Skip to content Skip to footer

Nella morsa dei divari italiani. Intervista a Fabrizio Barca

Le grandi sfide del presente si scontrano con un’impreparazione complessiva degli apparati statali e con una serie di errori che peseranno sullo sviluppo del Paese. Unici rimedi sono il monitoraggio delle reali esigenze dei territori e l’emergere di straordinarie iniziative dal basso.

 

di Roberta Morosini

 

Fabrizio Barca, statistico ed economista, oggi coordina il Forum Disuguaglianze Diversità. Ministro per la Coesione territoriale nel Governo Monti, ha insegnato in Università italiane e francesi ed è autore di molti saggi e volumi fra cui, per ultimi, in dialogo con Fulvio Lorefice, Disuguaglianze Conflitto Sviluppo e Disuguaglianze e conflitto, un anno dopo, entrambi editi da Donzelli. Barca si interroga su una politica che sia artefice di una trasformazione all’altezza delle sfide del presente, provando a individuare i nodi e le direttrici principali della contemporaneità. L’intervista è l’occasione per parlare del suo ultimo volume e delle scelte compiute dalle istituzioni europee e nazionali in tema di sviluppo economico e territoriale.

 

Professor Barca, nel suo ultimo libro lei accusa senza mezzi termini che sul Pnrr l’esecutivo guidato da Mario Draghi sia stato segnato da una preoccupante continuità con il Governo precedente. Una delle cause risiederebbe nel fatto che molti progetti, da cui il Pnrr è partito, risultassero già superati. Ce ne sono a cui si riferisce in particolare? Per esempio, sulle grandi infrastrutture già previste prima del Piano, come la Napoli-Bari?

«Nel libro parlo di continuità del Governo Draghi, ma anche positiva, per esempio la continuità sui vaccini, perché il precedente si mosse in maniera relativamente appropriata rispetto ad altri Paesi. Sulla continuità preoccupante è vero che il Pnrr era partito male, “appiccicando” sottomissioni strategiche europee appropriate, ma senza nessuna capacità di nazionalizzarle. Andava calato nel contesto italiano, anziché riempirlo di progetti già esistenti, con la dominante preoccupazione di non avere il tempo per un ragionamento strategico. Cosa che non si è mai fatta. Una massa di progetti slegati e con risultati per alcuni aspetti negativi. Lei chiede anche qualche esempio? Il Governo precedente non aveva usato nessun metodo partecipativo, cioè non aveva tentato di raccogliere i saperi da quella miriade di fermenti sociali e imprenditoriali che c’è nel Paese e il Governo successivo ha continuato così. Altro esempio è sulla rete di educazione, dove abbiamo perso molte occasioni. Gli interventi sulla scuola avrebbero dovuto seguire una metodologia estratta da esperienze interessanti dell’intero Paese, segnate da un forte legame e da ciò che avviene dentro le mura della scuola e cosa viene fuori delle mura. Se devi recuperare un quattordicenne non puoi farlo solo dentro le mura e caricarlo sulla scuola. Decine di esperienze del Paese ci dicono come fare, producono anche effetti riducendo la povertà educativa, coinvolgendo gruppi di studenti, ma anche singoli studenti. Questo metodo è stato suggerito al Governo che non l’ha preso in considerazione, non lo ha fatto suo e quindi i fondi continuano a essere spesi per fare lezioni aggiuntive. È positivo, ma non cambia la curva, non lasciano un segno.

Altro punto debole: un terzo o, meglio, quasi la metà del Paese è lontano dai centri di servizi. Le abbiamo chiamate aree interne del Paese. La metodologia da seguire è quella delle coalizioni fra Comuni con obiettivi strategici che intermediano i cittadini e che collegano saperi locali e saperi globali. In una battuta, quella che in tutto il mondo si chiama approccio delle politiche rivolte alle persone sensibili alle persone. Pur utilizzando l’espressione area interna che compare continuamente nel Pnrr, si è adottata la metodologia opposta. Si è tornati alla logica dei bandi competitivi che hanno visto piccoli Comuni contro altri piccoli Comuni. Non solo non hanno favorito le coalizioni, ma hanno prodotto il risultato che abbiamo poca attenzione alla robustezza amministrativa, tecnica e delle competenze dei Comuni vincitori. Sono proseguiti i finanziamenti di interventi nelle aree urbane sulla base di gerarchie di potere, selezionando graduatorie a tavolino, cioè punteggi senza interazione fra il centro e questi luoghi, senza la consapevolezza che il risultato è quello di finanziare operazioni molto dubbie. In ultimo il 110%. È stato peggiorato dal susseguirsi di emendamenti che hanno reso confusi i soggetti, fino a un emendamento che ha scatenato la domanda perché ha abolito le iniziali restrizioni. Era un bel provvedimento, il primo bonus per il rinnovamento degli edifici che non escludeva i più poveri perché prevedeva la trasferibilità del credito. Aveva indubbiamente dei punti deboli: ad esempio, consentiva questo anche ai più ricchi, ma invece di correggere questi punti è stato peggiorato. Ultima cosa positiva avvenuta durante il Governo Draghi, l’alt di fatto al Ponte sullo Stretto, attraverso l’avvio di una fattibilità che confrontava l’ipotesi del ponte tra Sicilia e Calabria con soluzioni ingegneristiche alternative. Provvedimento che è stato immediatamente modificato dal Governo Meloni».

 

Prendendo a prestito il lavoro svolto da ForumDd (Forum Diseguglianze Diversità, ndr), il documento del 2022 fissava tra le priorità l’attenzione “ai metodi di reclutamento e formazione dei funzionari pubblici, come condizione di ogni scossa alla vetusta macchina pubblica italiana”. È inoltre esplicita missione del Pnrr. Quello che emerge, quindi, è che senza questa “scossa” non ci sia governance del Piano che tenga e che il problema della pubblica amministrazione non risieda solo nelle risorse a essa destinate, ma più in generale al reclutamento e alla formazione del suo personale. È corretto?

«Risposta breve: sì, assolutamente sì. Qui sappiamo esattamente come fare e non ce lo dice la teoria, ce lo dicono le esperienze. Quindi noi abbiamo raccolto delle esperienze di reclutamento migliori in Italia. Da Bergamo a Bassano del Grappa, dalla città di Bologna all’Asl 1 del Lazio. Pezzi di amministrazione pubblica che hanno selezionato con i requisiti giusti: primo, devi sapere cosa gli vuol far fare. Può sembrare starno ma se leggi nella maggior parte dei bandi di reclutamento, molto spesso l’amministrazione non ha capito cosa far fare al personale; secondo, avere delle commissioni di selezione motivate e di alta qualità; terzo, prevedere che accanto all’esame dei curricula dei lavori precedenti, ci sia una fase importante di messa alla prova attraverso un colloquio, utilizzando anche l’intelligenza artificiale. Serve una Pa che sappia interagire con le persone e che sappia dialogare con i territori. Una critica rivolta a questo metodo è che, se fai tutto questo, serve troppo tempo. Non è vero. Né durante, né prima, né dopo. Perché se lo fai bene non hai ritardi, non hai ricorsi. Per l’Aquila, durante il Governo Monti ci mettemmo 150 giorni a fronte di 16mila domande. Ovviamente per poterlo fare manca un ultimo ingrediente. L’entrata che deve essere accompagnata. C’è un bellissimo libro di Michele Bertola, che è stato segretario generale di tanti Comuni d’Italia, che ha messo queste storie in un volume di racconti. C’è bisogno di trasmissione intergenerazionale, per fare questo devi selezionare persone che abbiano l’intelligenza e anche la capacità di interagire con gli altri. Nulla di questo è stato fatto, nulla».

 

Lei ha ritenuto un atto dovuto la discontinuità emersa con il Governo Meloni sulla revisione del Pnrr. Si intuisce, neanche troppo velatamente, che lei reputi i recenti ritardi di esecuzione sulla terza e quarta tranche di risorse, figlie di un difetto originario del Piano, anziché dell’incapacità dell’attuale Governo. O siamo di fronte a una paralisi dovuta a entrambi i fattori?

«Avrebbe aiutato la trasparenza, la consapevolezza dei problemi che c’erano e avrebbe consentito la discussione su cosa e come aggiustare in corso d’opera. Gli unici che sanno dove e come spendere sono i territori. A cui era stato affidato sin dall’inizio circa il 50% della spesa. Ma sono gli stessi che hanno due tipi di problemi: alcuni con le scadenze di spesa, non essendo stato fatto un processo di rafforzamento e di accompagnamento, specie nei Comuni meno forti; ad altri hanno tolto le risorse dalla mattina alla sera. Nessuno ha discusso il criterio con cui sono state tolte, chi ne ha discusso? Spendere vuol dire comunque iniettare risorse nell’economia. Salari, profitti, rendite. Ma se io spendo e non modifico la qualità dei servizi non arriveremo mai alla condizione, per esempio, della Francia. Nella quale i cittadini vengono informati di avere acquisito il diritto di avere un’infermiera che venga ad aiutare la vecchia madre, che ha avuto un piccolo intervento, mentre in Italia bisogna […]

 

Puoi continuare a leggere gratuitamente quest’articolo a pagina 4 dell’ultimo numero cartaceo di Acta non verba.

 

 

 

 

 

 

Sign Up to Our Newsletter

Be the first to know the latest updates

Iscriviti per ricevere maggiori informazioni