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Il gender gap? Si acquisisce sui banchi di scuola

Pina Caporaso

Molte differenze di genere nascono già nei primi anni scolastici. Ma la scuola stessa può essere un luogo privilegiato per azzerare il gender gap. Lo racconta l’esperta e insegnante Pina Caporaso.

 

di Andrea Ballocchi

 

Il gender gap si può sconfiggere a scuola. Purtroppo ancora oggi si notano grandi differenze di genere rispetto alla possibilità di accedere o meno a una struttura scolastica. E sono tante, troppe, le bambine e le ragazze che ancora oggi non hanno la possibilità di accostarsi a un determinato percorso di studi. Come riporta Unicef, più di 130 milioni di bambine non va a scuola: se fossero cittadine di un Paese a sé stante, sarebbe il decimo per grandezza al mondo. Le ragazze non scolarizzate hanno inoltre maggiori probabilità di diventare spose bambine: circa 650 milioni di donne oggi in vita si sono sposate prima del loro 18esimo compleanno. In tutto il mondo circa un quinto delle ragazze si sposa durante l’infanzia. E sempre secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, in tutto il mondo, circa un quarto (24%) delle ragazze adolescenti tra i 15 e i 19 anni non ha un lavoro, né un’istruzione o una formazione, rispetto al 13% dei ragazzi.

L’Italia, sul tema, non è messa affatto bene, come ha recentemente messo in luce il rapporto Inapp. Secondo il rapporto Wef “Global Gender Gap Index 2022”, che analizza in 146 Paesi il divario di genere in termini di partecipazione economica e politica, salute e livello di istruzione, l’Italia risulta 63esima in classifica, mantenendo la stessa posizione dell’anno precedente.

Sempre a scuola, però, è possibile imparare che il gender gap si può comprendere, affrontare e azzerare. Lo mette in luce l’esperienza di Pina Caporaso, insegnante di scuola primaria attualmente in servizio presso la Scuola Europea di Bruxelles II. Ha lavorato sul nesso tra genere ed educazione realizzando il documentario Bomba Libera Tutti – Stereotipi e differenze di genere in una classe delle elementari, premiato dall’Unione Donne Italiane e dal Parlamento Europeo. Ha collaborato con istituzioni pubbliche e istituti di ricerca in diverse realtà italiane.

È fresca autrice del libro Pioniere. Le donne che hanno fatto l’Europa (edito da Settenove) insieme a Giulia Mirandola e all’illustratrice Michela Nanut: racconta le vite di undici donne che, con idee e azioni, hanno contribuito a costruire l’Europa.

«La scuola è un luogo privilegiato per affrontare il tema del gender gap», ci dice subito Pina Caporaso. «Perché rappresenta fin dalla materna il primo spazio in cui i bambini e le bambine fanno l’esperienza di un “noi” che fuoriesce dalle mura domestiche e dalla comfort zone del proprio nucleo familiare e che si confronta con un insieme più grande, il macrocosmo esistente all’esterno del proprio sé. Come insegna bene una poesia di Bruno Tognolini, “a casa c’è il nido, a scuola c’è il mondo”. È proprio questo ciò che verifichiamo come insegnanti: i bambini e le bambine escono da questa dimensione dell’ego e della protezione familiare e si incontrano con tante alterità. Ecco perché affrontare questi temi a scuola è utile in quanto è possibile farne oggetto di riflessione comune».

 

Sui banchi di scuola si impara il gender gap?

«Certo. La scuola rivela la sua grande utilità anche in questa chiave di lettura. È sempre stata un volano di grandi innovazioni o, al contrario, luogo di grande conservazione e di mantenimento dello status quo. Di certo è un luogo dalle potenzialità incredibili per sperimentare la società futura. Pensiamo per esempio alle differenze etniche, culturali che si vivono nel contesto scolastico, frequentato da persone che non sono nate in Italia. Le seconde generazioni che oggi riempiono le classi rappresentano lo spaccato più consolidato che si vive già in varie altre città europee».

 

Quali sono le potenzialità della scuola italiana sul gender gap?

«La scuola italiana ha a disposizione strumenti pedagogici importantissimi al proposito. Penso innanzitutto alle Indicazioni Nazionali del 2012, un documento programmatico di grande valore, frutto del lavoro di insigni personalità del campo didattico, educativo, pedagogico e culturale. Le Indicazioni mettono al centro il termine “persona”, collegando a questa parola proprio un’articolata identità composta da tante sfaccettature e da tutto ciò che rappresenta il percorso che ci ha resi quello che siamo. Inoltre mette anche al centro concetti importanti come nuovo umanesimo, cittadinanza europea, Costituzione. Possediamo quindi una base programmatica autorevole che permette di portare il tema del gender gap al centro dell’agire educativo. Si tratta di un documento che propone e ispira una visione su ciò che la scuola deve puntare a costruire con le persone, provando a strutturare pensieri e conoscenza e a fare comunità. Il documento copre tutto l’arco dell’apprendimento dalla scuola dell’infanzia fino alla scuola secondaria di secondo grado. Ha un respiro incredibile. Con un riferimento di questa portata è difficile rimanere insensibili all’opportunità di lavorare sulle differenze in classe, perché pone le basi per abbatterle, ponendosi l’obiettivo della piena realizzazione di ogni persona».

 

Venendo all’Italia, sul gender gap non è messa molto bene, come evidenzia il report Wef. Quali sono i principali limiti di questa di questa situazione?

«Questa situazione è collegabile alla questione relativa alla scuola italiana e ravvisabile anche in altri Paesi europei e Ocse. C’è un problema serio dal punto di vista delle disuguaglianze di genere, capaci di portare uno svantaggio a chi le subisce, perché cominciano a radicarsi da principio nel sistema scolastico. In questo senso il gender gap si impara sui banchi di scuola, ma in senso negativo. Noi assistiamo nei sistemi scolastici dei Paesi europei a un fenomeno esteso, vale a dire la segregazione formativa. Significa che la scuola agisce involontariamente come contesto capace di influenzare la vita dei ragazzi e delle ragazze, indirizzandoli verso scelte formative ritenute più adeguate al genere, alla classe sociale di provenienza e in parte alla provenienza etnica. Se si osservano i dati dal punto di vista di genere si nota che sempre di più, già a partire dalla scelta della scuola secondaria di secondo grado, che i ragazzi e le ragazze in Italia si indirizzano verso ambiti di studio diversificati in base al genere. Gli istituti tecnici e professionali, per esempio, e spesso anche il liceo scientifico sono caratterizzati da una forte prevalenza maschile, mentre gli ambiti scolastici riguardanti le lettere, la cura, l’educazione sono scelti prevalentemente dalle ragazze. Ciò comporta una scelta conseguente anche in ambito universitario, come si nota dalle analisi di settore. Questi ambiti di studio danno poi accesso a carriere che sono molto diversificate in termini retributivi, oltre che di prestigio sociale e di potenzialità occupazionali».

 

Perché accade questo?

«Partiamo da una premessa. I cervelli maschile e femminile non sono differenti. Lo mette in luce anche lo studio The Gendered Brain condotto dalla neuroscienziata cognitiva Gina Rippon, che ha messo in luce come non vi siano differenze decisive, che definiscano una categoria, tra il cervello degli uomini e quello delle donne. In verità la sua ricerca, frutto di decine di studi, evidenzia che il nostro cervello si plasma in base alle esperienze che ci vengono proposte fin dalla prima infanzia. Questo è un tema importantissimo che richiede tuttavia una formazione continua delle insegnanti e degli insegnanti. In più, si pensi alla scuola italiana e al corpo docente che sono fortemente femminilizzati, ma in forma piramidale. Alla base la formazione è quasi del tutto al femminile, si pensi al nido e alla scuola dell’infanzia. Venendo poi alla scuola primaria, questa differenza di genere si assottiglia sempre più fino ad arrivare all’università, dove il corpo docente femminile è ridotto al minimo. D’altra parte, però, questa femminilizzazione dell’insegnamento nei segmenti di base non ha prodotto una cultura di genere».

 

Su cosa occorre intervenire quindi?

«In Italia mancano molte cose. Il welfare in Italia viene realizzato dalle donne per le donne. Mi riferisco, in particolare, alla “generazione sandwich”, 55-65enni letteralmente schiacciate fra il ruolo di cura verso la propria famiglia che hanno generato e verso i propri genitori anziani. Si tratta di una generazione che patisce notevolmente l’assenza di strumenti di sostegno. Questa situazione si riflette anche sulle generazioni più giovani, ma non solo: si nota, sempre di più una condizione complicata di donne anziane che si trovano a fare scelte difficili, costrette a spostarsi dal luogo d’origine per dare una mano ai figli. Quindi mancano politiche di supporto sia per le donne più giovani sia per quelle in età più avanzata. Un altro tema su cui intervenire è quello dell’occupazione femminile. In assenza di welfare le donne devono sacrificare le proprie ambizioni di carriera, dovendo scegliere tra la famiglia e il lavoro. C’è poi la questione della violenza di genere, un aspetto da tenere sempre a mente, perché si manifesta anche sotto l’aspetto di violenza economica. Se non si comincia davvero a considerare le donne come esseri capaci, persone che possono realizzare un progetto di vita integralmente, il nostro Paese rischia di restare sempre indietro. Quindi, occorrono strumenti di sostegno, ma anche un lavoro complesso sotto l’aspetto educativo».

 

Servono leggi o norme dedicate?

«La cornice normativa esiste già. Il punto è dare priorità all’istruzione, alla ricerca, ma anche a servizi dedicati, consapevoli che sono in grado di creare un ritorno importante in termini economici per la collettività. Una donna che lavora è parte della soluzione stessa del problema. Occorre fornire supporti e serve anche cambiare una certa mentalità. Se non rimettiamo al centro l’istruzione, la costruzione di un futuro più consapevole e meno dispari tra bambini e bambine, fra ragazzi e ragazze, questo gap non si colma. Servono politiche di ampio respiro. Credo che sentirsi maggiormente un Paese europeo ci aiuterebbe molto».

 

L’Europa è il tema forte del suo libro dedicato alle donne che ne hanno promosso la costituzione dell’Ue. Cosa intende mettere in luce quest’opera?

«Abbiamo voluto raccontare che cos’è l’Europa anche attraverso alcune voci femminili che, pur avendo avuto un ruolo incredibile, sono pressoché sconosciute. Si tratta per esempio delle fondatrici legate al Manifesto di Ventotene, quell’incredibile esperienza dell’isola di confino, donne che hanno fatto circolare clandestinamente il manifesto attraverso un’Europa libera. Trovano posto tra le pagine del libro anche quelle figure femminili che hanno ricoperto ruoli cruciali negli anni in cui le istituzioni europee hanno cominciato a nascere e che sono state capaci di una visione di lungo respiro. È un libro che intende fornire un contributo all’educazione alla cittadinanza europea in chiave di genere».

 

 

 

 

 

 

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