguardo in avanti e quindi della promozione del contemporaneo, che è una cosa naturalmente molto impegnativa. La promozione è uno dei compiti che la Costituzione assegna alla Repubblica per ciò che riguarda gli strumenti culturali. Diventa relativamente più facile, tutti possiamo immaginarlo, quando ci riferiamo all’arte ereditaria, quella che ci proviene dal passato. Ma il punto è che l’arte ereditaria è stata contemporanea quando è venuta alla luce in primo luogo e in secondo luogo ci interessa, ci affascina, ci è persino utile per tante ragioni in relazione alla vita di oggi, cioè anche l’arte ereditaria per molti aspetti va trattata con una capacità di lettura contemporanea e questo appunto rende complesso il discorso relativo alla promozione, come si fa a a suscitare cultura contemporanea, come si fa a radunarla, a comprenderla, a metterla in guisa tale che possa funzionare per la vita di tutti quanti oggi e adesso. Questo è stato il tema che è stato dibattuto appunto nel panel da tanti sguardi diversi, diverse discipline, diverse esperienze, diversi livelli istituzionali con grandi nomi, con grandi personaggi che hanno concorso ad una qualità del dibattito veramente molto elevata e che hanno discusso dei tanti aspetti, dagli investimenti pubblici ai bandi pubblici in relazione all’arte contemporanea, come si fa a suscitare la creazione, come oggi funziona la relazione con i sistemi tecnologici e l’intelligenza artificiale, come si fa la committenza, che è una cosa che se ci pensate può essere riferita solamente all’arte di oggi, non certo a quella del passato. Ne sono uscite moltissime indicazioni, credo che saremo in grado di dare delle raccomandazioni di alto livello ai decisioni, come ogni anno da Ravello Lab».
Antonio Lampis, già Direttore Generale Musei del Ministero della Cultura
«Per raccontare alcuni punti del mio intervento oggi a Ravello Lab sul tema del ruolo dell’arte contemporanea nella società, posso solo dire che ho posto l’accento molto sul tornare a ragionare sull’importanza del lavoro, del lavoro degli artisti che andrebbero meglio sostenuti, meglio cercati anche, nuovamente cercati anche nei loro primi passi giovanili e anche nei territori regionali, provinciali, non solo cercando di dare credito a quelli che abbiano avuto una formazione internazionale. Ma il lavoro va anche, in qualche modo, rifatto oggetto di attenzione perché serve un nuovo pool di giovani critici e questo ormai è un compito delle istituzioni colmare la crisi dell’editoria, la crisi della critica che ha portato l’attenzione dell’arte contemporanea troppo sul versante del mercato e troppo poco sul ruolo che secondo me è ancora pubblico della necessità di una nuova educazione all’immagine di una nuova educazione a comprendere il lavoro degli artisti che sono così importanti nella società odierna e così insomma in qualche modo da uscire anche dalle malattie del sistema dell’arte contemporanea l’eccesso di conformismo degli ultimi anni l’eccesso di utilizzo di un linguaggio il curatorese che ormai è diventato quasi ridicolo ed è oggetto di sberleffo anche da parte delle giovani generazioni l’eccesso di sbilanciamento sul mercato occorre ricostituire un pool di giovani critici perché senza la critica non c’è neanche più la capacità di scegliere anche di scegliere il negativo cosa non merita l’attenzione che ovviamente ormai gli artisti sono anche troppi ma quelli che veramente lavorano seriamente o che hanno possibilità di successo andrebbero sostenuti con anche forme nuove di attenzione ai nuovi linguaggi di attenzione ai nuovi luoghi e metodi non solo fiere, non solo mostre, ma anche luoghi più informali aperti ai giovani artisti e anche soprattutto ad attività più forti come per esempio le artoteche a cui io tengo molto che portano l’arte quasi come fosse il prestito librario nelle case e nei luoghi di lavoro».
Marcello Minuti, Coordinatore Generale della Fondazione Scuole dei beni e delle attività culturali
«Il panel dedicato alla partecipazione e all’accessibilità è stato un panel particolarmente florido di idee e di prospettive. Il tema ovviamente è un tema importantissimo, è un tema che si è detto centrale perché legittimerà le politiche culturali nei prossimi decenni e quindi solo con dei patrimoni disponibili, accessibili e partecipati le politiche culturali, to cure, da quelle di conservazione alla ricerca, potranno trovare sempre maggiore spazio nell’ambito delle politiche pubbliche. Naturalmente confrontarsi con questi temi vuol dire confrontarsi con dei temi a tutti gli effetti nuovi per le organizzazioni culturali, assistiamo a molta sperimentazione, a molti progetti, a molte iniziative che però ancora non sono veramente delle funzioni organiche all’interno delle istituzioni culturali. E’ questo lo sforzo che si deve cercare di fare, lavorando sulle competenze delle persone, lavorando sulle leadership, cercando di far sì che l’approccio alla partecipazione sia naturale, non una ciliegina sulla torta, sebbene una buonissima torta. Formazione, sistemi di reclutamento, sistemi di programmazione pubblica che magari incentivino chi opera in una logica di partecipazione per dare loro maggiori finanziamenti».
Mons. Fabio Fabene, Arcivescovo di Montefiascone. Segretario del Dicastero delle cause dei santi
«Buonasera a tutti, sono molto lieto e felice di partecipare ai lavori di Ravello Lab di quest’anno, anche per il tema che si sta svolgendo in questi giorni, la memoria e la contemporaneità dell’arte, che richiama la bellezza. Bellezza di cui il nostro mondo ha urgentemente bisogno. Siamo nel mondo digitale, siamo nel mondo dell’intelligenza artificiale, delle macchine e quindi la bellezza crea umanità. La bellezza aiuta ad alzare lo sguardo verso appunto verso ciò che è bello e ciò che umanizza la nostra vita.
Il Papa nella sua prima enciclica Magnifica Humanitas, vorrei sottolineare proprio la parola magnifica, perché esprime il bello, esprime la bellezza, esprime ciò che veramente vale per l’uomo e in ben tre numeri parla proprio esplicitamente della bellezza. Innanzitutto nel numero 16, dove invita l’umanità a percorrere vie di bene, perché il bene manifesta la bellezza. In secondo luogo, nel numero 23, dove unisce la bellezza alla verità e alla bontà. Sono i trascendentali della persona, di origine della filosofia scolastica e anche antecedente e oggi abbiamo bisogno di manifestare questa bellezza che si esprime nella verità e nel bene, cioè nella bontà, per essere veramente umani. E infine nel numero 245, che è il numero conclusivo dell’enciclica, dove invita tutti ad essere testimoni della verità bellezza per costruire una magnifica umanità e quindi io auguro che in questi giorni di lavoro di Ravello Lab, a cui sottolineo ancora sono molto felice di partecipare perché qui ho trovato veramente non solo dei cultori della bellezza, dei cultori dell’approfondimento culturale, ma anche degli amici. Quindi io mi auguro che l’edizione di quest’anno possa contribuire a costruire un’umanità bella, cioè un’umanità nuova, un’umanità che nel mondo delle macchine, dell’intelligenza artificiale, porti più umanità al nostro mondo».
La conclusione
Ravello Lab ha dimostrato quanto la promozione dell’arte contemporanea richieda strumenti, reti e responsabilità ben definite. Per SEF Consulting, tra i temi da sviluppare c’è anche il ruolo dell’impresa, non semplice sponsor ma possibile committente e parte attiva dei sistemi territoriali. Una prospettiva che richiede modelli stabili, strumenti adeguati e risultati misurabili. Acta, non verba.
Tutti gli articoli e gli approfondimenti su RAVELLO LAB 2026:
- Ravello Lab 2026: l’arte di oggi come patrimonio di domanidi Miriam Masone
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- Ravello Lab 2026: il reportage della prima giornatadi Alessandra Carlo
- Ravello Lab 2026: il reportage della seconda giornatadi Alex Gisondi
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