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Ravello Lab 2026: la promozione dell’Arte contemporanea tra cultura, istituzioni e società

Pierpaolo Forte

Pierpaolo Forte

Pierpaolo Forte è professore ordinario di Diritto amministrativo presso l’Università degli Studi del Sannio. Studioso dei rapporti tra istituzioni, cultura e pubblica amministrazione, è componente del Consiglio di amministrazione del Parco archeologico di Pompei, del Comitato direttivo di Federculture, di cui presiede la Commissione giuridica, e del direttivo di Ravello Lab. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, si occupa in particolare di diritto del patrimonio culturale, politiche culturali, governance pubblica e rapporti tra arte e innovazione.
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Nel corso di Ravello Lab, giunto alla XXI edizione, dedicata a “MEMORIA E CONTEMPORANEITÀ. Attraversare l’arte”, uno dei quattro panel, i luoghi della discussione libera ed informale che connotano precipuamente il metodo di lavoro del simposio, ha avuto per titolo “Lo sguardo avanti: promozione del contemporaneo tra autori, mercato, istituzioni”, ed è toccato a me l’onore di presiederlo.

Gli interventi degli invitati a discuterne, selezionati tra esperti, studiose, professionisti, responsabili di istituzioni e luoghi della cultura, di formazione diversissima e impegnati in discipline le più disparate, sono stati introdotti da un documento di background e da preziose analisi di key-note; dai lavori sono tratte le considerazioni che seguono, che vorrei proporre ai lettori di actanonverba come se fossero anche loro al tavolo, tra le favolose architetture, i profumi, i colori, e le vedute struggenti di Villa Rufolo, a fare da contesto agli stimoli e alle idee del dibattito. Una sorta di piccolo cadeau, che vorrei offrire, com’è buona usanza, in vista di una più stabile presenza tra queste colonne, sperando possa risultare gradito.

La “promozione” è, con la “tutela”, uno dei due compiti che la Costituzione affida alla Repubblica in ordine al patrimonio culturale “della Nazione”; eppure, tra le funzioni che lo riguardano, studiatissime, e molto discusse anche negli impieghi pratici, è quella meno osservata. I lavori di Ravello, perciò, sono stati particolarmente preziosi, e hanno affrontato la questione, per usare le parole del titolo del Panel, con “lo sguardo avanti”.

Rivolgersi al futuro, a qualcuno, potrebbe apparire poco precipuo per i temi culturali; è stata in effetti a lungo assai diffusa (e forse lo è ancora) l’idea che quello afferente alla cultura sia un compito sostanzialmente raccoglitore, volto al riconoscimento, al raduno, alla comprensione di una “eredità” (heritage), insomma di un bagaglio accumulato dagli umani nel corso della loro esperienza, ma proprio perciò tendenzialmente rivolto al passato, e ad un materiale che, pure quando sia intangibile, già c’è, e al massimo si tratta di capirne le complessità, la profondità, gli intrecci, il senso.

Questo approccio, che sia o meno consapevole, trascura tuttavia alcune evidenze. In primo luogo, qualunque oggetto culturale, anche quando sia immateriale, è “sociale”, esiste in quanto esistono gli umani, a differenza di quelli naturali (come i vulcani, gli oceani o i dinosauri), che possono avere anch’essi relazioni e connessioni, e forse a loro modo forme di cultura, ma diverse, proprie; e, soprattutto, ce ne occupiamo non già solo per conoscere quanto quel materiale, tangibile o meno che sia, abbia agito per le vite umane del passato, ma per quanto possa operare per il presente, e dunque possa orientarci nel futuro.

Anche il patrimonio più arcaico, in effetti, viene in rilievo per chi, oggi, ne viene in contatto, parla a chi è in vita, va interpretato come spazio di relazione e significati compresi e condivisi adesso, e proprio perché sappiamo che è così, ci adoperiamo, anche molto intensamente, per conservarlo e tramandarlo per chi vivrà dopo di noi.

Presente e futuro, insomma, sono componenti strutturali della cultura umana, saldandosi al passato senza alcun intento retrospettivo.

Questo, si può dire, è il senso più profondo dell’art. 9 della Carta costituzionale, che oltre ad aver conclamato la dimensione culturale tra quelle costitutive della Repubblica italiana, e dunque della convivenza di chi vi appartiene, collocandola tra i suoi fondamenti, ha consentito di estrarre dalle macro-funzioni del “promuovere” e del “tutelare” compiti più sottili (“gestire” e “valorizzare”), ma tutto, sempre, in vista della più ampia fruizione, che è la finalità ultima per cui si acquisisce, raduna, studia, restaura, protegge, si esibisce, si mette in scena, si esegue, si pubblica, un oggetto culturale.

La missione costituzionale della “promozione”, perciò, non riguarda solamente i beni e le attività culturali, le pratiche e le funzioni, ma è rivolta all’essere umano che ne viene irrorato, grazie al contatto col patrimonio culturale della Nazione. “Promuovere la cultura” significa dunque farlo in relazione alle dimensioni dell’esperienza umana per come oggi si presenta; contempla perciò l’enorme sapere accumulato in passato, ma richiede, imprescindibilmente, ciò che oggi viene o può venire generato, sia come contenuti che come strumenti espressivi.

Si spiega perciò quanto sia importante aggredire ogni barriera che possa escludere qualcuno dal potervi accedere, in termini non solo fisici, ma soprattutto cognitivi; non si tratta solo (e non sarebbe poco) di una questione di uguaglianza sostanziale, ma di una dimensione propria della promozione della cultura, giacché l’arte di qualsiasi presente, in ogni tempo, sconta le difficoltà della contemporaneità, che, sempre, non ha dalla sua la sedimentazione dell’analisi critica, della comprensione, con cui viene facilitata la percezione di quella remota, che ha avuto il tempo di far assestare cognizioni, adattamenti espressivi, abitudini estetiche. E dunque qualunque oggetto culturale contemporaneo risulta, inevitabilmente, più ostico e faticoso, ma è anche irrinunciabile per vivere consapevolmente il proprio tempo.

Le conoscenze radunate negli ultimi decenni ci dicono che la cultura è decisiva per molte delle responsabilità tipiche della nostro epoca; lo è per lo sviluppo e per la crescita, e dunque in favore sia delle persone e delle comunità in cui agiscono, che della ricchezza, del valore materiale di beni e servizi di famiglie, imprese e territori; lo è per la sostenibilità, che ha molte declinazioni ma, al fondo, è una sorta di propensione riguardante le decisioni attuali, che vanno poste in guisa tale da non danneggiare le prospettive di conservazione o di accrescimento degli standard di vita per il futuro; lo è per la rigenerazione territoriale, che oltre al mero recupero può suscitare impresa, anche sotto forma di innovazione di beni, servizi o processi produttivi, e concorrere alla produzione di un bene culturale in senso ampio, e persino di un paesaggio, per come sono intesi nelle convenzioni internazionali più recenti e in molta legislazione positiva; lo è nella produzione innovativa di beni e servizi, che può impiegare apporti degli artisti, mediatori o interpreti, capaci di muoversi tra più domini cognitivi, anche in termini eterodossi, e sorprendenti, e cioè con caratteristiche tipiche del lavoro artistico; lo è persino per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute, nell’ambito della gestione della cura e del trattamento terapeutico.

Promuovere la cultura contemporanea deve perciò significare anche attenzione a chi ci lavora, tutelando la dignità di autori ed autrici, e di chiunque, poi, sia impegnato nella gestione, nella tutela, nella valorizzazione, nella diffusione; la difesa del lavoro culturale, in effetti, è una delle zone d’ombra del nostro tempo, e non bisogna farsi abbagliare dal luccichio delle quotazioni, talora abnormi, che raggiungono talune opere, giacché tutti gli studi al riguardo segnalano invece precarietà, retribuzioni modeste, prestazioni gratuite o mascherate, intermittenza, sottovalutazione, false autonomie.

La più rumorosa delle sfide culturali rivolte al futuro, tuttavia, riguarda l’esondazione tecnologica; la tecnica viene da tempo immemorabile impiegata per la creazione di opere d’arte e prodotti culturali, ma, sino ad ora, mai senza apporto umano, mentre ormai sono al mondo opere e prodotti culturali dovuti molto, e persino interamente, a macchine e sistemi di AI, confermando che v’è una significativa differenza, già evidente nella semantica, tra tecnica e tecnologia, la quale sta nella nostra mente come la tecnica, ma vi aggiunge il logos (tecno-logia), ingaggiando non solo l’immaginifico, ma anche i discorsi, le logiche, la razionalità, persino i sensi, per rendere più intensa la vita, e per disporre di qualcosa che non abbiamo; dunque, in essenza, per fare tutto ciò che proviamo a fare non solo mediante la tecnica, ma più in generale con l’impiego di strumenti culturali.

Ciò giustifica una domanda, se cioè la tecnologia sia un altro modo per esprimersi culturalmente, e richiede molti ripensamenti in ordine al modo con cui trattiamo i temi culturali, considerando quanto può pervadere le relazioni personali, la raccolta e la comprensione delle tracce della storia umana, la loro permanenza nel tempo, e quanto possa interferire con una delle vette dell’esperienza culturale umana, quella creativa, richiedendo profonde analisi nel modo in cui si riconosce e si tutela la creazione culturale, e si aumentano, si diffondono, si apprendono, si tramandano le conoscenze, che richiedono attenzione anche, forse soprattutto, al processo creativo, alle motivazioni, alle finalità, alle scelte che spiegano l’opera, e non di rado ne definiscono persino struttura e forma, rendendo possibile la percezione compiuta del suo senso.

Proprio a causa della incombenza di così tante, e così ampie, transizioni, l’arte di oggi acquista particolare rilievo; per un verso, è, come sempre è stata, capace di fornire testimonianza, documentazione, ricerca di senso per il nostro tempo, e dunque, già solo perciò, assume una preziosa veste. E, poi, perché da gran lunga ha smesso di porsi confini – se mai davvero ne abbia avuti – in ordine al suo ruolo, alle sue forme, alle sue espressioni, indagando ed usando come materiale rappresentativo, epistemico e persino ontologico, strutturale, anche l’immateriale, lo psichico, i processi, le azioni, le attitudini, le relazioni, ed usando ampiamente documenti non solo come succedanei, ma spesso come espressione, forma.

Il compito costituzionale della promozione della cultura, quando si riferisce alle arti contemporanee, deve perciò contemplare le loro peculiarità.

Pone grandi sfide alle istituzioni, in particolare ai Musei ed agli altri “luoghi della cultura”, tenuti ripensare la propria missione, adeguare le proprie funzioni, riconsiderare il rapporto con la contemporaneità (si pensi a quanto peculiare sia avere relazioni con autori ed autrici viventi, o con loro eredi, oltre che con le loro opere), con il territorio, con le comunità di riferimento, a mutare le funzioni tradizionali e assicurare un aggiornamento formativo costante delle professionalità implicate nel loro lavoro. Ciò vale anche nel rapporto con i beni custoditi, in funzione della necessaria disponibilità al deposito di materiali incerti e controversi, persino nel genere, dei quali la documentazione può essere la forma prevalente, o in taluni casi addirittura l’unica, dell’opera, o può mancare persino quella, come accade quando tutto il lavoro si svolga sul filo dell’effimero, della relazione intersoggettiva, della prestazione ad personam di alcune opere, sull’affidamento dell’intero prodotto artistico alla memoria, sulla consumazione perseguita, sull’autodistruzione intenzionale.

La promozione della contemporaneo conosce, poi, una possibilità inibita per l’arte ereditaria, la commissione, pratica spesso trascurata, ed invece di grande rilievo, perché può agire sulla nascita stessa di un’opera, sul processo creativo, sull’intento epistemico, sulla poetica, sull’estetica; per quanto rimanga inevitabilmente nell’ombra dello splendore delle opere di Michelangelo nella Cappella Sistina, va riconosciuto il ruolo dei Papi (Giulio II della Rovere, Clemente VII de’ Medici, Paolo III Farnese), che in fin dei conti le hanno concepite e, ostinatamente, fatte realizzare.

I committenti, oggi, possono assumere volti variegati, limitandosi a sostenere la produzione di un’opera, richiedendo qualcosa (per esempio che abbia un tema, o una forma espressiva), ma anche interferendo, persino decisivamente, sulla sua venuta al mondo. Ciò che ne viene implicata, perciò, è innanzitutto la libertà dell’arte sancita dalla nostra Costituzione, e quando si avvia un’operazione di committenza (per esempio, con un bando ad opera di istituzioni pubbliche), occorre avere consapevolezza di ciò, ricercando punti di equilibrio, e bilanciamenti rispettosi, nella considerazione che, alla fine, il lavoro artistico ci è prezioso proprio in quanto riesce a percepire, concepire e mostrare ciò che, per chi artista non è, non si scorge nemmeno.

La promozione dell’arte contemporanea è inevitabilmente immersa in mercati, sempre più, peraltro, on-line, che si presentano con connotati disomogenei (quello della musica non è lo stesso dell’arte visiva, che non è quello del teatro, e così via), ma assumono tendenze da star system, per quanto si concentrano su alcuni prodotti, o su taluni autori o alcune autrici, e vi hanno ruolo importante non solo gli acquirenti, che siano collezionisti, aziende o compratori occasionali, ma professionisti o imprese – galleristi, mercanti, case d’asta, produttori, distributori, consulenti, curatori, e tanti altri –, i quali possono essere indiscutibilmente operatori economici di mercato, ma anche figure di grande prestigio, per il modo con cui hanno operato o conducono la propria attività, più orientata sui profili culturali ed artistici che su quelli connessi al business, concorrendo alla comprensione, e persino all’insorgenza, della produzione artistica, oltre che alla sua circolazione.

Per non ingenerare effetti di cattura, anche subdoli, chi promuove la cultura deve averne coscienza, e c’è bisogno di expertise, e buone dosi di indipendenza dalle sirene del commercio e dell’autorevolezza dispotica, che è più facile conseguire se vengano adoperati mediatori esperti ed appropriati, magari radunati in organi collegiali, che infatti sono esplicitamente contemplati dalla normativa nazionale, sotto forma di “comitati scientifici”, per i “Luoghi della cultura”, che possono dirsi tali solo se ne dispongono (insieme ad altre dotazioni).

Quando si tratta di opere contemporanee, questa propensione richiama il più generale bisogno di irrobustire il lavoro di osservazione critica e di selezione, non solo perché è una sorta di complemento irrinunciabile, che peraltro concorre alla comprensione di opere, come quelle contemporanee, complesse, evanescenti, spesso precarie, e talora anche al loro successo, ed alla fama di chi ne sia autore o autrice; ma anche perché l’arte ha, per dir così, perduto l’esclusiva del visivo, che per secoli ha detenuto in forma monopolistica, giacché oggi si trova circondata ed assediata dai miliardi di immagini, fisse o in movimento, e di ogni tipo e valore, create e messe in circolazione da chiunque, e spesso offerte ad un consumo bulimico e istantaneo.

Tanto altro è emerso nel Panel, ma non è il caso di approfittare oltre della paziente attenzione dei lettori; uno degli effetti del “metodo Ravello Lab” è la sedimentazione progressiva, dilazionata delle questioni discusse, che concorre non solo ad un profondo scambio di conoscenze avanzate, ed alla loro diffusione, ma anche alla generazione postuma delle “Raccomandazioni”, il prodotto più politico dei lavori, indirizzato a decisori pubblici e privati, ed è proprio in virtù dell’impostazione metodologica che possono meritare interesse, essendo il frutto di rilevazioni e proposte esperte, coltivate, dedicate, radunate mediante un confronto libero ed indipendente, in grado di segnalare, meglio che in altri modi, bisogni, necessità, urgenze, soluzioni. Ed infatti, quando sono state considerate, hanno concorso a generare innovazioni importanti, come – solo per dirne una, molto nota – con le varie pratiche di individuazione della “Capitale della cultura” italiana, una proposta giunta proprio da Ravello, e poi usata intensamente con varie declinazioni (per l’arte contemporanea, per la lettura, per il mare).

Come ogni anno, le elaboreremo nei prossimi mesi, e c’è da ritenere che sarà un lavoro impegnativo, ma affascinante.

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