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Il Museo come cuore pulsante dell’innovazione territoriale

Francesco Cascino

Francesco Cascino

Dopo essere stato Human Resources Manager dal 1990 al 1999 in tre multinazionali, dal 2000 si occupa di Art Consulting. Ha fondato Art Thinking Project ETS, community internazionale che si occupa di cercare soluzioni inedite per imprese e istituzioni, progettazione e rigenerazione urbana, sviluppo territoriale, comunicazione culturale. E' Responsabile del Centro Studi “Culturability" e del servizio alle imprese "Disruptive Culture for Economy" di SEF Consulting. Responsabile del Dossier di Candidatura Mirabella2028
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Dall’overtourism all’esperienza culturale autentica. Una riflessione a partire dai Panel di Ravello Lab con interviste ad Alfonso Andria, Pierpaolo Forte ed Eugenio Tibaldi.

Da una parte il museo che, con la sua forza di trasmissione culturale e innovativa, non solo crea spazi di incontro ma soprattutto rigenera comunità. Dall’altra i territori, le sue identità, le città d’arte e il turismo culturale, tra sviluppo e sovraccarico che appare come un paradosso: si prova ad estrarre valore per una “esperienza autentica” ma il numero eccessivo di turisti consente che l’esperienza stessa venga snaturata e la destinazione sia metaforicamente abbandonata, cioè cancellata dall’immaginario come meta di apprendimento perché diventata oggetto instagrammabile, dove anche l’eccesso di digitale inibisce l’esperienza e la memoria viva. Questo uno dei contesti tematici delle tre giornate di Ravello Lab che si terranno da giovedì 23 a sabato 25 ottobre 2025 a Villa Rufolo, a Ravello.

Il museo può costruire rigenerazione e sostenibilità delle destinazioni e dell’esperienza?

In questi ultimi anni il ruolo strategico del museo è sensibilmente cambiato: non più solo custode di opere ma laboratorio, snodo vivente di relazioni che generano innovazione sociale, culturale, economica e produttiva per il territorio e per il mondo, cittadini e visitatori compresi. Le città d’arte e i musei hanno sofferto un fenomeno destabilizzante; l’overtourism, ossia un afflusso turistico tale da compromettere infrastrutture, patrimonio, esperienza culturale e vivibilità locale.

Da questo nasce la volontà di sviluppare ed evolvere un’idea già in essere in molti luoghi del mondo, tra gli obiettivi dell’edizione 2025 di Ravello Lab: aiutare la trasformazione dei musei in piattaforme dinamiche e partecipate di consapevolezza territoriale dal punto di vista giuridico, curatoriale, progettuale ed economico, portando sempre più le collezioni e i percorsi educativi a diventare strumenti di dialogo con le comunità e costruire ponti tra passato e presente, identità e innovazione, pensiero laterale e imprese, anche attraverso l’art thinking. Tale sfida assume persino un valore simbolico: “il museo come cuore pulsante” del cambiamento sociale capace di rigenerare non solo luoghi ma coscienze, consapevolezza e visioni. In altri termini un’economia finanziaria e neuronale sostenibile per territori, imprese e abitanti.

Oltre l’overtourism: la crisi del turismo culturale e le soluzioni

L’overtourism si manifesta anche quando il numero di visitatori supera la capacità di carico di un luogo generando congestione, deterioramento degli spazi, tensioni sociali e perdita di autenticità. Ogni analisiha mostrato come flussi congestionati, code, restrizioni d’ingresso e spazio limitato inducano i musei a ripensare strategie di gestione non solo in chiave museale ma anche urbana. Essenzialmente l’overtourism si dimostra essere non solo un problema quantitativo ma qualitativo: compromette l’esperienza del visitatore, la dignità dell’opera e la relazione culturale tra museo e comunità.

Il museo come ecosistema di conoscenza collettiva e connettiva

Se concepito non come contenitore ma come ecosistema relazionale, il museo può recuperare ruoli strategici nel territorio. Le collezioni, i percorsi espositivi, le esposizioni temporanee e le residenze d’artista diventano snodi connettivi con cittadini, scuole, artisti, creativi, territorio. La centralità del curatore, dell’artista e del professionista, che si occupano di cultura dinamica contemporanea, soprattutto se parliamo di arte di ricerca,appare cruciale: non basta esporre opere, è necessario narrare contesti con autenticità, stimolare riflessioni, connettere il patrimonio con stimoli fondanti di contemporaneità. Il museo diventa luogo di produzione culturale, non solo di consumo, grazie a workshop con comunità, residenze artistiche sul territorio, progetti partecipati che co-progettano percorsi culturali che innervano società, education ed economia.

Sostenibilità simbolica, etica e ambientale

La sostenibilità non è solo riduzione dell’impatto ambientale (emissioni, rifiuti, energie), ma equilibrio simbolico ed etico, quindi la necessità di equilibrio è anche culturale. Il concetto di museo implica che il patrimonio non sia protetto dal mondo ma esposto ad esso come ponte possibile tra passato e futuro, memoria condivisa e responsabilità educativa, anche in chiave di sostenibiltà ambientale, sociale, culturale e, non di meno, economica: una matrice unica per benefici comuni.

Percorsi, luoghi, borghi, spazi di memoria, botteghe artigiane: la funzione museale diventa quella di catalizzatore di un turista che diventa visitatore, viaggiatore, esploratore e persino partner del territorio, quindi un ospite consapevole e preparato che si sposta, ricerca, restituisce valore al contesto, anche grazie all’utilizzo delle attuali tecnologie, ma non solo: non dimentichiamo che l’unica vera esperienza formativa è fisica ed emotiva insieme. Il digitale serve a moltiplicare le informazioni, non la formazione, a meno di non progettare i digital twin con artiste e artisti art thinking oriented. Esempi internazionali noti sono il Museo del Louvre a Parigi che impiega dati bluetooth per analizzare i flussi interni e ottimizzare il layout delle sale, mitigando la congestione. Oppure la Galleria Borghese a Roma che fa ricerche con beacon bluetooth e simulazioni dinamiche che permettono di modellare strategie di orario e capacità per mantenere comfort e sicurezza.

Di seguito le interviste ad Alfonso Andria, Pierpaolo Forte ed Eugenio Tibaldi sui temi di Ravello Lab e su quanto esposto sopra.

Alfonso ANDRIA, Presidente del Centro universitario europeo per i Beni culturali di Ravello e Presidente del Comitato di Ravello Lab.

Ravello Lab nasce come laboratorio di policy per la cultura e lo sviluppo territoriale. Oggi, in un’Europa attraversata da crisi sociali e ambientali, quale dovrebbe essere, secondo lei, il nuovo mandato civile dell’arte e, in particolare, del museo per poter intervenire efficacemente sul territorio? Oltre che un luogo di comunità, può diventare un attore politico e formativo del territorio?

Il Centro, istituito nel 1983 sotto gli Auspici del Consiglio d’Europa, ha sempre tenuto fede alla mission originaria, volta alla formazione e alla valorizzazione attiva del patrimonio culturale come vettore rilevante per la crescita civile e culturale delle comunità, spazio – non solo fisico – nel quale i cittadini misurino e arricchiscano il proprio presente nel confronto con i valori e le radici dei processi storico-culturali. Alla luce di tale impostazione, in un approccio costantemente improntato alla interdisciplinarità, ha disegnato una declinazione orientata alla condivisione la più ampia possibile della cultura come bene pubblico, asse concorrente alla creazione di inclusione. La “valorizzazione attiva”, cui ho fatto cenno, richiama inscindibilmente l’attivazione di pratiche (anche istituzionali) capaci di offrire conoscenze strutturate, sollecitare bisogni di arricchimento culturale, introdurre percorsi di formazione nei quali gli specialismi giocano un ruolo importante. In questa prospettiva certamente il Museo come istituzione può rappresentare – e di fatto già accade in molte esperienze del nostro Paese – un saldo riferimento per il territorio fondato sul dialogo permanente. Si tratta di riconoscere e assegnare al Museo una funzione di lettura/analisi dei bisogni del contesto locale in cui opera, da tradurre in proposte operative che al territorio ritornino, instaurando un circolo virtuoso di reciproco nutrimento. Un tale lavoro è di per se stesso “politico” ed è innanzitutto esercizio di cittadinanza attiva per il conseguimento del bene comune, per ciò stesso espressione e forma della democrazia. In questo senso gli scenari di crisi a livello continentale e globale costituiscono uno straordinario incentivo all’azione, piuttosto che giustificazione alla chiusura in difensiva. Su questi temi Ravello Lab – Colloqui Internazionali – che è giunto alla XX edizione, si è interrogato da subito e ha prodotto, nelle annuali Raccomandazioni, innumerevoli riflessioni e concreti spunti operativi che offre all’attenzione di Istituzioni nazionali e sovranazionali, nonché di stakeholder privati, al fine di alimentare politiche fondate sul rapporto Cultura-Sviluppo. I tre soggetti che vi danno vita lavorando in partnership – Federculture, Scuola Nazionale Patrimonio e Attività Culturali, Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali (Ravello) – esprimono mio tramite soddisfazione e proseguiranno convintamente nell’impegno comune, ferme restando la fisionomia, l’identità e le attività peculiari di ciascuno.

La sfida della sostenibilità è stata definita anche etica e simbolica. In che modo questa prospettiva cambia la relazione tra conservazione e innovazione nei beni culturali? E quali rischi vede nel ridurre la sostenibilità a un’etichetta amministrativa?

Credo che la sostenibilità non rappresentiuna opzione tra le tante, bensì una necessità che si impone alle società e più in generale direi all’umanità, tenendo ben aperti gli occhi sulla linea di non ritorno (penso al cambiamento climatico che non è aspetto settoriale ma trasversale) che rischiamo di varcare se non saremo in grado di introdurre radicali modifiche al modello di sviluppo che sino ad oggi ha scandito il progresso di noi esseri umani. Postura etica e simbolica sono in sè stesse il riconoscimento della necessità di adottare modelli di sostenibilità. E’ evidente che siamo chiamati, ciascuno nella specificità di ruoli, funzioni e competenze, ma anche in modalità dialogica e trasversale, a un grande sforzo e a profondere un impegno tenace il cui primo atto è maturare una nuova consapevolezza dei rischi e della loro gestione. Impegno che è il contrario dei fregi da etichetta amministrativa al titolo di “sostenibilità” che apporrebbe soltanto un ornamento a una sconfitta e ai danni che colpiranno tutti! In questo l’arte, come dispositivo di indagine sui meccanismi di funzionamento della mente e delle relazioni, delle misure e delle armonie, deve giocare un ruolo fondamentale.

Lei guida da anni Ravello Lab e il Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali di Ravello: osservando la vostra storia e la vostra esperienza, quali sono le condizioni politiche e culturali che trasformano un evento in un vero dispositivo di innovazione territoriale e nazionale?

La condizione di fondo è data dalla presenza attiva e dinamica di un eco-sistema culturale che, in una logica di rete e di dialogo continuo, viva e si arricchisca attingendo alle variegate esperienze attive sul campo. Si tratta di rafforzare – laddove già esistano – e creare – quando siano in nuce – spinte e volontà istituzionali e di gruppi di cittadini e associazioni, generando canali di comunicazione costanti tra bisogni e domande di conoscenza, nonché percorsi di studio e di ricerca sviluppati dalle istituzioni preposte, facendosi aiutare dagli artisti che sanno indagare l’inconscio meglio di chiunque. Credo si debbano affiancare alla logica dell’evento (che ha una indiscutibile azione di promozione della conoscenza) pratiche del sapere diffuso, forme di divulgazione attiva ed emotivamente immersive, capaci di incorporare la ricchezza del patrimonio culturale alla quotidianità del vissuto dei cittadini. Per semplificare il senso di quanto ho qui tentato di tratteggiare, l’evento andrebbe considerato non solo come un ‘unicum’ irripetibile, ma piuttosto come il motore di interessi culturali e di conoscenza destinati a proiettarsi attraverso azioni di continuità, come accade quando si scelgono Curatori titolati ed empatici. Nel guardare a una prospettiva di questo genere, le istituzioni possono e devono assumere funzioni di affiancamento e di  sostegno in una logica sempre tesa a favorire la partecipazione. Le politiche dovrebbero orientare la trasformazione fornendo indirizzi, ma poi aprendosi alla libera declinazione dei decisori locali così come degli operatori. La buona politica non soffoca le iniziative ma le fa vivere libere di esprimersi!

Pierpaolo FORTE, Ordinario di Diritto amministrativo dell’Università del Sannio, Componente CdA Parco archeologico di Pompei, Chair del panel di Ravello Lab “Le produzioni culturali per le trasformazioni”.

Professor Forte, recuperare la fiducia tra cittadini e istituzioni – culturali e non – richiede processi profondi e partecipativi: secondo lei, quali sono i passi necessari affinché un museo o una rete culturale territoriale possano ricostruire un dialogo autentico con le comunità dopo anni di distanza o disaffezione?

Continuo a credere che la prima mossa riguardi la conoscenza di sé, del proprio patrimonio, dei caratteri immateriali che possono essere messi in moto; per un struttura, come un museo o una rete, ciò richiede diverse incombenze, e viene agevolato dalla presenza di figure appropriate, in particolare nei ruoli di direzione. Per il resto, i musei di oggi tendono ad essere soggetti più che oggetti, e a far agire la collezione come un enzima che lavora più oltre le mura che entro l’edificio; il quale, tuttavia, può venire strutturato come un faro, e non solo in senso metaforico, un luogo cioè di illuminazione, attrazione, discussione, confronto, ma anche divertimento, relazione, conoscenza, scambio, incontro tra diversità.

Lei è stato tra i primi a chiedere alle Istituzioni ministeriali e governative di inserire le pratiche creative e progettuali dell’arte e degli artisti anche nel decision making della politica, del diritto e dell’amministrazione museale e culturale (è del 2019 il vostro Manifesto Art Thinking firmato dall’allora Capo di Gabinetto del Ministro della Cultura proprio a Ravello): crede che siano stati fatti passi avanti da allora? E cosa crede ci sia ancora da fare?

Passi avanti ce ne sono stati, giacché vedo l’ Art Thinking usato, più o meno consapevolmente, assai più che in passato; ma le potenzialità di quest’approccio, a mio avviso, sono ancora per lo più inespresse, ed è per questo che sono stato lieto di aderire al Comitato tecnico scientifico di Art Thinking Project un Ente del terzo settore che prova a diffonderlo e innervare i processi di imprese e istituzioni da monte a valle.

Dal punto di vista del Diritto, ma anche da quello culturale – sappiamo che lei non vede questa netta separazione tra discipline – quali interventi crede siano necessari per fare in modo che le Leggi diventino cultura diffusa, comprensibile e pervasiva per cittadini e operatori? Cioè come si attiva il meccanismo del simbolo che entra nelle coscienze anche quando parliamo di Leggi e procedure?

Le leggi non sono il diritto, che è fenomeno assai più largo, e ce lo abbiamo tutti in mente: non c’è bisogno di essere raffinati giuristi per sapere cos’è un obbligo, un contratto, un atto giuridico in generale, e per il resto noi umani usiamo cose e strumenti anche senza conoscerne il funzionamento: pensate al denaro, ai confini, alle costituzioni, tutte cose molto complesse che però agiscono in confronto a tutti proprio grazie al loro valore simbolico, che tutti comprendiamo. Qui sta, a mio avviso, il trait-d’union tra Diritto e Arte.

Eugenio TIBALDI, artista visivo e relazionale

Oltre alla tua produzione artistica “quotidiana” e all’arte pubblica a cui spesso ti dedichi, vieni chiamato a partecipare, inventare e guidare progetti di art thinking con e per comunità, territori, imprese e istituzioni da anni, spesso in dialogo con il sottoscritto (Francesco Cascino, Founder di Art Thinking Project ETS e Responsabile del Centro Studi CULTURABILITY di SEF Consulting, presente a Ravello Lab da anni in cui ha portato le proposte legate all’Art Thinking nelle istituzioni): puoi dirci cos’è l’art thinking per te e come diventa leva per una visione strategica e di ampio respiro dell’esperienza culturale, soprattutto se gli artisti diventano attori del tavolo dei decision makers?

Io penso in un solo modo per tutto, che sia l’arte, la famiglia, la vita in generale; quanto il metodo art thinking sia ormai piegato alle dinamiche produttive legate alla mia professione non riesco a definirlo dall’interno. Spesso si tende a dire che lo sguardo artistico sia “laterale”, forse sarebbe meglio dire sbilenco. Si, mi piace pensare che l’art thinking sia sbilanciato perchè nasce da condizioni spesso poco osservate per cui è uno sguardo libero dal peso del successo a tutti i costi, un punto di vista che può mixare ironia e amarezza analizzando problemi serissimi senza essere mai preso davvero seriamente. Un po’ come lo zio strano ed alticcio che fa un discorso alla cena di famiglia ma che poi dice la verità diversamente… Qui la seconda questione: siete certi che sia giusto far sedere lo zio alticcio al tavolo delle decisioni? Personalmente io credo di si, ricordo ancora la genialità del mio zio “particolare” in grado di trovare soluzioni bizzarre per problemi che sembravano insormontabili, oppure di far disastri di tali dimensioni da far dimenticare i problemi che sembravano insormontabili. In ogni modo era risolutivo.

Da anni Ravello Lab prova a far incontrare istituzioni e artisti, facendo entrare questi ultimi anche a monte dei processi politici, amministrativi, legislativi, ministeriali e museali. Da quello che produci come artista emerge una chiamata a “pensare insieme”, quasi ad abbattere gli stereotipi delle varie categorie (artista, comunicatore, politico, gallerista, direttore polo museale…); a parte la retorica del team working, l’impostazione della pratica di lavorare insieme è necessaria? E quali caratteristiche creativo organizzative deve avere, per te? Richiamare un pubblico nuovo nei musei non potrebbe essere compito di un artista specialista di arte pubblica e coinvolgente, ad esempio?

Il lavoro del singolo artista chiuso nel suo studio non mi ha mai appassionato, io attingo energia dalle società, dai loro gap funzionali, dalle anomalie dei sistemi. Sono attratto dalle storie non messe a sistema, in quanto ritenute minori, e dedico molto tempo all’idea di un artista che possa essere mimetico all’interno della società per poterne davvero essere parte. Da troppo tempo l’artista è considerato “altro” rispetto alle normali dinamiche di vita, io lo immagino meno bohemien e un po’ più operaio del pensiero e della progettazione, mastro artigiano che risponde con macchine celibi a domande inespresse ma non per questo inesistenti. Richiamare il pubblico nel museo non può e non deve essere il compito dell’artista, salvo affidargli progetti che incidentalmente coinvolgano anche la strada del museo, ma l’artista dovrebbe, a prescindere dal museo, preoccuparsi se il suo linguaggio è in grado di coinvolgere il pubblico. Un aspetto che amo è vedere persone che non sanno nulla di arte prendere parte alle progettazioni e scoprire che le istallazioni parlano di loro, di noi, di tutti.

Alcuni opinion leader registrano ogni giorno sempre più una distanza delle masse, o un disinteresse, intorno a ciò che sta dentro e fuori il mondo dell’arte, nonostante collezionisti e sistema dell’arte contemporanea siano oggi tra i maggiori business del pianeta. Forse perché siamo anestetizzati dalla bulimia da social o perché l’arte andrebbe raccontata con una nuova alleanza tra artisti, curatori e comunicatori di professione? Pur sapendo che l’arte si occupa di enigma, istinto e diversamente detto, quindi formando adeguatamente i comunicatori, non credi che sistemizzare le informazioni possa aiutare, senza invadere e sterilizzare il potere della poesia?

Se bastasse una cattiva comunicazione a distruggere una buona opera d’arte oggi non avremmo il 50% della produzione passata, ovvero tutti quei lavori che non erano e che non sono allineati al sistema di potere vigente. Fortunatamente l’opera nel 99% dei casi è migliore di chi la produce e anche di chi la comunica. Ciò detto, comunicare bene un lavoro contemporaneo significa offrire la possibilità al mondo di goderne nell’immediato e non in differita, dei buoni comunicatori del contemporaneo permettono di condividere le fasi di creazione dei progetti abbattendo quella fantomatica distanza creativa che più che aura sacrale è nebbia fitta. Comunicare una ricerca contemporanea ed il suo potenziale significa informare aziende, enti comuni e singoli cittadini dell’arma che l’arte offre loro ogni singolo giorno, non una paciosa serenità da fruire con comodamente sul divano, ma la spada con cui incidere il presente. Che meraviglia sarebbe un’alleanza… al solo pensiero ho le vertigini. Temo però che finché i parametri verranno registrati da un sistema a base economica, tale alleanza sarà complessa da realizzare. Sostenere la ricerca di un artista è un privilegio inebriante in grado di arricchire l’esistenza, lo sapevano bene fino a 200 anni fa. Questa condizione non dovrebbe pretendere un immediato tornaconto, lo avrà, questo ormai è palese a tutti, ma amo tantissimo pensare che, per quanto valore possa assumere un pezzo della nostra vita, non sarà mai abbastanza per cederlo a cuor leggero.

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