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Ci troviamo oggi in una fase storica in cui il senso civico che l’arte produce è in tremenda crisi e questa fase destruens ha portato alla completa invisibilità, o inesistenza consapevole, del processo artistico nei luoghi fuori dal complesso delle città d’arte (dove, comunque, si riscontrano grosse problematiche).
C’è una luce in fondo al tunnel, ben visibile. Nel momento in cui l’arte diventa una cosa di cui se ne può o, per meglio dire, vuol fare a meno, paradossalmente essa diventa fondamentale. E diventa ancor più fondamentale questa pratica nei luoghi in cui il bisogno è prossimo allo zero, ad esempio i piccoli borghi delle aree interne.
È proprio in questi contesti, al centro del primo panel del Ravello Lab 2025, che arte e territorio possono incontrarsi per generare nuova vita culturale e civile. Ci sono territori, infatti, in cui il seme può dar frutti inconsapevolmente migliori. Fuori da logiche fallimentari e stili di vita logoranti può nasce il senso estetico di una nuova civiltà (territoriale, artistica ed economica).
Rigenerare il sistema senza le solite abitudini
Nei piccoli borghi l’arte può trovare giovamento e rinascere. Abbiamo sperato che l’abbattimento dell’iva al 5% potesse essere un motore turbo per il rilancio economico dell’arte contemporanea, ma probabilmente c’è un virus più potente e il vaccino scelto non è efficace.
Occorre quindi andare altrove dove la paura più profonda è il sentirsi isolati? Questa paura oggi ha poco senso. Potremmo invece trovarci con la cura efficace per migliorare la situazione e rigenerare il sistema senza le abitudini acquisite che risultano oggettivamente poco utili alla crescita.
In natura esiste la sinergia: due piante di specie diverse che, singolarmente, avrebbero difficoltà a svilupparsi, magicamente insieme diventano forti e si nutrono a vicenda, l’una dell’altra. Ed è questo che avviene tra territori “nuovi” e qualsiasi pratica artistica.
L’arte può salvare i borghi dal carcere del passato (una tradizione più ideologica che delle idee) e trasformare gli insegnamenti sani della storia di un territorio per proiettare il territorio stesso in una visione futura. Viceversa, la comunità artistica, sollecitata dall’ambiente, si libera dalle tensioni e dai suoi vizi e assorbe gli stimoli che andranno poi a modificare e migliorare sia l’immaginazione che la pratica, ovvero l’estetica.
La filiera corta dell’arte
Ma non è solo di estetica che è fatta l’arte. Per rendere un modello realmente sostenibile è necessario essere capillari e innovativi. Fare formazione, creare spazi di confronto, sviluppare luoghi del vedere: tutto questo può andar bene, ma chiuso il sipario lo spettacolo finisce.
Per far sì che i luoghi della cultura contemporanea diventino luoghi da abitare è importante risolvere un grosso problema. Qualsiasi produzione necessita di un supporto tecnico importante. La scultura di artigiani che lavorano la materia prima, i pittori di fornitori di tele e telai, oltre che delle altre materie prime, l’arte digitale di cartiere e stampatori qualificati. Praticamente sto parlando della necessità della filiera corta dell’arte.
Semplice è mostrare l’arte, ma conta di più produrla. Dar vita ad un centro di interesse internazionale con laboratori e “fabbriche” dell’arte può far nascere davvero un nuovo pubblico che abita l’arte e i borghi. Nuovi artisti, nuovi collezionisti, nuovo pubblico fruitore, nuovi interessi economici, nuovi abitanti del luogo.
In questo caso il rischio è non far spegnere mai i riflettori.
L’arte in ogni luogo im-possibile
Chiudo con una frase di Ennio Flaiano: “L’arte è un investimento di capitali, la cultura un alibi”.
Queste parole suonano come una sentenza. Una diagnosi anticipata di una malattia, non solo nazionale ma anche europea: la decadenza culturale mascherata da rinascita. L’arte che si riduce a maquillage urbano, un modo per rifare il trucco alle rovine.
Guariamo invece le ferite con il senso civico che l’arte stessa produce. Torniamo all’inizio: se vogliamo avere una possibilità concreta di crescita, abbandoniamoci quindi a ciò che volutamente abbiamo reso invisibile, sperimentiamo l’arte in ogni luogo im-possibile.
È questa la rigenerazione reale dei luoghi, quella che il Ravello Lab 2025 invita a perseguire: una cultura che torna a farsi pratica viva e condivisa, capace di generare sviluppo e comunità.
In copertina un lavoro a quattro mani di Biodpi (Fabio della Ratta) e NuruB per Mondoromulo arte contemporanea, 2023.
