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Servizio civile universale: il gran goal del Pnrr

Investire sul servizio civile universale significa valorizzare le politiche attive giovanili nella partecipazione alla società civile. Un’occasione formativa di alto valore civico che è stata correttamente intercettata dal nostro Recovery Plan, come ci spiega Lorena Gobbi del Consorzio Veneto Insieme.

di Alessandro Battaglia Parodi

 

Il Pnrr è riuscito a introdurre in un contesto educativo non formale, quale è il servizio civile, una serie di azioni sinergiche tra il Ministero per le Politiche giovanili, il Ministero dell’Istruzione e quello dell’Università e della ricerca, con la collaborazione del Dipartimento per la trasformazione digitale. L’obiettivo non è soltanto rafforzare l’esperienza della cittadinanza attiva dei giovani come strumento di inclusione sociale, ma anche sostenere le competenze digitali di tutti i cittadini e supportare le fasce della popolazione a maggior rischio di subire le conseguenze del digital divide. Di queste sinergie ci parla Lorena Gobbi, responsabile dell’area servizio civile del Consorzio Veneto Insieme che raggruppa una quarantina di cooperative sociali ed è impegnato in prima linea sul fronte della selezione e formazione dei volontari nell’ambito del servizio civile, universale e regionale.

 

L’inserimento del Servizio civile universale nel Piano nazionale di ripresa e resilienza è un bel risultato perché farà emergere il lavoro di rete di molte realtà come la vostra. In altri Paesi europei non è proprio così…
«L’inserimento del servizio civile universale nel Pnrr è una scelta italiana, che nasce dallo sviluppo delle potenzialità dell’esperienza del servizio civile e dalle opportunità che esso offre in termini di “occupabilità”. Nel Pnrr sono previsti 250 milioni di euro per il potenziamento del servizio civile in aggiunta ai 400 già in essere, per un totale di 650 milioni. Queste risorse, alle quali si aggiungono i 150 milioni dei fondi strutturali e di investimento europei Sie e Pon, sono la base per potenziare questo strumento di formazione e integrazione dei giovani nel tessuto economico del Paese. Il ruolo di questi fondi ha due direttrici chiare che corrispondono alle esigenze impellenti della digitalizzazione e della transizione ecologica».

 

Relativamente ai fondi europei, come si sta muovendo la Consulta nazionale per il servizio civile e che cosa suggerisce in merito il Documento di programmazione economico finanziaria del Dipartimento per il 2021?
«L’analisi del contesto in cui si inserisce il Piano 2021 ha preso in considerazione diverse dimensioni, in parte interconnesse le une con le altre. Sto parlando degli esiti del primo anno di sperimentazione della nuova programmazione e della rinnovata realtà del sistema servizio civile con l’entrata a regime del nuovo Albo degli enti di servizio civile universale. A questo si aggiungano gli effetti dell’emergenza Covid-19 sul sistema servizio civile e nel più ampio contesto del Paese, come pure le linee programmatiche del Governo. Lo sforzo è di mantenere le risorse finanziare stabili che portino all’universalità, intesa non solo come accesso all’esperienza, dal momento che le domande di partecipazione sono molte di più dei posti disponibili, ma anche all’universalità dei luoghi e degli ambiti in cui è svolto. Lo strumento finanziario si chiama Next Generation non per caso».

 

Un modo per reperire questi fondi è quindi stato quello di collegare il servizio civile ai progetti di altri Ministeri?
«Questa è stata una via. Il servizio civile può essere uno strumento cruciale per favorire la transizione ecologica del Paese perché i giovani non sono solo nativi digitali ma hanno una sensibilità molto più forte ai problemi ambientali. Attraverso un servizio civile per la transizione ecologica tanti giovani potranno impegnarsi nella salvaguardia ambientale, nell’adozione e diffusione di buone pratiche ecologiche e nella cura dei nostri beni ambientali e paesaggistici. Per la realtà del consorzio Veneto Insieme il servizio civile diventa un’ulteriore opportunità per impostare la propria proposta di valore in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, avviando processi di valutazione dell’impatto sociale delle proprie attività sul territorio, valorizzando tale impatto attraverso gli strumenti di rendicontazione sociale realizzando, tramite le realtà partner azioni di responsabilità sociale d’impresa».

 

La pandemia ha accelerato un cambiamento che era già in atto?
«Direi di sì. L’emergenza Covid-19 ha messo ancor più in evidenza come i giovani costituiscono una risorsa indispensabile e vitale per il progresso culturale, sociale ed economico del Paese. Durante l’emergenza i giovani del servizio civile hanno dimostrato grande resilienza sapendo adattarsi alle contingenze con flessibilità e non si sono tirati indietro pur in un periodo difficilissimo. Anche nella nostra rete di cooperative sociali sono stati 60 i giovani che hanno continuato il loro servizio civile in progetti di assistenza e di educazione nell’ambito della disabilità adulta, della salute mentale, delle dipendenze, degli anziani, degli stranieri, delle persone in stato di grave marginalità, dei minori in difficoltà, sapendosi reinventare nelle aspettative e nelle modalità di sostegno alle persone fragili. Il prossimo 24 giugno altri 65 operatori volontari inizieranno la nuova progettualità di servizio civile universale all’interno delle cooperative sociali e degli enti pubblici che afferiscono al servizio».

 

Ci spieghi qual è la differenza tra Servizio civile universale ordinario e quello digitale.

«Il servizio civile digitale non è altro che un ambito specifico di attuazione del servizio civile universale che valorizza il ruolo dei giovani in chiave di “facilitatori digitali”. Un modo concreto per realizzare due specifici obiettivi dell’Agenda 2030, che sono alla base della programmazione del servizio civile universale, vale a dire fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e un’opportunità di apprendimento per tutti, come contenuto nell’Obiettivo 4, e ridurre l’ineguaglianza all’interno di ogni Paese e fra le singole Nazioni, come espresso dall’Obiettivo 10. I giovani volontari del servizio civile saranno formati per operare sul territorio, nei quartieri, nelle comunità locali e negli spazi pubblici per aiutare coloro che hanno bisogno di supporto nell’utilizzo delle tecnologie e prendere confidenza con i nuovi servizi digitali della Pubblica amministrazione. Il servizio civile digitale si inserisce infatti in un programma quadro che ha diverse finalità, dal rafforzamento delle competenze digitali e del capitale culturale degli operatori volontari che si pongono come “facilitatori digitali”, allo sviluppo delle competenze digitali dei cittadini tramite specifici percorsi educativi. Un iter che coinvolge anche gli stessi enti di servizio civile universale che aderiranno all’iniziativa, attraverso percorsi di capacity building. L’obiettivo è infatti il sostegno all’inclusione digitale come parte integrante dei servizi di assistenza rivolti alle comunità o a particolari categorie di persone».

 

Lo scorso 12 maggio è stato pubblicato l’Avviso agli enti per la presentazione di programmi di intervento sul Servizio civile digitale, per i primi 1.000 posti, e ogni ente accreditato può presentare un programma, con impiego massimo di 40 posizioni, se opererà su più Regioni. Si tratta di un Avviso innovativo, perché contiene le linee guida a cui gli enti devono rifarsi.
«Certo, è molto innovativo. E credo proprio che il percorso fatto fino a oggi nel servizio civile ci permetta di leggere e affrontare gli ostacoli non come limiti o impedimenti ma come opportunità. In questo bando sperimentale le opportunità che si stanno delineando sono molte. Si parte a livello nazionale da una collaborazione e condivisione di obiettivi tra il Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale e il Dipartimento per la trasformazione digitale. Insieme con l’obiettivo di sostenere la transizione digitale coinvolgendo attivamente realtà che operano nel territorio e facendo leva sui giovani. Sono loro infatti che vivranno il Paese del futuro, e nel servizio civile tocchiamo con mano ogni giorno la loro voglia di mettere in gioco per migliorarlo. Favorire l’utilizzo dei servizi pubblici digitali da parte di tutti i cittadini, riequilibrare le disparità sociali, formare i giovani e investire sulle loro competenze, sono questi i principali obiettivi del programma quadro che vuole contrastare il cosiddetto “divario digitale”. Il facilitatore digitale è una figura chiave per l’efficace dispiegamento di interventi di inclusione digitale. Gli operatori volontari avranno 38 ore di formazione erogate dal Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, coadiuvato dal Dipartimento per la trasformazione digitale. Diventando facilitatori digitali potranno contribuire all’utilizzo consapevole e responsabile delle nuove tecnologie, e aiutare a rendere possibile il godimento dei diritti di cittadinanza attiva per tutti».

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