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Quando l’Europa ha varato il programma Next Generarion EU ha posto nella transizione verde uno dei pilastri fondamentali. Un grande obiettivo che era al contempo un grande sogno per cui il mondo, ancora nelle sequele della pandemia da Covid 19 e con ancora in mente le immagini della natura che si riprendeva gli spazi urbani, era assolutamente pronto e desideroso di un cambiamento epocale.
Più alberi, più spazi naturali, più tutela della biodiversità: questa la promessa, il cuore pulsante della rinascita europea post-pandemia. L’Italia, come gran parte dell’Europa, ha abbracciato la missione del Next Generation EU e del PNRR con l’entusiasmo di chi sogna città più verdi, aria più pulita, paesaggi urbani finalmente riconciliati con la natura in un vero cambio di paradigma per le nostre comunità e per il futuro del pianeta.
Eppure il sogno, come spesso accade, oggi si infrange contro la realtà dei fatti. Non di rado ci troviamo infatti di fronte a un paradosso green, quello di promuovere l’ambiente distruggendolo, sempre più concreto cantiere dopo cantiere. Dietro la facciata delle buone dichiarazioni troppe volte si nascondono scelte che finiscono per impoverire gli ecosistemi sacrificando alberi maturi e cancellando spazi di biodiversità consolidata. Con l’unico risultato di lasciare una natura più fragile di prima.
Il paradosso che prende corpo
In diverse città italiane, da Milano a Roma, da Bologna a Torino, le rassegne stampa raccontano storie tremendamente simili: abbattimenti di alberi adulti per aprire cantieri green, progetti sportivi o infrastrutturali che reclamano verde mentre lo consumano.
Nei giorni scorsi si leggeva su Il Fatto Quotidiano a firma di Elisabetta Ambrosi: “Sono stati presentati progetti che prevedevano riqualificazione ambientale o strutture per l’educazione, aree sportive o scuole, senza considerare che – per realizzarle – sarebbero stati necessari molti abbattimenti. Oppure si promuovono sostituzioni di piante decennali con quelle giovani, che non raffreddano il clima”.
L’articolo cita il caso di Torino, parco del Meisino, dove viene prevista la costruzione di una cittadella dello sport e tutta una serie di strutture finalizzate all’educazione ambientale che però costano una cinquantina di grandi alberi e 11,5 milioni di euro dal PNRR.
Alberi abbattuti e semi
Negli ultimi anni diverse città italiane hanno vissuto realtà che sintetizzano perfettamente le criticità delle politiche green del PNRR: per fare spazio a nuove scuole, palestre e aree ricreative presentate come “verdi” decine di alberi adulti sono stati abbattuti. È il caso di Roma dove piante storiche e ben radicate sono state rimosse e sostituite con giovani alberelli. Una dinamica simile si è verificata anche a Milano nell’ambito del progetto “Scuole nuove e verdi”, cosa che ha alimentato un acceso dibattito tra ambientalisti, cittadini e amministratori pubblici.
Il paradosso emerge ancor più evidente nella puntata “Il seme della discordia” di Report (Rai), a cura di Roberto Persia, nella quale viene denunciato un cambiamento sostanziale nei numeri e nelle strategie: “Nel 2022, il PNRR prometteva 6,6 milioni di alberi con 330 milioni di euro. Nel 2024, l’obiettivo scende a 4,5 milioni di alberi e 210 milioni!. Ma il vero problema, come spiega la trasmissione, è che “mancano gli alberi”, la filiera vivaistica italiana non è in grado di soddisfare le imponenti richieste imposte dai tempi stretti del PNRR.
Da qui la soluzione criticata: per rispettare i target si è deciso di contare anche i semi come “alberi piantati”, trasformando un processo complesso di riforestazione in un’operazione essenzialmente contabile che ignora l’alta percentuale di alberi che non raggiungeranno mai l’età adulta (più del 50% nei primi due anni, un ulteriore 25% nei primi 5 anni).
Un problema strutturale: vivai e contabilità ambientale
Un nodo strutturale troppo spesso sottovalutato emerge purtroppo con chiarezza: il nostro Paese non dispone di una rete di vivai pubblici capace di fornire, nei tempi richiesti dal PNRR, milioni di alberi autoctoni di qualità necessari a rispettare i target iniziali (6,6 milioni entro il 2024, poi ridotti a 4,5 milioni). La quasi totalità delle piante viene quindi acquistata da vivai privati che però non sempre garantiscono standard elevati in termini di varietà autoctona, provenienza certificata e resistenza climatica.
A questa carenza strutturale si aggiungono ulteriori criticità operative: spesso i Comuni, per rincorrere i tempi imposti dai bandi e dai cronoprogrammi, piantano specie non adatte all’ambiente locale oppure optano per alberelli e semi facili da reperire sul mercato, ma poco idonei al radicamento e alla crescita in condizioni urbane difficili. In assenza di controlli e monitoraggio sul medio e lungo termine la sopravvivenza reale di queste nuove piante è fortemente compromessa.
A complicare ulteriormente il quadro interviene il cambiamento climatico che con siccità, ondate di calore ed eventi meteorologici estremi erode ulteriormente le probabilità di sopravvivenza delle giovani piantine.
La polemica pubblica
A marzo 2023 il progetto di forestazione urbana del PNRR ha suscitato aspre polemiche quando la Corte dei Conti e i Carabinieri Forestali hanno denunciato la pratica dei Comuni di trapiantare semi equiparandoli a piante già sviluppate. La Corte ha definito inaccettabile talle procedimento e tecnicamente discutibile paventando il rischio che i target numerici non corrispondessero a reali risultati ambientali.
A fronte delle critiche l’Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha risposto ufficialmente con un comunicato ribadendo che “la Commissione europea ha avallato la pratica di considerare la semina nei vivai alla stregua della messa in dimora, definendola una fase legittima del processo di “planting”. La Corte dei Conti, con delibera del 9 maggio 2023, ha quindi chiuso la procedura di controllo riconoscendo l’adeguatezza delle procedure adottate dal Ministero pur richiedendo “monitoraggio continuo” delle fasi di attuazione.
Questo scambio ha diviso l’opinione pubblica: da un lato si è parlato di “inganno numerico” lamentando che molte delle piantumazioni non raggiungessero la dimensione e qualità attese. Dall’altro il Ministero ha rivendicato scientificità e legittimità di tali misure sostenendo che l’approccio corrisponda a quanto previsto dalle autorità europee. Emblematiche le parole di Milena Gabanelli sul Corriere: “L’Europa ci finanzia con 300 milioni per piantare attorno alle 14 città metropolitante 6,6 milioni di alberi in tre anni. […] Genova: le 868 piante dichiarate quasi tutte seccate. Torino: il 100% morte. Reggio Calabria: area in stato di abbandono”.
A questo articolo risponde direttamente l’Ufficio Stampa e Comunicazione Ministero Ambiente e Sicurezza Energetica dichiarando: “sono escluse responsabilità dirigenziali nella gestione della misura. Cioè che non c’è stato trucco né «inganno» da parte del MASE. Naturalmente il Ministero continuerà a vigilare e monitorare sull’attività delle città metropolitane ammesse alla misura per assicurare la corretta attuazione del provvedimento. E quindi, in conclusione, confermiamo che ai fini del conseguimento dell’obiettivo, Target PNRR 2022, sono state messe a dimora, secondo i parametri richiesti dall’Unione Europea oltre un milione e 708 mila piante, superando la milestone PNRR che ne chiedeva un milione e 650 mila a quella data. Questa la realtà, magari noiosa ma vera”.
Lo stato dell’arte attuale
Nel 2025 il tema della forestazione urbana finanziata dal PNRR continua a suscitare polemiche in numerose città italiane. A Pordenone il taglio di un bosco di tigli secolari per la costruzione di un polo sportivo ha scatenato l’indignazione della cittadinanza e delle associazioni ambientaliste.
A Gallarate (Varese) un’area verde è stata completamente cancellata per lasciare spazio a due scuole e un asilo con la promessa di nuove piantumazioni a compensazione. Anche in città come Firenze e Napoli sono stati segnalati interventi PNRR che hanno comportato la perdita di superficie verde e la sostituzione di alberature mature con giovani piantine o, in alcuni casi, con semplici semi.
Il contesto europeo: cedimenti nel Green Deal
In un articolo pubblicato recentemente da “Il Post” si legge che la Commissione Europea sta progressivamente ammorbidendo le proprie ambizioni legate al Green Deal: molte misure chiave per il ripristino della natura e per la regolamentazione dell’agricoltura sostenibile sono state posticipate o indebolite per effetto di pressioni politiche e sociali crescenti.
Dei 154 obiettivi fissati dall’Unione Europea in ambito ambientale soltanto una trentina risultano realmente “sulla buona strada”, mentre la maggioranza degli altri è in ritardo o addirittura in regressione rispetto ai traguardi iniziali. Dati che trovano conferma nel Joint Research Centre (JRC) della Commissione. Nel rapporto di gennaio 2025 sui progressi del Green Deal si legge che solo 32 dei 154 obiettivi sono realmente “on track”, mentre altri 64 richiedono accelerazione, 15 sono “bloccati o in regressione” e 43 non dispongono di dati sufficienti.
Greenwashing: la facciata verde del PNRR
Il paradosso che caratterizza molti progetti legati al PNRR si inserisce in un fenomeno ormai globale e riconosciuto: il greenwashing. All’interno di questa definizione rientrano le strategie atte a utilizzare una comunicazione ambientale accattivante e spesso ingannevole per apparire sostenibili senza esserlo realmente (ci siamo già occupati dell’argomento sia in relazione al food (clicca qui) – sia in relazione al pinkwashing (clicca qui).
Secondo un rapporto del Joint Research Centre della Commissione Europea e confermato dalla Commissione stessa, nel 2025 la situazione delle affermazioni ambientali resta critica: circa il 53% delle dichiarazioni green risultano vaghe, fuorvianti o non verificabili, e quasi il 40% è completamente privo di supporto oggettivo. Queste stime, basate su uno studio del 2020 e confermate nel 2025, offrono un quadro chiaro della persistente diffusione del greenwashing a livello europeo.
La questione ha spinto l’Unione Europea a elaborare la Green Claims Directive, un’iniziativa legislativa concepita per obbligare aziende e enti a dimostrare con dati scientifici e verificati ogni affermazione ambientale. Tuttavia nel giugno 2025 la Commissione ha sospeso i negoziati per il recepimento della direttiva: ciò è avvenuto per pressioni politiche e per le proteste delle micro imprese che temono costi eccessivi nel rispetto delle nuove regole.
Una questione di promesse
Il rischio attorno al PNRR e alla sua missione green oggi è evidentemente quello di perpetuare un modello di greenwashing istituzionale dove la comunicazione supera i fatti e la rendicontazione numerica prende il posto di un vero impatto ambientale. Se la stagione del Next Generation EU e del PNRR vorrà lasciare una traccia positiva dovrà dunque misurarsi con la prova dei fatti imparando dai suoi stessi errori e ascoltando le diverse voci critiche. Solo così la rinascita verde non rischierà di rimanere, come avverte la stampa, “una grande promessa tradita”.
