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Quando la scienza conquista grandi e piccini

Marco Pallavicini

Il Festival della Scienza giunge quest’anno alla XXI° edizione ospitando più di 300 eventi in ben 13 giorni. Un evento straordinario che riesce a parlare a tutti, come ci racconta il presidente Marco Pallavicini.

 

di Andrea Ballocchi

 

Il Festival della Scienza di Genova è il principale evento europeo di diffusione della cultura scientifica. È una vera e propria festa del sapere che riesce a coinvolgere ogni anno, tra ottobre e novembre, persone di ogni età con un programma costellato da mostre, incontri, laboratori, spettacoli e conferenze. Propone ogni anno circa 300 appuntamenti distribuiti in 13 giorni. L’edizione 2022 ha registrato 220mila visitatori che hanno potuto conoscere, ascoltare e apprezzare più di 400 scienziati e personalità provenienti dall’Italia e dal mondo, tra cui il Premio Nobel per la fisica Michel Mayor e la vincitrice della Medaglia Fields Maryna Viazovska.

Dal 2003 a oggi circa 6mila personaggi illustri o comunque pregevoli hanno fatto tappa a Genova in qualità di relatori, attirando centinaia di migliaia di persone.

L’edizione di quest’anno, la ventunesima, sarà l’ultima per Marco Pallavicini come presidente: l’ha guidato per sette anni e si prepara per l’ottavo. Docente di Fisica generale all’Università degli Studi di Genova, membro della giunta esecutiva dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, da pochi giorni è stato nominato dal ministero dell’Università e della Ricerca quale rappresentante italiano presso il Foro mondiale della scienza, uno dei comitati dell’Ocse.

Di questi otto anni serberà un ricordo indelebile. È facile intuirlo, sentendolo parlare dell’evento: «penso che il Festival della scienza di Genova sia un evento straordinario e per molti aspetti unico, un patrimonio da difendere strenuamente, pur nelle difficoltà. Gli eventi di questo tipo possono anche soffrire di stanchezza, di routine. Negli anni i festival scientifici sono nati un po’ ovunque, ma senza dubbio posso affermare che nessuno si avvicina alla rassegna genovese né è paragonabile, anche solo come numero di eventi. Assemblare 300 e più appuntamenti ogni anno è un’impresa straordinaria, come pensare di vendere 40mila biglietti. Sono numeri da una partita di calcio di serie A, mentre qui stiamo parlando di fisica, biologia, genetica, di temi spesso complessi. Di questo non posso che essere orgoglioso».

 

Il Festival della Scienza continua a mantenere il suo potere attrattivo. Quali sono gli elementi di questo successo duraturo?

«Partiamo da un fatto oggettivo. Quello di Genova è il Festival della scienza più grande d’Europa. È un modello che si è consolidato negli anni e che fa leva su un forte rapporto col pubblico di ogni età, dagli adulti ai bambini e ai ragazzi, e di ogni livello. La nostra forza è saper parlare a tutti. Abbiamo, credo unici al mondo, una struttura di laboratori e di attività didattiche in cui grandi e piccini possono toccare con mano, sperimentare e conoscere. È un evento che dura tanti giorni e offre centinaia di incontri in cartellone, seguito da tante persone».

 

Come si caratterizza oggi, dal punto di vista gestionale ed economico?

«Il festival ha vissuto tre fasi. La prima è stata la “novità”, perché è stato uno tra i primi festival al mondo interamente dedicato alla comunicazione scientifica a un pubblico ampio. Poi c’è stata la fase della “crisi”. Gli anni dal 2012 fino al 2016 possono essere definiti gli anni della maturità, accompagnata da una crisi interna che ha portato a una conseguente drastica riduzione di budget da finanziamenti privati, unita a difficoltà organizzative. Io sono arrivato dopo, in una situazione molto dura, in cui era stato deciso anche il cambio del management. Ho lavorato sin da subito per riportare il festival a una situazione di “normalità”, consolidando la struttura, facendola riprendere e di dargli una configurazione di un evento a cadenza fissa. Quindi, ogni anno l’impegno iniziale è trovare nuove motivazioni e focalizzare l’obiettivo. Le difficoltà ci sono. Pensiamo, per esempio, alla necessità di coinvolgere gli sponsor su un evento che, non essendo più una novità, è meno attrattivo. Quindi è più difficile convincere i contributori, specie quelli privati, a investire sul Festival. Abbiamo dovuto ristrutturare il funzionamento dell’associazione e del festival per ridimensionare l’evento su budget decisamente più contenuti rispetto a quelli del passato. Oggi organizziamo il festival con una cifra inferiore ai 2 milioni di euro, rispetto ai 4 o 5 milioni degli anni d’oro. Bisogna adattarsi, fare dei sacrifici e delle scelte. E finora ci siamo riusciti».

 

Quali sono i finanziatori del Festival?

«Il sistema di finanziamento è una miscela pubblico-privata. Da una parte c’è la Regione Liguria, il Comune, la Camera di Commercio e l’Università di Genova, che sostengono il festival stanziando circa 300mila euro. Altrettanti ne stanzia la Fondazione Compagnia di San Paolo, un ente privato con un’attenzione territoriale molto forte. A questi si aggiunge il finanziamento del ministero dell’Università e della Ricerca. C’è poi la rete di sponsor privati, una volta predominante e ora minoritaria. Infine ci sono i partecipanti. L’anno scorso sono stati venduti 40mila biglietti. In totale possiamo contare su una somma corrispondente a 1 milione e 700mila euro circa».

 

Il Pnrr contribuisce in qualche modo?

«In parte sì. L’associazione fa parte di un progetto del Cnr che a sua volta riceve fondi del Piano nazionale ripresa e resilienza. Quindi possiamo dire che ha un influsso positivo, seppure indiretto. Ma il Pnrr avrà, speriamo, un impatto sulle edizioni future. L’associazione è associated partner per la comunicazione di Raise, Robotics and Ai for socio-economic empowerment, il progetto di ecosistema dell’innovazione progettato dall’Iit, l’Istituto Italiano di Tecnologia, Cnr e Università degli Studi di Genova, con la regia e il supporto di Regione Liguria, che è stato selezionato tra gli 11 ecosistemi dell’innovazione nazionali dal ministero dell’Università e della Ricerca».

 

“Impronte” è la parola chiave dell’edizione 2023. Cosa c’è dietro al significato del termine?

«La tradizione di identificare una parola chiave è una cifra distintiva del festival. È un elemento che funziona e che piace un po’ a tutti perché offre una linea guida che spesso viene richiamata nei titoli degli eventi e quindi fa da filo conduttore dell’intero festival. Ogni anno la scelta è il risultato di una ponderata riflessione e discussione all’interno del Comitato di indirizzo scientifico. Le parole sono sempre polisemiche, aperte a molti significati e a molte letture, trasversali e valide un po’ per tutti, scienziati, astronomi, fisici, biologi e umanisti. Tutti devono ritrovare una chiave di lettura. “Impronte” caratterizza la XXI edizione e, anche in questo caso, sottende molti significati, spaziando dalle impronte genetiche a quelle dei dinosauri, dalle impronte culturali a quelle sociali. Ma sono tutte letture, volutamente, a più facce. Il compito della parola non è limitare nessuno. A volte in maniera naturale, a volte più forzata, vuole comunque essere un trait d’union su una lettura della realtà in qualche modo catalizzata da una parola».

 

Quante persone lavorano all’organizzazione del Festival della Scienza?

«C’è una base di nove persone, attive a tempo indeterminato come dipendenti del festival. A queste se ne aggiungono molte altre, coinvolte a contratto durante l’anno con varie funzioni, fino agli animatori. Quasi 400 ragazzi selezionati ogni anno e che lavorano esclusivamente nel periodo del festival. In totale, quindi, si arriva a circa 450 persone che lavorano a contratto. Abbiamo scelto di non basarci sul volontariato per un motivo. Alle persone chiediamo qualità e un impegno a tempo pieno. Il volontariato va bene per un piccolo evento, per un impegno occasionale, ma un grande appuntamento richiede la certezza che le persone siano al posto giusto al momento giusto. La stessa selezione degli animatori è rigorosa: ogni anno arrivano almeno mille richieste. Da qui partiamo per la scelta. Sono studenti e appassionati di scienza, nel tempo ne hanno fatto parte circa 10mila, alcuni dei quali a loro volta sono diventati personaggi di rilievo del giornalismo scientifico e della comunicazione. Tra questi ricordo Emanuele Biggi, naturalista, fotografo nonché coconduttore del programma televisivo Geo, l’astrofisico Luca Perri e il giornalista scientifico Leonardo De Cosmo».

 

Che impatto e valore ha il Festival sulla città di Genova?

«Di sicuro produce effetti positivi a livello economico. Ribadisco, è il festival della scienza più grande d’Europa, svolto in una città, Genova appunto, tutto sommato piccola, con un’economia limitata e alle prese con una forte crisi che dura da cinquant’anni. Malgrado questo, ospita un evento di grande importanza. Forse ci si aspetterebbe un po’ più di attenzione dagli amministratori pubblici».

 

Qual è la cifra stilistica e personale che pensa di aver dato all’evento?

«Ho scelto di tenere un profilo basso dal punto di vista mediatico, perché non mi piace l’esposizione eccessiva di cui avrei potuto approfittare. Mi sono esposto solo quando l’ho ritenuto necessario, per il bene del festival. Detto questo, ho provato a infondere un senso di normalità e di gestione ordinata e onesta dell’evento, cercando di tenere dritta la barra del rigore scientifico, lavorando per migliorarlo anno dopo anno e di rinnovarlo pur senza stravolgerlo. Significa portare tutti a raccontare le cose nel modo più semplice, più fruibile e più piacevole possibile, ma senza mai superare la barriera dell’esattezza scientifica. Fornendo cioè informazioni corrette. Non mi interessa ottenere maggiore successo mediatico pagando, come prezzo, esternazioni errate, come invece accade nella divulgazione scientifica».

 

Se dovesse ripercorrere i suoi anni vissuti da presidente, ci sono personaggi o aneddoti a cui è particolarmente legato?

«Premesso che sono stati numerosi gli incontri con personaggi molto piacevoli, oltre che con personalità scientifiche di livello eccelso, ricordo in particolare le tante persone che si sono messe in gioco in modi diversi. Penso, per esempio, a Lilian Thuram, ex calciatore di fama mondiale della nazionale francese e della Juventus, che è venuto al Festival per parlare di razzismo e di contrasto a questo fenomeno, facendolo in un modo che ho trovato straordinario, con una personalità sorprendente dal punto di vista dello spessore umano. Un altro personaggio che ricordo con particolare piacere è Michael Berry, matematico e fisico, di grande fama scientifica, persona piacevolissima, al di là dell’eccellente caratura scientifica ».

 

 

 

 

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