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Torino, dal 24 al 27 settembre. Quattro giorni, millecinquecento delegati da centoventi Paesi, seicento espositori, mille eventi distribuiti nelle piazze del centro. Terra Madre Salone del Gusto 2026 si è chiusa lasciando in eredità un’immagine precisa: l’Italia è il Paese con la maggiore biodiversità agroalimentare d’Europa, e al tempo stesso uno dei più esposti alla sua erosione silenziosa.
Non è un paradosso retorico. È la fotografia di un sistema che produce eccellenza senza saperla custodire, che accumula patrimonio senza averne piena consapevolezza, che celebra la propria unicità senza sempre tradurla in valore economico stabile.
Slow Food compie quarant’anni. Il problema è ancora lì
Quest’edizione di Terra Madre aveva una doppia valenza celebrativa: i quarant’anni di Slow Food e i trent’anni del Salone del Gusto. Due anniversari che hanno restituito prospettiva. Quarant’anni fa Carlo Petrini fondò il movimento a Bra con un manifesto semplice: il cibo è cultura, il cibo è territorio, il cibo è identità. Oggi, quattro decenni dopo, quella battaglia è stata in parte vinta sul piano della narrazione e quasi sempre persa sul piano della produzione. Le varietà ortofrutticole tradizionali censite in Italia sono migliaia. I Presìdi Slow Food attivi nel nostro Paese sono tra i più numerosi al mondo: a Torino ne hanno debuttato dodici nuovi, portando il totale a oltre centotrenta presenti all’evento. L’Arca del Gusto, il catalogo dei prodotti alimentari a rischio di estinzione, ha documentato la propria storia in diciotto volumi: un archivio che è già, di per sé, una forma di resistenza. Eppure, la Piazza Castello che ha ospitato l’esposizione dei prodotti a rischio raccontava qualcosa di difficile da ignorare: molti di quegli alimenti li riconosciamo nei musei etnografici, li troviamo nelle sagre di paese, li leggiamo nelle guide gastronomiche. Non li troviamo sugli scaffali.
Il paradosso produttivo
L’Italia detiene il primato europeo per numero di varietà vegetali e razze animali autoctone. Ha il più alto numero di prodotti a denominazione di origine e indicazione geografica protetta dell’Unione Europea. Ha una tradizione di trasformazione alimentare artigianale che non ha equivalenti nel continente. La concentrazione produttiva è aumentata negli ultimi vent’anni, ma le varietà commercializzate si sono ridotte. Le razze autoctone da allevamento hanno popolazioni in contrazione. I piccoli trasformatori che lavorano materie prime tradizionali faticano a reggere i costi di produzione rispetto a chi standardizza. Il mercato premia il volume, la costanza, la replicabilità. La biodiversità, per sua natura, è variabile, stagionale, localizzata. Questa tensione non si risolve con la sola comunicazione: richiede modelli economici diversi, filiere costruite con logiche diverse, e una domanda educata a riconoscere il valore di ciò che è raro.
Un antidoto alla monocultura in tutte le sue forme
Il tema di fondo di Terra Madre 2026 era questo: la biodiversità come antidoto alla monocultura, non soltanto agricola. Monocultura delle colture, certo. Ma anche monocultura dei modelli distributivi, dei canali commerciali, dei gusti standardizzati da una produzione industriale che ha colonizzato il palato di tre generazioni. Quattrocento buyer internazionali erano presenti a Torino. Trecento etichette vinicole italiane selezionate. Delegati da centoventi Paesi che cercavano prodotti con identità, con storia, con un territorio riconoscibile dietro di sé. Il mercato globale della qualità esiste, è solido, ed è disposto a pagare per la differenza. Il problema non è la domanda. È che l’offerta italiana, per una quota significativa del suo patrimonio più prezioso, non riesce ancora a strutturarsi in modo da intercettarla stabilmente.
Perché questa serie, perché adesso
Il Dipartimento Foody di SEF Consulting ha scelto di dedicare i prossimi mesi a questo tema perché la biodiversità agroalimentare non è più soltanto una questione culturale o ambientale. È diventata una variabile strategica per le imprese del settore. Il quadro normativo europeo si sta allineando in questa direzione: dalla strategia Farm to Fork alla nuova PAC, dalla biodiversity strategy al 2030 fino agli strumenti di finanziamento più recenti, l’Unione Europea sta scommettendo su un modello produttivo che premia chi conserva, chi differenzia, chi costruisce valore sul territorio. Chi oggi presidia il patrimonio biologico del proprio territorio non sta soltanto facendo una scelta etica. Sta costruendo un posizionamento che nei prossimi anni difficilmente potrà essere replicato da chi ha puntato tutto sulla standardizzazione. Nei prossimi articoli analizzeremo chi custodisce concretamente questo patrimonio e con quali difficoltà, come le PMI agroalimentari possono trasformare la biodiversità in leva competitiva, come si comporta la grande distribuzione rispetto a questi prodotti, quali strumenti agronomici e normativi sono disponibili oggi.
Il patrimonio c’è. Saperlo tenere è un’altra cosa.
