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Pierpaolo Forte e la Carta di Benevento: l’intelligenza artificiale nei patrimoni culturali

Errico Formichella

Errico Formichella

Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Federico II, con oltre vent’anni di esperienza nella consulenza a imprese ed enti pubblici, in ambito finanziario e di internazionalizzazione. Founder e CEO di SEF Consulting e direttore editoriale di Acta Non Verba. Specializzato in strategie aziendali, innovazione organizzativa e trasformazione digitale. Con solida visione strategica e competenze in project management, guida processi complessi di crescita e cambiamento, credendo nel capitale umano come leva di sviluppo competitivo e sostenibile.
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Dalla ricerca sulle disuguaglianze territoriali a una possibile certificazione: principi, applicazioni e prospettive di un lavoro che porta la cultura al centro del fenomeno dell’IA. La forza della Carta di Benevento sta nell’aver compreso che quello culturale è il contesto nel quale la società decide cosa conservare, cosa trasmettere e cosa riconoscere come proprio, e l’umano conserva la sua dominanza.

Un algoritmo può riconoscere un affresco deteriorato, collegare migliaia di documenti d’archivio, ricostruire un ambiente archeologico e molto altro ancora. Può però anche stabilire che cosa mostrare e che cosa lasciare nell’ombra, alterare un contesto storico o attribuire valore senza rendere comprensibili i criteri impiegati.

La Carta di Benevento nasce dentro questa ambivalenza. Il documento si propone di tradurre una posizione culturale e giuridica in criteri operativi: chi decide, con quali dati, secondo quali responsabilità, con quale spazio per autori, istituzioni, comunità e territori, persone.

Al centro di questo lavoro c’è Pierpaolo Forte, professore ordinario di diritto amministrativo all’Università degli Studi del Sannio e responsabile scientifico dell’unità locale dedicata ai patrimoni culturali nel progetto nazionale da cui la Carta è scaturita. Forte mostra una qualità non comune: tiene insieme diritto, storia delle istituzioni culturali, teoria della tecnica, pratiche artistiche e concreta esperienza amministrativa (tra tanto altro, è stato anche Presidente del Museo Madre, consigliere di amministrazione a Pompei e al Maggio musicale fiorentino, ed è tra i padri della Fondazione Morra Greco di Napoli). È precisamente questa ampiezza di sguardo a rendere la Carta uno dei tentativi italiani più organici di affrontare l’intelligenza artificiale come un fenomeno destinato a incidere sulla costruzione della memoria e sull’accesso alla conoscenza.

Dalla ricerca sulle disuguaglianze territoriali alla Carta

La Carta di Benevento, il cui titolo completo è Principi nell’impiego di intelligenza artificiale in relazione ai beni e alle attività dei patrimoni culturali, è uno dei risultati del PRIN (programma del Ministero dell’Università e della Ricerca che finanzia progetti scientifici considerati strategici o particolarmente significativi, condotti di norma da più università o unità di ricerca italiane), intitolato L’intelligenza amministrativa artificiale per l’uguaglianza territoriale e coordinato a livello nazionale dalla professoressa Vera Fanti. La ricerca esamina il rapporto tra intelligenza artificiale, interesse pubblico, tutela delle persone e disuguaglianze territoriali. Le tre unità universitarie coinvolte hanno affrontato diversi versanti del problema, mentre il gruppo dell’Università del Sannio, coordinato da Forte, si è concentrato sui patrimoni culturali.

L’idea della Carta è emersa nel giugno 2025 durante il convegno di Benevento collegato al progetto. Il confronto tra studiosi ed esperti ha reso evidente un vuoto: esistevano documenti generali sull’etica dell’IA, norme sui sistemi automatizzati e regole europee sui dati, sulle piattaforme e sui servizi (a partire dall’AI Act, tutto imperniato sulla logica del rischio), ma mancava una cornice capace di trattare in modo unitario selezione dei beni, digitalizzazione, autorialità, riuso, educazione, accessibilità e pluralismo culturale. Qualche attenzione era giunta dall’UNESCO e dalle organizzazioni internazionali dei musei, ma nulla che avesse l’ambizione di definire un quadro d’insieme. La Carta, del resto, si appoggia più all’intero pacchetto digitale dell’Unione che al solo AI Act, che Forte, in dialogo con la redazione di Acta, ha definito “il documento normativo più avanzato che abbiamo”, coerente con quella che ai suoi occhi è la principale missione europea nel mondo pervaso di tecnologia di oggi: “la tutela dei diritti fondamentali e delle libertà, anche quando possano essere intaccati dai sistemi tecnologici”.

Il testo è stato quindi elaborato in forma collettiva e, nel febbraio 2026, discusso all’Università di Chieti-Pescara attraverso un metodo che Forte considera particolarmente significativo: un confronto diretto tra decine di partecipanti con modifiche introdotte nel corso della discussione e un’approvazione finale condivisa. La Carta, perciò, è il risultato di una regia scientifica capace di trasformare competenze diverse in una struttura comune, ed è stata presentata ad aprile scorso, con un evento cui hanno partecipato osservatori di assoluto riguardo: con la Rettrice di Unisannio, Maria Moreno, si sono confontati, tra altri, Massimo Osanna, indimenticato Direttore del Parco Archeologico di Pompei, oggi Capo del Dipartimento Attività culturali del MiC, Gerardo Villanacci, già Presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali e paesistici, oggi Presidente della Fondazione Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali, e Ninni Cutaia, Assessore alla Cultura della Regione Campania.

Un precedente metodologico è la Dichiarazione di Friburgo sui diritti culturali. Tale documento, presentato pubblicamente il 7 maggio 2007, non nasceva per affrontare l’intelligenza artificiale, che all’epoca non aveva ancora alcun impatto concreto. Interessa, piuttosto, per la capacità di una dichiarazione di principi, priva di forza legislativa immediata, di ordinare conoscenze, orientare il dibattito e influenzare nel tempo politiche e interpretazioni giuridiche.

LA CARTA DI BENEVENTO IN SINTESI

Che cos’è. Una dichiarazione di principi, titolo completo Principi nell’impiego di intelligenza artificiale in relazione ai beni e alle attività dei patrimoni culturali, che fissa criteri condivisi per l’uso dell’IA su beni, attività e conoscenze dei patrimoni culturali. Appartiene alla soft law: non impone obblighi, orienta legislatori, interpreti, giudici, amministrazioni, istituzioni culturali, imprese e comunità.

Chi e quando. Nasce nell’ambito del PRIN L’intelligenza amministrativa artificiale per l’uguaglianza territoriale (coordinamento nazionale di Vera Fanti); l’unità dell’Università del Sannio, guidata da Pierpaolo Forte, ne ha curato il versante dei patrimoni culturali. Ideata al convegno di Benevento del giugno 2025, è stata discussa e approvata collettivamente all’Università di Chieti-Pescara nel febbraio 2026.

I sette nuclei.
1. Decisioni, l’individuazione dei beni resta a esperti in carne e ossa: trasparenza, motivazione, supervisione umana.
2. Dati, digitalizzazione e metadatazione di qualità: fonti citate, provenienze tracciate, contesti preservati.
3. Creazione, l’autorialità è riconosciuta quando l’apporto umano è determinante, identificabile e verificabile.
4. Riuso, circolazione ampia del dato culturale per ricerca, didattica e creazione; regole eque per gli usi commerciali.
5. Educazione, un’alfabetizzazione all’IA anche umanistica e visiva, capace di riconoscere bias ed esclusioni.
6. Accessibilità e sostenibilità, abbattere le barriere cognitive, oltre che fisiche, senza nuove esclusioni né sprechi, con attenzione agli impatti.
7. Pluralismo, tutela di lingue, dialetti ed espressioni minoritarie contro gli algoritmi dell’uniformità.

Che cosa succede ora. È una versione 1.0 affidata a un gruppo di lavoro permanente: la sperimentazione in sandbox è avviata e può consentire sorveglianza ed attestazioni su metodi, provenienza dei dati, diritti, apporto umano, trasparenza, accessibilità, sostenibilità e coinvolgimento delle comunità.

Perché principi e non regole rigide

La Carta appartiene alla sfera della soft law. Non impone obblighi o divieti come una legge e non pretende di sostituirsi al legislatore. Offre però criteri ai quali legislatori, amministrazioni, istituzioni culturali, imprese e comunità possono riferirsi nella progettazione e nella valutazione dei sistemi.

La scelta della forma per principi risponde a tre principali ragioni. La prima è istituzionale: il gruppo di ricerca non possiede potere normativo e non intende simulare una legge. La seconda è propriamente giuridica: gli ordinamenti contemporanei ricorrono ai principi quando devono governare ambiti complessi nei quali una casistica troppo minuta rischia di essere incompleta e inefficace. La terza riguarda la velocità tecnologica: una norma dettagliata rischia di invecchiare mentre viene scritta. Forte condensa tutto questo in un’immagine: “Oggi siamo coscienti che un legislatore rischia di operare sulla tecnologia come un blocco di gesso: mentre prova a definire una regola, l’oggetto di quella regola sta già scappando avanti, e l’effetto è il paradosso di Achille con la tartaruga”.

Questa impostazione non diminuisce l’ambizione della Carta. Al contrario le consente di proporsi come documento evolutivo, un testo da sottoporre a sperimentazioni, verifiche, correzioni e aggiornamenti. “Quella che vedete è una versione 1.0 – precisa Forte – c’è un meccanismo di tenuta, un gruppo di lavoro con una minima procedura per gestire la Carta e continuare a farla evolvere per quanto sarà necessario”. La vera sfida è costruire un metodo capace di durare mentre strumenti e applicazioni cambiano.

Il punto di partenza: i patrimoni culturali non sono dati neutrali

Nel volume Patrimoni culturali e intelligenza artificiale, curato da Forte e pubblicato nel 2026 da Editoriale Scientifica, accessibile gratuitamente (in open access, una condizione oggi obbligatoria per i prodotti di ricerca sostenuti con fondi pubblici), il problema viene collocato dentro una riflessione più ampia. È difficile delimitare i patrimoni culturali perché essi comprendono oggetti materiali, opere, edifici e collezioni ma anche pratiche, saperi, linguaggi, comportamenti, memorie e tradizioni. È altrettanto difficile ricondurre l’intelligenza artificiale a un oggetto unico perché esistono metodi, modelli generativi, sistemi predittivi, strumenti di classificazione, agenti e applicazioni connesse alla robotica.

“Ciò che sembra indubbio – riflette Forte – è il fatto che i sistemi di AI sono solo alla prima fase della loro esistenza, e che l’adattabilità è una delle loro connotazioni; come per altre rivoluzioni che l’umanità ha conosciuto, anche questa che chiamiamo tecnologica è una transizione evolutiva, un giro della ruota del suo cammino, gettato verso l’ignoto, nel quale proiettare i fantasmi, i mostri, ma anche le possibilità del futuro. Nulla di nuovo, al fondo, anche se, ad ogni giro dell’evoluzione, ci troviamo in possesso e al cospetto di potenze e complessità maggiori, e perciò di maggiori responsabilità, e più difficili impegni, che ci chiamano non solo ad attrezzarci sempre più, ma anche ad ampliare i nostri sguardi”.

Nelle pagine del volume, Forte non sacralizza i beni culturali come oggetti sottratti alla vita ordinaria ma nemmeno li riduce a risorse informative equivalenti a qualunque altro dataset. I patrimoni culturali sono prodotti umani che continuano ad agire nel presente. Quando l’IA interviene su di essi entra nel processo attraverso cui una società stabilisce che cosa ritiene degno di tutela e quale immagine di sé vuole consegnare al futuro, ha a che fare col tanto sapere, le conoscenze, i valori immateriali di cui sono portatori, dato che a venire così messi in moto sono aspetti basilari dell’umano, e i sistemi di AI, poi, da quel serbatoio attingono le logiche operative, i dati, le basi di addestramento, gli input per agire.

Da questa consapevolezza discende la struttura della Carta, articolata in sette nuclei. Il valore del documento sta nel non trattarli come capitoli separati: decisioni, dati, creazione, riuso, educazione, accessibilità e pluralismo sono parti di un medesimo ecosistema culturale.

La decisione finale deve restare umana e motivata

Il primo nucleo riguarda l’individuazione dei beni, la trasparenza e la responsabilità. I sistemi di IA possono aiutare a reperire materiali istruttori, confrontare informazioni, rilevare connessioni e rendere più robuste le valutazioni. Le potenzialità sono enormi: oggi è possibile leggere i papiri di Ercolano senza srotolarli, con ricostruzioni probabilistiche fino a ieri impensabili. La Carta stabilisce tuttavia che la decisione finale sulla dichiarazione di appartenenza ai patrimoni culturali debba essere riservata a persone, dotate delle necessarie competenze e di adeguata esperienza.

Il richiamo riguarda il rischio della distorsione da automazione, il cosiddetto automation bias: un funzionario può essere indotto ad accettare la proposta della macchina proprio perché la potenza di calcolo e l’opacità tecnica rendono difficile contestarla. La supervisione, dunque, deve essere e restare reale. Occorrono valutazioni d’impatto culturale ed etico, audit indipendenti, tracciabilità dell’apporto dell’IA e motivazioni capaci di spiegare criteri, fonti e alternative. “La Carta – spiega Forte – segue l’impostazione che troviamo nella legislazione di tutto il mondo: la prudenza, il tipico atteggiamento dei momenti transitivi in cui c’è un po’ del passato e un po’ del futuro ma non sai bene dove ti trovi”.

La Carta tutela inoltre la partecipazione. Persone, associazioni e comunità patrimoniali devono poter presentare osservazioni e documenti e ottenere una revisione umana. Il patrimonio è anche ciò che una comunità identifica, interpreta e decide di sostenere.

Digitalizzare significa produrre conoscenza

Il secondo nucleo affronta la digitalizzazione e la metadatazione. La riproduzione digitale di un’opera non coincide con l’opera stessa. Nel saggio introduttivo del volume Forte usa una domanda esemplare: “l’immagine digitale della Nascita di Venere di Botticelli è bene culturale quanto e come lo è il dipinto conservato agli Uffizi?” La risposta è negativa, ma proprio questa distinzione apre un problema decisivo: l’oggetto digitale possiede una vita propria, può essere copiato, elaborato, messo in relazione con altri dati e impiegato per addestrare sistemi automatici, può circolare a modo suo, venire manipolato creativamente, e soprattutto è un veicolo di conoscenza, ha un valore non solo economico, ma cognitivo, documentale e testimoniale.

Una digitalizzazione superficiale consegna alle macchine materiali poveri e decontestualizzati. Per questa ragione la Carta chiede che ogni oggetto digitale venga corredato di informazioni su provenienza, datazione, contesto, interpretazioni, attendibilità e relazioni.

Forte individua anche il rischio di un’autofagia informativa: contenuti generati dall’IA rientrano nei circuiti di addestramento, vengono appresi da altri sistemi e ricompaiono come se fossero fonti autonome. Nel settore culturale, dove un errore può alterare l’attribuzione di un’opera o la rappresentazione di una comunità, la provenienza dei dati non è un dettaglio tecnico ma una garanzia pubblica.

L’autorialità non scompare ma deve essere dimostrabile

La parte sulla creazione è fra le più avanzate del documento. La Carta riconosce che i sistemi generativi possono concorrere alla produzione di opere originali e culturalmente rilevanti. Non adotta quindi una posizione proibizionista, stabilisce però che l’autorialità e i relativi diritti debbano essere riconosciuti quando l’intervento umano determina scelte espressive fondamentali, identificabili, verificabili e non sostituibili.

La valutazione non può limitarsi all’ultimo comando impartito al sistema. Deve considerare l’intera filiera: individuazione delle finalità epistemiche, selezione e cura dei dati, scelta tra gli output, modifiche e definizione finale. La Carta propone la dichiarazione dell’uso dell’IA, parametri più chiari per valutare l’apporto umano, e invoca un equo compenso per l’impiego di opere protette nell’addestramento e strumenti indipendenti capaci di attestare la genuina umanità della creazione.

In sintesi, l’autore deve poter riconoscere sinceramente l’opera come propria pur dichiarando l’uso della macchina. Non basta appropriarsi dell’output: occorre avere escogitato, indirizzato, controllato e fatto proprio il risultato. Tale posizione è importante perché evita sia il mito romantico della creazione senza influenze sia la dissoluzione dell’autore dentro il sistema tecnico. “Il confine è il fatto che l’autore dica: è mio. – sempre Forte – Nessun artista, in realtà, è un essere primo al mondo, che crea senza alcuna influenza di quello che è accaduto nei millenni precedenti: anche con l’opera fatta a mano l’artista dice ‘è mia’, ma dentro c’è un universo di cose altrui. Tradurre questo in norma è uno degli impegni che bisogna affrontare, e la Carta di Benevento può molto aiutare”.

Il documento distingue inoltre l’opera dal prodotto automatico d’impresa, anche quando sia in qualche modo “creativo”. I risultati generati integralmente da sistemi automatizzati per finalità commerciali devono essere trattati come merci o beni industriali, senza poter accedere alle protezioni e agli incentivi riservati alla creazione culturale. Al tempo stesso la Carta chiede tutela per i prodotti artigianali integralmente dovuti al lavoro umano e il divieto degli utilizzi appropriativi della cultura liberamente accessibile.

Il patrimonio digitale deve circolare

Il quarto nucleo riguarda il riuso degli elementi immateriali e delle conoscenze. Il dato culturale è generalmente non rivale: l’uso di una riproduzione digitale non impedisce ad altri di utilizzarla. Applicare automaticamente al digitale lo stesso regime di scarsità dell’oggetto materiale può limitare ricerca, didattica e creatività senza produrre un beneficio pubblico equivalente.

La Carta propone un riuso ampio per la ricerca scientifica ad accesso aperto, l’insegnamento, la critica, la creazione e gli impieghi personali non lucrativi, nel rispetto dei diritti d’autore. Chiede inoltre uffici pubblici specializzati capaci di valutare le proposte degli operatori economici, agire sul mercato e reinvestire i ricavi nella tutela, nella fruizione e nell’ampliamento del patrimonio pubblico.

In buona sostanza, non basta rendere i dati disponibili, occorre governarne la valorizzazione. In assenza di competenze pubbliche appropriate le istituzioni sostengono i costi della conservazione e della pubblica fruizione, mentre piattaforme e intermediari catturano il valore economico e informativo generato dai contenuti culturali, e ciò va impedito quando si tratti di una appropriazione, che reintroduce, di fatto, la rivalità.

È un terreno che chi accompagna imprese e amministrazioni nei processi di crescita conosce bene: tra il principio e la sua attuazione corre quasi sempre la distanza di una competenza mancante. La partita della valorizzazione digitale si vince, o si perde, dove qualcuno sa leggere un bando, costruire un partenariato, misurare l’impatto di un progetto. È lì che i principi della Carta troveranno, o non troveranno, le gambe per camminare.

L’educazione all’IA deve essere anche umanistica e visiva

La Carta dedica un’intera sezione all’educazione. L’alfabetizzazione non può ridursi alla capacità di utilizzare un’applicazione o di scrivere un prompt. Sono necessarie competenze scientifiche, matematiche e ingegneristiche ma anche storia, filosofia, diritto, linguistica, estetica e capacità critica. L’obiettivo è riconoscere bias, falsità, effetti di esclusione e conseguenze etiche, e conservare il protagonismo umano anche usando AI in ogni modo.

Particolarmente originale è il richiamo alla comprensione delle immagini. Se nella seconda metà del Novecento la comprensione del testo è diventata una competenza fondamentale, l’ambiente digitale richiede oggi di interpretare criticamente fotografie, video, ricostruzioni e contenuti sintetici. La storia dell’arte e i patrimoni culturali non sono ambiti da difendere passivamente dall’IA: costituiscono, anzi, uno dei principali repertori attraverso cui educare alla lettura del visibile, giacché vedere è, in qualche modo, pensare.

Emerge in questa dorsale educativa uno dei primi effetti concreti che la Carta può produrre. I sistemi stanno diventando strumenti di uso universale: sono già impiegati da centinaia di milioni e presto lo saranno da miliardi di persone. Il problema sarà quindi la qualità culturale degli utilizzatori e delle istituzioni che ne definiscono gli scopi. “A brevissimo vedremo cambiare i programmi scolastici di ogni grado – prevede Forte – e gli insegnamenti universitari stanno già mutandosi per inglobare le intelligenze artificiali”.

Dalle barriere fisiche alle barriere cognitive

Il sesto nucleo unisce accessibilità e sostenibilità. L’IA può ridurre distanze, tradurre contenuti, personalizzare percorsi, sostenere persone con disabilità e accompagnare il visitatore sulla base delle sue conoscenze. Ma l’accesso fisico non coincide con l’accesso culturale. Una persona può entrare in un museo e non riuscire a stabilire alcun dialogo con ciò che vede. Gli assistenti alla visita – già in campo anche grazie ai fondi del PNRR – possono allora aggredire le barriere cognitive adattando linguaggio, profondità e sequenza delle informazioni senza ridurre l’opera a una semplificazione distorsiva. “C’è una marea di gente che, anche se entra in contatto col patrimonio culturale nelle sue varie forme, non lo comprende, non ne viene colpito, e non di rado questo è dovuto a un’incapacità di entrare in dialogo con lil bene. – osserva Forte – Questa è la nuova frontiera della riduzione delle disuguaglianze”.

La Carta chiede che i progetti siano valutati anche sul piano ambientale, economico, istituzionale, culturale e cognitivo. Un’applicazione sofisticata ma energivora, fragile, non mantenibile o incapace di trasmettere conoscenze non è automaticamente innovativa. La tecnologia deve essere proporzionata alla finalità culturale e progettata per non creare nuove esclusioni.

Difendere lingue e culture minoritarie dagli algoritmi dell’uniformità

L’ultima sezione è dedicata a lingue, idiomi, dialetti e pluralismo culturale. I modelli linguistici funzionano meglio dove dispongono di grandi quantità di dati. Le lingue in pericolo, le varianti locali e le espressioni minoritarie rischiano di essere comprese male, tradotte in modo approssimativo o escluse dalle raccomandazioni.

La Carta chiede che l’IA venga orientata alla documentazione, conservazione e accessibilità delle lingue in via di estinzione e delle conoscenze indigene.

Qui il legame con le disuguaglianze territoriali è immediato. Se i modelli apprendono quasi esclusivamente dai contenuti prodotti dai grandi centri, ciò che appartiene ai territori minori diventa meno visibile. Ed essendo meno visibile viene meno utilizzato. Ed essendo meno utilizzato scompare progressivamente dagli output futuri.

L’IA per i patrimoni e i patrimoni per l’IA

La Carta condensa in forma normativa e programmatica il lavoro teorico sviluppato nel volume Patrimoni culturali e intelligenza artificiale.

Il saggio introduttivo di Forte offre la chiave dell’intero progetto attraverso un doppio movimento: l’IA per i patrimoni culturali e i patrimoni culturali per l’IA. Nel primo caso i sistemi aiutano a individuare, conoscere, catalogare, restaurare, proteggere e rendere accessibili le opere. Nel secondo sono i patrimoni a fornire alle macchine dati, immagini, linguaggi, strutture narrative e conoscenze.

Questo rovesciamento è uno dei risultati più fecondi della ricerca. La qualità dei dati culturali diventa una questione pubblica perché i modelli futuri dipenderanno da ciò che oggi viene digitalizzato e reso reperibile. Forte parla di “tragedia dei Big Data”: l’IA apprende gratuitamente da un serbatoio sterminato ma grossolano e con poche garanzie di attendibilità, mentre i dati culturali di qualità restano vincolati, e ciò che i territori non riescono a immettervi scompare dagli output perché spesso non viene colto tra gli input. Da qui deriva l’idea di un’IA distributiva capace di colmare vuoti, superare barriere e ampliare il serbatoio culturale dal quale i sistemi apprendono.

Il suo è un pensiero particolarmente prezioso per l’Italia. Il Paese possiede un patrimonio diffuso formato da archivi locali, paesaggi, tradizioni, collezioni minori, attività artigianali e lingue territoriali. Senza un metodo la transizione digitale rischia di rafforzare chi dispone già di risorse, competenze e visibilità. La Carta prova a costruire condizioni affinché la tecnologia diventi uno strumento di riequilibrio.

Dalla Carta alla certificazione

Lo sviluppo più ambizioso riguarda la trasformazione dei principi in uno standard verificabile. L’idea è quella di forme di accompagnamento capaci di attestare che un prodotto o servizio culturale realizzato con l’IA rispetta condizioni relative a provenienza dei dati, diritti, apporto umano, trasparenza, accessibilità, sostenibilità e coinvolgimento delle comunità. “Prima di arrivare a presentarla come un vero standard dobbiamo verificarla in laboratorio, dobbiamo fare sandbox e abbiamo cominciato a farlo, – spiega Forte – pensiamo proprio che un meccanismo di sorveglianza, verifica e attestazione si possa costruire”.

La necessità di questa certificazione riconduce, ancora una volta, alle disuguaglianze territoriali. I grandi musei e le istituzioni centrali dispongono (anche se non sempre) di competenze, risorse e capacità negoziali. Un piccolo comune, un archivio locale o una comunità che custodisce una tradizione immateriale spesso non possiedono gli strumenti per digitalizzare correttamente, costruire metadati, governare i diritti e dialogare con le piattaforme, e con chi le offre al mercato.

È qui che il mondo dell’accompagnamento tecnico e della consulenza viene, implicitamente, chiamato in causa: tradurre principi e metodologie in strumenti maneggiabili, dossier di candidatura, metriche d’impatto, percorsi di attestazione, alla portata anche di chi non dispone di una direzione scientifica interna. La sfida della certificazione, del resto, non è inedita per chi da tempo misura ciò che sembra immisurabile, dai bilanci sociali alle attestazioni etiche, per renderlo credibile agli occhi del mercato.

Se la Carta riuscirà a formalizzare metodologie utilizzabili anche dove manca una grande figura capace di guidare ogni passaggio, potrà produrre un effetto strutturale: rendere visibili contenuti oggi marginali, inserirli nel circuito della conoscenza digitale e consentire ai territori di usare l’IA senza perdere il controllo della propria identità. “Soprattutto nei territori minori non sempre hai il grande statista, il grande pensatore, il grande artista o la grande figura che possa guidare un percorso con tutte le cautele che questo richiede. – riconosce Forte – Se avrà fatto bene il suo lavoro, da qui a cinque anni la Carta avrà prodotto dei metodi che verranno impiegati sui patrimoni culturali”.

Più potenza, più responsabilità

La Carta di Benevento non chiude il dibattito sull’intelligenza artificiale e la cultura, ne definisce però con grande chiarezza livelli corretti, o almeno taluni tra essi. Il contributo di Pierpaolo Forte consiste nell’aver costruito un ponte tra discipline che troppo spesso procedono separate. Il giurista non si limita a chiedere regole, lo studioso dei patrimoni non si limita a difendere l’esistente, l’amministratore non si limita a cercare efficienza. Dalla loro convergenza nasce un programma: usare le intelligenze artificiali per ampliare le capacità umane senza lasciare che siano i sistemi a definire, da soli, il valore culturale.

L’appuntamento, ora, è con la prova dei fatti: la sandbox, le prime applicazioni, la possibile certificazione. Se l’esperimento riuscirà, tra qualche anno non parleremo più della Carta come di una dichiarazione di principi ma come del momento in cui l’Italia ha cominciato a governare, invece di subire, l’incontro tra le sue memorie e i programmi che imparano.

Una contiguità di visione

Chi scrive osserva la Carta di Benevento da una prospettiva particolare, ed è bene dichiararla: quella di chi, per mestiere, accompagna imprese e amministrazioni nei processi di crescita, nella convinzione che la cultura non sia un ornamento del fare impresa ma una leva strategica, il luogo in cui una comunità economica decide chi è e che cosa vuole diventare. È la stessa convinzione che la Carta eleva a principio regolatore quando afferma che i patrimoni culturali non sono dati neutrali, ma la materia con cui una società costruisce la propria memoria.

La contiguità non è soltanto concettuale. Chi lavora ogni giorno tra Napoli e le aree interne del Mezzogiorno riconosce nella ricerca da cui la Carta è nata, quella sulle disuguaglianze territoriali, il proprio stesso orizzonte: tecnologie e capitali, senza metodo, premiano chi è già forte; con un metodo, diventano strumenti di riequilibrio. E l’idea di una certificazione capace di attestare provenienza dei dati, apporto umano e coinvolgimento delle comunità descrive un lavoro paziente che l’etica d’impresa conosce da tempo e che i patrimoni culturali attendono.

Il resto lo dirà la pratica. Questo spazio porta nel nome un’antica preferenza per i fatti rispetto alle parole, e la Carta di Benevento si trova oggi esattamente su quella soglia. Continueremo a seguirla, convinti che un patrimonio non si custodisca soltanto: si agisce.

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