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Le Capitali italiane della Cultura non riguardano soltanto la celebrazione ma fungono da catalizzatori di sviluppo urbano e sociale. Si trasformano in un laboratorio di rigenerazione culturale e civica, dimostrando il potenziale della cultura come motore d’innovazione economica e coesione territoriale.
Il tema non è più «cosa celebriamo» ma «come cambiamo»: riscrivere l’allocazione degli investimenti significa abbandonare la logica dei finanziamenti una tantum per adottare una programmazione strategica, affinché l’anno del titolo lasci un’eredità duratura e non si limiti a un mero evento.
Ad oggi tra gli ostacoli maggiori restano le procedure e le regole eccessivamente caute, percepite come una zavorra che soffoca la libertà di espressione e la capacità di visione insite nella progettazione culturale, elementi invece fondanti per l’evoluzione.
Agli amministratori è richiesto un ruolo strategico e di garanzia politica: creare un ambiente favorevole, stanziare fondi e proteggere la visione affidandosi a tecnici, non scendendo nel merito della progettazione culturale che è dominio dei professionisti. Per superare questa dicotomia è fondamentale costruire un nuovo e solido rapporto tra cultura e politica. Ciò richiede aule di formazione ed education congiunte, magari istituzionalizzate mesi prima della candidatura. È solo attraverso questa prassi di co-apprendimento che la politica può finalmente comprendere le dinamiche professionali e la logica del curatore, trasformando la burocrazia da un ostacolo in un strumento al servizio della visione culturale.
L’intervista a Stefano Karadjov
Questo tema sarà affrontato a Ravello Lab – venerdì 24 ottobre a villa Rufolo – all’interno del panel «Capitali italiane della Cultura: pratiche e impatti a dieci anni dall’istituzione del titolo».
In vista dell’evento abbiamo intervistato Stefano Karadjov, professionista di spicco nel panorama culturale italiano e manager con una profonda esperienza che spazia dalla gestione museale alla progettazione di grandi eventi internazionali. Attualmente ricopre l’incarico di direttore della «Fondazione Brescia Musei», posizione che lo pone al centro delle dinamiche culturali soprattutto nell’anno in cui Brescia, insieme a Bergamo, ha ricoperto il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2023. Karadjov è anche docente a contratto all’Università di Padova per la Gestione degli eventi culturali e all’Università Cattolica (sede di Brescia) per la promozione e valorizzazione internazionali del territorio, dimostrando un costante impegno nella formazione delle nuove generazioni di operatori culturali. Le sue collaborazioni istituzionali si estendono ai ruoli di consigliere in «Federculture» e «Icom Lombardia». È stato direttore «Progetti e Sviluppo di Civita Tre Venezie» e ha avuto un ruolo chiave nella gestione di eventi di vasta portata, come curatore del programma culturale del Carnevale di Venezia e curatore dei contenuti delle aree tematiche per Expo Milano 2015.
Quali sono l’eredità di Bergamo-Brescia 2023 per la Fondazione Brescia Musei?
«Il risultato più immediato è una maggiore attenzione del pubblico culturale nei confronti di Brescia. Su questo fronte Bergamo è sempre stata avvantaggiata grazie a scelte politiche e strategie che le hanno garantito più visibilità e affluenza di visitatori. L’altra eredità è l’irrobustimento delle organizzazioni culturali. Hanno imparato a lavorare in team e a collaborare con entità diverse, inaugurando un nuovo modello basato sulla partecipazione territoriale. La stessa Capitale della Cultura ha istituito tavoli di lavoro che hanno lasciato un’importante eredità in termini di competenze progettuali: non tanto per le istituzioni come la nostra, quanto piuttosto per la cultura diffusa, ovvero le realtà caratterizzate dalla formula associativa, che hanno avuto l’opportunità di mettersi alla prova su progetti di maggiore complessità.
La terza eredità fondamentale è il recupero e il rinnovamento del«Museo del Risorgimento». Quello che nel 2014 era un ‘classico museo polveroso’ è stato completamente ripensato, rivisitato e rinnovato, trasformandosi in un’istituzione accogliente che oggi attira decine di migliaia di visitatori. A riprova di questa innovazione, solo pochi giorni fa, abbiamo presentato la mascotte «Leonessa Lea», creata da Elisabetta Dami. Un omaggio al titolo di ‘Leonessa d’Italia‘ di cui la città e il museo sono eredi, che utilizza la realtà virtuale per offrire ai più giovani quattro esperienze immersive.
Un altro grande risultato per noi è stata la realizzazione del «Corridoio UNESCO». Gestendo un sito UNESCO (il parco archeologico) abbiamo creato un percorso pedonale di circa un chilometro che collega tre nuove piazze cittadine. Queste aree, prima incluse solo all’interno dell’area archeologica del Museo di Santa Giulia, sono ora connesse da un percorso accessibile, ben segnalato e, soprattutto, visitabile con l’acquisto del biglietto. Si tratta di una vera e propria passeggiata monumentale all’interno del nostro parco archeologico.
L’ultimo obiettivo raggiunto è stato l’avvio del progetto per il Teatro Romano. Grazie allo slancio della Capitale della Cultura abbiamo deciso, in accordo con l’Amministrazione, di recuperare e rifunzionalizzare questa struttura che noi gestiamo. Attualmente il Teatro è accessibile in gran parte solo dal punto di vista archeologico. Sull’onda dell’importanza della Capitale della Cultura, riconosciuta come attivatore di socialità ed economia, abbiamo affidato a dicembre 2023 il progetto all’architetto David Chipperfield».
Qual è il vero valore aggiunto di un anno da Capitale della Cultura: volano turistico, rigenerazione urbana o coesione sociale?
«Durante l’anno della Capitale, in accordo con il Comune di Brescia, abbiamo implementato una politica di accesso museale unica in Italia: per tutto il 2023 l’ingresso ai musei è stato gratuito per tutti i residenti. Questa misura di enorme accessibilità sociale è stata rinnovata per il 2024 ed è stato annunciato che proseguirà fino al 2028. Se da un lato è necessario che i musei siano a pagamento per chi ne usufruisce come risorsa turistica, è altrettanto importante che siano gratuiti per i propri cittadini.
Parallelamente, in questi anni abbiamo potenziato numerosi progetti di inclusione sociale e welfare, come i camp estivi che abbiamo deciso di attivare tutto l’anno quando le scuole sono chiuse. I camp estivi ai musei sono attivi cinque giorni a settimana e si rivolgono alle fasce d’età dai 5 ai 16 anni. Essendo musei civici, offriamo queste attività a un prezzo accessibile e sussidiato per bambini e ragazzi. Sviluppiamo, inoltre, attività che tengono in considerazione anche gli spettri autistici: un aspetto di cui siamo particolarmente orgogliosi».
Ritiene che il modello italiano della Capitale della Cultura stia funzionando e, alla luce dell’esperienza 2023, quali modifiche o innovazioni suggerirebbe per ottimizzarne l’efficacia futura?
«La Fondazione Scuola del Patrimonio ha ormai sviluppato un modello di studio sull’impatto generato dalle Capitali della Cultura, ma è evidente che la capacità e la durata degli effetti dipendono molto dalle istituzioni locali. Il mio suggerimento è di andare oltre il milione di euro assegnato dallo Stato alla città vincitrice: ritengo che lo Stato debba collaborare con l’amministrazione locale per il recupero di un luogo simbolico. Questo servirebbe come memoria tangibile e duratura dell’esperienza. Si tratterebbe di un vero e proprio investimento pubblico su se stesso per edificare, ristrutturare o realizzare ex novo un edificio, un monumento o un centro culturale. Questo spazio dovrebbe poi diventare il luogo in cui vivere l’esperienza della Capitale della Cultura anche una volta concluso l’anno ufficiale. L’obiettivo è costruire un modello di gestione sostenibile affidandolo a enti locali o a un privato sociale che decida di impegnarsi attraverso partenariati con il pubblico.
Prendendo ad esempio la città di Alba, Capitale Italiana della Cultura Contemporanea 2027, farei in modo che le diverse Capitali della Cultura cerchino un coordinamento e una sinergia tra le varie realtà, in modo da evitare la polverizzazione degli investimenti».
