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Il vino premium che certifica la parità di genere

Antonella Di Tonno

Antonella Di Tonno, titolare della Tenuta Talamonti, ha creato un’azienda vinicola puntando sull’innovazione tecnologica, su dipendenti giovani e sulle donne grazie alla misura Più Impresa di Ismea. E i risultati sono vincenti.

 

di Andrea Ballocchi

 

E pensare che Antonella Di Tonno sognava di diventare una correttrice di bozze. Invece è diventata una delle imprenditrici del settore vitivinicolo e agricolo più lungimiranti per scelte e risultati. Un percorso di successo basato sull’innovazione tecnologica e sul valore del capitale umano che oggi la porta a inaugurare un nuovo capitolo, grazie al finanziamento per 1 milione di euro ottenuto da Ismea per realizzare una cantina di vino biologico di alta gamma tramite la misura Più Impresa.

Antonella Di Tonno è la titolare delle Tenute Talamonti di Loreto Aprutino, nel pescarese, dove è anche responsabile abruzzese di Coldiretti donne impresa. Ed è il perfetto esempio di una tendenza in atto e che vede crescere la quota di donne a capo di imprese agricole e, in generale, nel settore agricolo. Secondo Eurostat le imprese italiane a guida femminile costituiscono infatti il 31,5% del totale nazionale, una percentuale superiore alla media europea (29%).

Oltre ad Antonella Di Tonno, nell’impresa (composta da due realtà, la vitivinicola Tenuta Talamonti e la società agricola I Lauri) sono presenti diverse rappresentanti femminili: «siamo la prima azienda vitivinicola», spiega la titolare, «certificata a livello italiano con standard europeo Geeis (gender equality european & international standard), per la parità di genere». Non solo: nell’impresa abruzzese si punta forte su metodi e tecnologie Industria 4.0, sull’assunzione di giovani, e la maggior parte dei dipendenti è under 30, con scelte spesso contro corrente. Proprio questa propensione a pensare “fuori dal coro” hanno portato una realtà nata quasi come una scommessa a essere un’azienda capace di produrre 1,5 milioni di bottiglie di vino l’anno, l’85% delle quali destinate all’estero e che conta su diversi dipendenti e tre aree manager internazionali: a Londra, a Bangkok e in Colombia.

 

Antonella, ci racconta il suo percorso professionale che l’ha portata dal settore umanistico alla viticoltura?

«Il mio percorso era orientato in una direzione totalmente opposta a quella attuale. Ho svolto un percorso di studi inizialmente più tecnico in cui mi sono distinta per le mie capacità a livello matematico. Fui inserita tra i migliori 300 studenti in Italia per un corso indetto dalla Normale di Pisa. Però non lo feci, attratta com’ero dalla letteratura e dal piacere di leggere. Mi sono laureata in Scienze della comunicazione e il mio desiderio era diventare una correttrice di bozze. Avevo anche cominciato anche un corso di formazione per una casa editrice nel mio corso di studi alla Sapienza di Roma. Poi, però, avvenne un fatto destinato a cambiare la mia vita. Alla fine degli anni Novanta, mio padre, imprenditore nel settore edile, fu coinvolto in un progetto di investimento nel territorio nel quale vivo, a Loreto Aprutino, per realizzare un’azienda vitivinicola composta da circa 21 soci, tutti uomini, spinti dalla passione per un territorio particolarmente vocato, in cui è attivo uno dei protagonisti della viticoltura mondiale. Mio padre riservò per me una quota del 5%, coinvolgendomi nel progetto imprenditoriale in cui successivamente sarei divenuta partecipante attiva in qualità di socia. Così cominciai a partecipare ai Cda a 22 anni».

 

Come è nata la sua avventura imprenditoriale?

«L’azienda ha vissuto una fase di startup molto complessa per un finanziamento (agevolazioni per le aree sottoutilizzate ex Legge 488/92, ndr) non ottenuto, causato da una carenza dal punto di vista della strategia commerciale che ha portato poi all’azzeramento del capitale sociale e alla scelta dei soci di non ricapitalizzare. Io e mio padre, gli unici a credere nell’opportunità di ricapitalizzare, restammo soli. All’epoca avevo conosciuto quello che poi divenne mio marito (e socio), Rodrigo Redmont, statunitense, già attivo nel mondo del vino. Così quella che veniva considerata un po’ da tutti una missione impossibile, ovvero il progetto imprenditoriale nelle mani di una donna giovane inesperta non solo non è fallito, ma si è trasformato in un progetto vincente».

 

Quali sono i motivi di questo successo ormai ventennale?

«Sono due le caratteristiche fondamentali alla base della buona riuscita del progetto. La grande capacità di innovare, a livello tecnologico e nei processi organizzativi. Questo è un elemento che ci contraddistingue da sempre ed è un motivo di orgoglio. Fino a qualche anno fa, prima che le crisi climatiche ed economiche colpissero anche l’agricoltura, parlare di innovazione tecnologica nel settore vitivinicolo non era granché considerato. Ciò era dovuto al fatto che il mondo vitivinicolo italiano si basa su una visione tradizionale, su una modalità artigianale di produrre vino, su una visione “romantica” che risulta, alla lunga, poco efficace. La seconda caratteristica che ci contraddistingue è che crediamo nel valore del capitale umano. L’inclusione e la gender parity sono parte del nostro Dna e su di essa abbiamo anche la certificazione europea Geiss sulla parità di genere e l’inclusione. Facciamo quindi regolarmente attività di welfare perché ci crediamo profondamente».

 

E quali difficoltà avete incontrato?

«L’azienda vitivinicola Talamonti, ai suoi esordi, non aveva vigneti. Quelli iniziali erano di proprietà dei soci. Dal momento in cui sono usciti dalla società, io e mio padre ci siamo trovati sprovvisti di terra. Questa è stata la prima grande sfida. Nel 2009 abbiamo costituito una delle due società agricole di proprietà mia e di mio marito, cominciando a investire in terreni agricoli vitati o da vitare. Da quelle iniziali difficoltà siamo arrivati a contare, oggi, su un’impresa che produce 1,5 milioni di bottiglie di vino l’anno esportate in circa 70 Paesi. Quello che era un punto debole, l’inesperienza, si è tramutato in un elemento di forza perché siamo riusciti a guardare a questo settore con un elemento di novità».

 

A proposito di finanziamenti, avete ottenuto 1 milione di euro dalla misura Più Impresa per l’imprenditoria giovanile e femminile in agricoltura. Ce ne può parlare?

«Ottenere finanziamenti pubblici, come prestiti garantiti, a tassi agevolati o a fondo perduto, ci ha permesso di bruciare le tappe. Oggi siamo arrivati a contare su 60 ettari di vigneti. Mediante la nostra società agricola I Lauri, finanziata dalla misura di Ismea, abbiamo potuto avviare il progetto per una produzione premium di vino biologico di alta gamma. L’aspetto più importante di questo investimento è creare una linea di produzione basata sull’utilizzo delle tecniche tradizionali di vinificazione (terracotta, argilla e legno, ndr) da destinare a un mercato di fascia medio-alta. Per questo destineremo alcuni locali, che verranno ristrutturati, per consentire poi anche il contesto scenografico ideale per identificare questo tipo di prodotto. L’accesso a queste fonti di incentivazione non è facile, ma è giusto che sia così perché il fine di questi finanziamenti pubblici non è realizzare i sogni dell’imprenditore ma costituire un moltiplicatore di valore. Quindi devono essere destinati ad aziende e imprenditori capaci di immetterli a loro volta nel sistema, generando benefici a più persone possibili».

 

Cosa occorre fare per sostenere le attività imprenditoriali agricole, specie femminili, che hanno più difficoltà all’accesso al credito?

«Per prima cosa bisogna cambiare prospettiva. L’agricoltura è e deve essere considerata un’attività imprenditoriale a tutti gli effetti. Può e deve attrarre talenti provenienti da tutti i percorsi di formazione. La nostra impresa è contrassegnata da una notevole multidisciplinarietà. Vi lavorano ingegneri, commercialisti, responsabili marketing, laureati in diritto internazionale e nel marketing management. L’agricoltura può e deve essere un incubatore di talenti, in grado di attrarre il maggior numero di giovani preparati. Questi ultimi hanno gli strumenti adatti per cogliere tutte le opportunità fornite a livello europeo, nazionale, regionale. È inoltre importante che le aziende agricole esistenti non siano lasciate indietro. Occorre una grande assunzione di responsabilità da parte dei decisori politici, ma anche da parte delle organizzazioni sindacali, per mettere a disposizione delle aziende quelle professionalità in grado di colmare le lacune presenti. È necessario che molti fondi, finora destinati all’acquisto di beni materiali, vengano allocati verso politiche di investimento riguardanti asset immateriali, come la comunicazione, la formazione, il marketing, come già accade nell’industria».

 

La vostra impresa si basa su una forza lavoro giovane e sulle donne. Quali sono i motivi di questa scelta?

«L’azienda si è sviluppata avendo un grande potere attrattivo nei confronti dei giovani perché l’ambiente di lavoro è dinamico, caratterizzato da un forte spirito di squadra, vocato all’innovazione. Scegliamo i ragazzi già nelle università o nelle scuole di specializzazione, svolgendo prima tirocini extracurriculari e poi avviando l’apprendistato. Il processo di selezione che effettuiamo è rigoroso, frutto di un consistente investimento aziendale a livello di tempo e di personale. Quindi è fondamentale che la selezione sia mirata il più possibile per far sì che il tirocinante diventi prima un apprendista e poi un dipendente. Noi contiamo su dipendenti con contratto a tempo indeterminato, frutto di questo percorso formativo. Perché puntiamo sulle donne, che costituiscono il 50% della forza lavoro, buona parte delle quali hanno responsabilità specifiche? Perché hanno una grande capacità programmatica e multitasking, hanno sviluppato una sensibilità che consente loro di portare avanti più cose contemporaneamente, oltre a capacità di problem solving e un pragmatismo che le contraddistingue. Buona parte dei dipendenti sono giovani. Anche in questo caso la scelta è motivata dal fatto che sono molto più facilmente pronti a cogliere e adottare le nuove tecnologie con entusiasmo».

 

E come si esprime l’innovazione tecnologica nella vostra azienda?

«Innanzitutto la filiera produttiva dell’impresa è improntata sul modello Industria 4.0. Contiamo su una linea di confezionamento automatica collegato a un Manufacturing execution system di fabbrica. In campo agricolo disponiamo di un software che consente di gestire tutti i mezzi mediante Gps, ottenendo tutte le informazioni possibili in grado di efficientare tutte le fasi di lavoro. E anche nel reparto vinificazione disponiamo di un software cui sono collegate tutte le macchine specifiche, permettendo agli operatori di gestirle in ogni fase. Oltre a credere nella transizione digitale, siamo focalizzati anche sulla transizione ecologica ed energetica. Puntiamo infatti su un sistema di difesa integrata che prevede una drastica riduzione dell’impiego di fitofarmaci, mettendo in atto diversi accorgimenti. A livello energetico, poi, possiamo contare su elettricità interamente prodotta da fonti rinnovabili, grazie all’impianto fotovoltaico da 250 kW. Abbiamo infine un impianto di depurazione in linea coi principi di economia circolare. L’acqua depurata viene infatti utilizzata per irrigare i giardini, riducendo sensibilmente l’uso di acqua».

 

 

 

 

 

 

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