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Al Campidoglio il confronto su Urban Health e prospettiva One Health
Roma prova a ripensare il rapporto tra salute, ambiente, qualità della vita e organizzazione urbana.
È questo il filo conduttore del convegno «Città che generano salute. La prospettiva One Health: ecosistemi, persone, comunità», svoltosi il 13 maggio 2026 presso la Sala Laudato Si’ del Campidoglio. Un appuntamento che ha riunito amministratori pubblici, epidemiologi, professionisti della salute, tecnici, esperti ambientali, associazioni e rappresentanti del mondo civico attorno a una domanda sempre più centrale: come costruire città capaci non solo di curare, ma di generare benessere?
L’iniziativa, promossa dalla consigliera capitolina Claudia Pappatà e dal presidente della Commissione Ambiente Gianmarco Palmieri, è stata coordinata da Marco Magheri, segretario generale dell’Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale. Fin dall’apertura dei lavori è emersa con chiarezza la volontà di non limitarsi a un singolo evento, ma di avviare un percorso stabile di confronto sui temi della salute urbana, della sostenibilità e della qualità della vita.
La scelta della Sala Laudato Si’ non è stata casuale. Il richiamo all’enciclica di Papa Francesco ha rappresentato una cornice simbolica precisa: ambiente, relazioni sociali, salute e modelli di sviluppo non possono più essere affrontati separatamente. Proprio qui entra in gioco la filosofia One Health, approccio ormai sempre più presente nel dibattito internazionale, che considera strettamente interconnessi salute umana, salute animale, ecosistemi e organizzazione sociale.
Nel corso del convegno si è parlato di mobilità, urbanistica, verde pubblico, inclusione sociale, prevenzione, alimentazione, partecipazione civica, comunicazione pubblica e nuove tecnologie. Non come ambiti distinti, ma come elementi di un unico ecosistema urbano.
Claudia Pappatà ha sottolineato come oggi la salute non possa più essere interpretata esclusivamente come questione sanitaria. La qualità della vita dipende, infatti, dall’insieme delle politiche urbane: abitare, trasporti, ambiente, servizi, relazioni sociali e accessibilità. Da qui la necessità di un approccio interdisciplinare e territoriale, capace di leggere le differenze tra quartieri, municipi e periferie di una metropoli complessa come Roma.
Sulla stessa linea Gianmarco Palmieri, che ha collegato direttamente il tema della salute urbana alle questioni della giustizia climatica e sociale. «Le disuguaglianze territoriali – ha spiegato – si riflettono concretamente sugli indicatori sanitari: qualità dell’aria, presenza di verde, condizioni abitative, povertà energetica e fenomeni come le isole di calore incidono sulla salute e persino sull’aspettativa di vita». Ne consegue il valore strategico di interventi come riforestazione urbana, comunità energetiche e politiche per l’accesso equo a un’alimentazione sana.
La centralità scientifica del confronto ha approfondito soprattutto il legame tra dati epidemiologici, pianificazione urbana e prevenzione. Carla Ancona del Dipartimento di Epidemiologia del SSR Lazio ha evidenziato come «le differenze di salute tra i quartieri di Roma siano ormai chiaramente misurabili e come la prevenzione debba diventare una scelta politica supportata da dati concreti». Screening mobili, servizi di prossimità, percorsi pedonali, spazi verdi e ambienti urbani accessibili non rappresentano più semplici politiche accessorie, ma veri strumenti di salute pubblica.
Un altro elemento emerso con forza è il progressivo superamento di una visione esclusivamente ospedaliera della sanità. Enrico Di Rosa, presidente della Società Italiana di Igiene e Sanità Pubblica, ha ricordato che il concetto stesso di salute oggi comprende dimensioni fisiche, mentali e sociali. In questo quadro, le Case di Comunità, la medicina territoriale e le missioni del PNRR possono diventare strumenti decisivi per integrare dimensione sanitaria e dimensione sociale.
L’intero confronto si è inserito, inoltre, in un contesto internazionale sempre più orientato verso il paradigma One Health. Negli ultimi anni il tema è diventato centrale nel dibattito europeo e globale, anche alla luce della pandemia, delle crisi climatiche e delle nuove fragilità urbane. Parallelamente stanno crescendo reti e iniziative dedicate alla salute urbana, come la Rete Italiana Città Sane OMS, che proprio nel 2026 celebra i suoi venticinque anni di attività rilanciando il ruolo dei Comuni nella costruzione del benessere collettivo.
Nel dibattito romano è emersa anche una riflessione più ampia sul ruolo delle città contemporanee. Le metropoli non sono più soltanto spazi amministrativi o infrastrutturali, ma luoghi nei quali si concentrano contemporaneamente opportunità e fragilità: cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione, nuove povertà, isolamento sociale, salute mentale, sicurezza alimentare, qualità degli spazi pubblici. Tutti temi che richiedono approcci trasversali e competenze integrate.
Non a caso il convegno ha riunito professionalità molto diverse: epidemiologi, giuristi, ingegneri, esperti ambientali, rappresentanti del terzo settore, comunicatori pubblici e studiosi di salute ambientale. L’idea di fondo è che nessuna disciplina, da sola, sia più sufficiente per affrontare la complessità contemporanea.
In questo senso il tema Urban Health appare destinato a diventare uno dei grandi terreni di confronto dei prossimi anni. Non soltanto sul piano sanitario, ma anche su quello economico, sociale, culturale e persino geopolitico. Parlare di città che generano salute significa infatti parlare di modelli di sviluppo, qualità democratica, sostenibilità, innovazione urbana e coesione sociale.
Per questo motivo la rivista Acta Non Verba intende seguire con attenzione gli sviluppi di queste iniziative e aprire specifiche linee di approfondimento dedicate ai temi One Health e Urban Health. Si tratta di un ambito sempre più strategico e inevitabilmente interdisciplinare, perfettamente coerente con la filosofia editoriale della rivista, da sempre orientata a leggere le connessioni tra fenomeni diversi e a interpretare i grandi cambiamenti contemporanei attraverso uno sguardo trasversale.
Il convegno del Campidoglio non è apparso quindi come un episodio isolato, ma come uno dei segnali di una trasformazione culturale più ampia: la consapevolezza crescente che salute, ambiente, territorio, relazioni sociali e qualità urbana siano ormai parti dello stesso ecosistema.
