Alla vigilia dei Colloqui internazionali di Villa Rufolo, quattro protagonisti dell’edizione anticipano ad Acta Non Verba i temi che porteranno a Ravello. Pierpaolo Forte e Antonio Lampis guardano al contemporaneo tra tecnologia, selezione e responsabilità delle istituzioni, Alberto Bonisoli ai divari nella spesa culturale, Franco Arminio al senso stesso della parola patrimonio.
Giovedì 22 ottobre si apre a Ravello la XXI edizione di Ravello Lab, dedicata al tema «Memoria e contemporaneità. Attraversare l’arte». Prima dell’inaugurazione dei lavori abbiamo raccolto le riflessioni di quattro protagonisti di questa edizione. Le loro voci toccano tutti i punti del sistema culturale: chi crea e seleziona l’arte, le istituzioni che devono promuoverla, il pubblico che la frequenta e i luoghi in cui il patrimonio continua a vivere.
Forte: «La cultura è decisiva per le responsabilità del nostro tempo»
Pierpaolo Forte, ordinario di Diritto amministrativo all’Università del Sannio, presiede – venerdì 23 ottobre – il panel «Lo sguardo avanti: promozione del contemporaneo tra autori, mercato, istituzioni». Il suo punto di partenza è il valore della cultura oltre i confini del settore. «Le conoscenze radunate negli ultimi decenni ci dicono che la cultura è decisiva per molte delle responsabilità tipiche del nostro tempo», spiega, elencando lo sviluppo e la crescita, la sostenibilità, la rigenerazione territoriale, l’innovazione di beni, servizi e processi produttivi, fino alla prevenzione delle malattie e alla promozione della salute. Promuovere la cultura significa quindi farlo per chi vive oggi e per chi vivrà domani, tenendo insieme l’enorme sapere accumulato in passato e ciò che oggi viene o può venire generato.
Per Forte la questione più urgente riguarda la tecnologia. «La più rumorosa, ancorché non l’unica, delle sfide culturali rivolte al futuro riguarda l’esondazione tecnologica». La tecnica è sempre stata impiegata per creare opere d’arte, ricorda, ma mai senza apporto umano, mentre oggi circolano opere e prodotti culturali dovuti in gran parte, e talvolta interamente, a macchine e sistemi di intelligenza artificiale. Da qui una domanda di fondo, se la tecnologia sia un altro modo per esprimersi culturalmente, e la necessità di ripensare il modo in cui si riconosce e si tutela la creazione, con un’attenzione particolare «al processo creativo, alle motivazioni, alle finalità, alle scelte che spiegano l’opera». È un tema che Forte ha approfondito anche nel volume su intelligenza artificiale e patrimonio culturale che Acta ha raccontato nei giorni scorsi1.
Il compito costituzionale della promozione dell’arte contemporanea deve contemplare le sue peculiarità».
Per l’arte contemporanea questo si traduce in questioni molto concrete. «Il compito costituzionale della promozione dell’arte contemporanea deve perciò contemplare le sue peculiarità», sottolinea Forte. Riguarda i musei e gli altri luoghi della cultura, un mercato sempre più spostato online e una pratica che l’arte del passato non conosce più, la committenza, «spesso trascurata, ed invece di grande rilievo». Richiede soprattutto di rafforzare l’osservazione critica e la selezione in un mondo con miliardi di documenti e immagini, spesso «offerte ad un consumo bulimico e istantaneo», e di continuare ad abbattere ogni barriera che possa escludere qualcuno dalla fruizione del patrimonio, «in termini non solo fisici, ma cognitivi».
Lampis: «Serve il coraggio dello scarto critico»
Allo stesso tavolo siede Antonio Lampis, già direttore generale Musei del Ministero della Cultura, per vent’anni alla guida della Ripartizione cultura italiana della Provincia autonoma di Bolzano, oggi Consigliere del Cultural Welfare Center con delega alla Pubblica Amministrazione. «Questa edizione affronta il tema dell’arte contemporanea proprio in un momento in cui la società manifesta nuove tensioni e ha particolarmente bisogno del lavoro degli artisti», spiega. «Gli artisti sono da sempre antenne capaci di intercettare e interpretare i cambiamenti sociali, comprese le nuove manifestazioni di disagio». La sua analisi del sistema è però severa. Secondo Lampis l’arte contemporanea attraversa una crisi di autorevolezza e di rapporto con la società, alimentata da quelle che definisce «malattie»: il conformismo delle scelte curatoriali, la dipendenza eccessiva dal mercato, l’opacità degli scambi, l’indebolimento della critica indipendente. «Il problema diventa serio quando il linguaggio professionale serve soprattutto a ottenere il consenso dei colleghi».
La storia dell’arte è anche la storia di una selezione.
Come Forte, anche Lampis insiste sulla selezione. «La storia dell’arte è anche la storia di una selezione. Le istituzioni devono assumersi oggi la responsabilità di distinguere quanto merita di essere tramandato da quanto appartiene soprattutto alla documentazione di una stagione artistica». Una questione che diventa urgente, perché una parte considerevole dell’arte che chiamiamo ancora contemporanea si avvicina alle soglie temporali previste dalla legislazione sulla tutela. «Occorre recuperare il coraggio dello scarto critico, soprattutto nelle politiche di acquisizione e nei processi di selezione, affidando agli archivi il compito di conservare la memoria anche di ciò che non sarà destinato alla conservazione museale». Accanto alla selezione c’è la formazione del pubblico, soprattutto delle giovani generazioni. «Le istituzioni culturali devono tornare a occuparsi seriamente della formazione del gusto e della capacità di interpretare le immagini, oggi troppo spesso affidate ai social e ai titoli dei giornali sui record delle aste».
Le proposte di Lampis sono concrete e partono dagli artisti, con tutele che arrivano fino alla previdenza e al riconoscimento professionale. Servono poi musei capaci di scelte indipendenti, giovani critici in grado di vivere del proprio mestiere e una governance pubblica che smetta di penalizzare il coraggio con rotazioni eccessive dei dirigenti e incarichi ad interim. Il mercato resta un interlocutore importante, «che sarebbe miope sottovalutare», ma alle istituzioni spetta garantire una valutazione scientifica e maggiore trasparenza negli scambi. E lo sguardo va oltre i musei. «Sarebbe ora di investire realmente per portare il lavoro degli artisti nelle periferie urbane, sulle facciate degli edifici, con un nuovo impegno anche dei privati, eventualmente sostenuto da adeguati incentivi fiscali», insieme all’arte nei luoghi di cura e di lavoro e alle artoteche, che prestano le opere e le portano nelle case. Per chiudere, Lampis ricorda il cartello con cui l’artista Carmine Caputo di Roccanova proponeva, all’ingresso della Biennale di Venezia, la «pena di morte per l’arte senza le note in calce». «Quella provocazione ci ricorda una responsabilità decisiva: rendere riconoscibili i contesti, spiegare le scelte, restituire al pubblico la possibilità di comprendere».
Bonisoli: «Due divari da colmare»
Se Forte e Lampis parlano di chi seleziona e promuove l’arte, Alberto Bonisoli parte da chi la consuma. Direttore del Centro Studi Federculture ed ex ministro per i Beni e le attività culturali, venerdì presiede il panel «Comunicare e informare: i doveri della cultura», che nasce dai dati del Rapporto annuale della federazione. «L’ultimo rapporto, quello del 2026, ha fatto emergere ancora una volta come i consumi culturali, cioè quanto le persone sono disposte a spendere o hanno la possibilità di spendere in cultura, siano sostanzialmente tornati ai livelli del 2019», spiega. «Abbiamo recuperato i valori precedenti al Covid, ma rimangono differenze significative». I numeri del Rapporto, presentato a luglio al Ministero della Cultura, danno la misura di questa ripresa. Secondo l’ultimo dato Istat, nel 2024 la spesa media delle famiglie per ricreazione, sport e cultura è salita a circa 105 euro al mese, il 3,1% in più rispetto all’anno precedente, anche se l’aumento non basta a compensare l’effetto dell’inflazione. Cresce anche la partecipazione, la quota di italiani che visita musei e mostre è passata in un anno dal 33,6% al 35,8%, il cinema raggiunge quasi metà della popolazione e il teatro quasi un italiano su quattro, con i giovani tra i 15 e i 24 anni a trainare la ripresa.
Una crescita reale, non omogenea.
Il primo divario è interno al Paese. «Alcune aree del Nord, come le province autonome di Trento e Bolzano, hanno livelli di spesa media mensile molto alti, mentre le regioni del Sud sono ancora molto indietro». Il Rapporto lo conferma con dati netti. In Trentino-Alto Adige, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Toscana ed Emilia-Romagna la spesa delle famiglie per la cultura supera i 130 euro al mese, mentre in Puglia e Calabria si ferma poco sopra i 40. Nel 2025 oltre il 40% degli abitanti del Nord-Ovest ha visitato musei e mostre, nel Mezzogiorno la quota si è fermata intorno al 26%, e anche la lettura segue la stessa linea, con il 47,8% di lettori al Nord contro il 29,5% del Sud. Il secondo divario riguarda l’Europa, perché a livello nazionale resta una distanza significativa rispetto a quanto spendono in cultura i cittadini francesi, spagnoli o tedeschi. Nel 2022, ultimo confronto europeo disponibile, solo il 36,9% degli italiani aveva partecipato ad attività culturali, contro valori superiori al 70% in Paesi come Danimarca, Lussemburgo e Norvegia. Già alla presentazione del Rapporto Bonisoli aveva parlato di «una crescita reale, ma non omogenea, che continua a riflettere le disuguaglianze già presenti nel sistema culturale».
È su questo terreno che si muove il panel di venerdì. «Di questi due divari, quello dell’Italia verso l’Europa e quello all’interno dell’Italia, parleremo nel panel che coordino, per capire come attraverso gli strumenti della comunicazione si possa tentare di ridurli». Al tavolo interverranno, tra gli altri, Gloria Bartoli, responsabile della comunicazione della Pinacoteca Agnelli e segretario generale di Amaci, e il giornalista Oliviero Ponte di Pino, insieme a direttori di musei, responsabili della comunicazione e rappresentanti di fondazioni. Raccontare il patrimonio, raggiungere pubblici diversi e costruire relazioni durature con le comunità diventano così parte della gestione culturale, con un obiettivo preciso: portare verso i luoghi della cultura chi oggi ne resta lontano, per ragioni economiche, geografiche o di abitudine. È il punto in cui le voci della vigilia si incontrano. Forte e Lampis chiedono istituzioni capaci di spiegare le proprie scelte e di formare il pubblico, Bonisoli misura quanto quel pubblico sia ancora diseguale tra territori. Una questione che riguarda da vicino il Mezzogiorno, dove la distanza nei consumi culturali si somma ai ritardi negli investimenti. Il Rapporto ricorda che, nella rigenerazione urbana finanziata dal Pnrr, gli interventi a carattere culturale sono stati 342, per circa 800 milioni di euro, con il 38,9% dei progetti concentrato al Nord.
Arminio: «Il patrimonio è tutto ciò che sostiene la vita»
Nella giornata di apertura il Premio speciale «Patrimonio vivente 2026» va a Franco Arminio, poeta e paesologo, che parte proprio dalla parola al centro del riconoscimento. «La parola patrimonio è un po’ ambigua, se pensiamo al patrimonio monetario e alla voglia a volte ossessiva di conservarlo, addirittura di accrescerlo», osserva. «C’è un’accezione decisamente migliore, patrimonio nel senso di qualcosa che ha valore. Che cos’è il patrimonio? È la generosità e la capacità di accudire i dolenti. È patrimonio anche un fiume, un albero, una vigna, tutto ciò che sostiene questa complessa e un po’ misteriosa vicenda dei viventi».
Più che farci spazio nella vita, dobbiamo provare a sentire la poetica che c’è in ogni spazio.
Il suo lavoro, racconta, è prestare attenzione ai luoghi e ai patrimoni che contengono, famosi come Villa Rufolo e la Costiera amalfitana o poco conosciuti e poco frequentati. «La coscienza dei luoghi è un elemento molto importante da tenere vivo negli esseri umani, tenendo presente che si è molto attenuata. Passiamo molte ore davanti allo schermo e poche all’aperto, ed è come se avessimo un contatto con i luoghi mediato dagli schermi». Da qui il suo impegno. «La mia militanza è tutta nel chiedere alle persone un rapporto diretto con i luoghi, nell’idea che i luoghi determinino tante cose. Più che farci spazio nella vita, dobbiamo provare a sentire la poetica che c’è in ogni spazio». Il premio, per Arminio, è un onore e un impegno. «Quello che faccio essenzialmente nella vita è guardare. Ogni tanto provo a raccontare quello che vedo, ma il mio è soprattutto uno sguardo». E chiude con un ringraziamento che è anche un programma: «Viva tutti quelli che danno attenzione a quello che abbiamo sotto il sole, che in un certo senso è tutto un enorme patrimonio».
Il programma di giovedì 22 ottobre
I lavori prenderanno il via alle 15.30 nell’Auditorium di Villa Rufolo2, con i saluti istituzionali del sindaco di Ravello, Paolo Vuilleumier, e del direttore della Fondazione Ravello, Maurizio Pietrantonio.
La sessione inaugurale vedrà gli interventi di Alfonso Andria, presidente del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali e del Comitato Ravello Lab, Daniela Picconi, vicepresidente di Federculture, e Gerardo Villanacci, presidente della Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali.
A seguire, Valentina Gemignani, capo di Gabinetto del ministro della Cultura, terrà la lectio dal titolo «Dall’antico al contemporaneo: le radici che si fanno visione». Spazio anche a Pordenone, Capitale italiana della cultura 2027, il cui progetto sarà presentato dal sindaco Alessandro Basso.
La giornata inaugurale ospiterà inoltre la consegna del premio «Patrimoni viventi», assegnato al Comune di Gagliano Aterno per il progetto dedicato al convento di Santa Chiara e alla Fondazione Valenzi di Napoli per «Agendo». Un riconoscimento speciale sarà conferito al poeta Franco Arminio. L’intera sessione sarà trasmessa in diretta sul canale YouTube del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali.
Tutti gli articoli e gli approfondimenti su RAVELLO LAB 2026:
- Ravello Lab 2026: l’arte di oggi come patrimonio di domanidi Miriam Masone
- Ravello Lab, le voci della vigilia: Forte, Lampis, Bonisoli e Arminiodi Miriam Masone
Consulta gli articoli della precedente edizione: RAVELLO LAB 2025:
- Ravello Lab 2025: la XX edizione del forum internazionale per il futuro dei nostri territoridi Miriam Masone
- Borghi rinascenti: l’Italia nascosta che rigenera il futurodi Alessandra Carlo
- Patrimonio e Sostenibilità: l’equilibrio possibile tra memoria e progressodi Francesco Cascino
- Dieci anni di capitali italiane della culturadi Miriam Masone
- Il Museo come cuore pulsante dell’innovazione territorialedi Francesco Cascino
- L’arte come strumento invisibile di sviluppo concretodi Flavio Romualdo Garofano
- Cultura aumentata: quando l’IA diventa alleata della creativitàdi Maria Bisogno e Walter Miele
- Il patrimonio culturale e gli ESG: il Patrimonio Alimentare Regionaledi Andrès Ugaz e Michela Cariglia
- Coniugare cultura e finanza agevolata per generare valoredi Mariano Iadanza
- Alfonso Andria, vent’anni di Ravello Labdi Alfonso Del Forno
- Vedi Quando il patrimonio diventa dato: IA e cultura nel volume di Pierpaolo Forte – https://actanonverba.it/quando-il-patrimonio-diventa-dato-ia-e-cultura-nel-volume-curato-da-pierpaolo-forte/ ↩︎
- Consulta l’intero programma qui: https://univeur.org/wp-content/uploads/2026/10/Ravello-Lab-Programma-2026-web.pdf ↩︎
