Skip to content Skip to footer

Horizon Europe, il nuovo rapporto APRE: partecipiamo molto ma trasformiamo meno

Alessandra Carlo

Alessandra Carlo

Laureata in Giurisprudenza all'Università Cattolica del Sacro Cuore con esperienze maturate nell'ambito della professione forense. Fa parte del Centro Studi di Sef Consulting
surapportoapre
Preferisci ascoltare? Clicca play!
Getting your Trinity Audio player ready...

Il nuovo rapporto APRE sulla partecipazione italiana a Horizon Europe restituisce un’immagine meno semplice di quanto suggeriscano le classifiche. L’Italia è uno dei paesi più presenti nel Programma quadro, dispone di una ricerca capace di guidare progetti europei di frontiera e mostra punti di forza significativi in numerosi settori. Eppure, quando dalle candidature si passa al finanziamento, dalla partecipazione al coordinamento e dalla ricerca alla valorizzazione industriale, una parte di questa forza si disperde.

L’Italia non partecipa poco a Horizon Europe, al contrario partecipa moltissimo. È forse questo il primo dato da tenere presente leggendo il nuovo Rapporto sulla partecipazione italiana a Horizon Europe. Aggiornamento 20261, pubblicato da APRE il 21 settembre scorso e curato dal Team APREdati di Serena Borgna, Stefano Federici e Maura Santella.

Il rapporto analizza il periodo 2021-2025 attraverso oltre duecento pagine di dati e introduce approfondimenti specifici sulle Missioni europee, sulle Partnership e sull’European Innovation Council. I dati sono aggiornati a maggio 2026 e quelli relativi alle call 2025 non sono ancora integralmente consolidati, elemento che APRE invita esplicitamente a tenere presente nella lettura delle tendenze più recenti.

La fotografia complessiva tuttavia è già sufficientemente chiara. Nel periodo considerato i soggetti italiani registrano 13.804 partecipazioni finanziate, per oltre 5 miliardi di euro di contributo europeo. In termini di presenza il ritorno nazionale è pari al 9,28% delle partecipazioni complessive. Quando però la stessa misura viene effettuata sul denaro ottenuto la quota scende all’8,22%.

Una presenza molto forte che rende meno in termini finanziari

Il tasso medio di successo europeo, considerando coordinatori e partner, è pari al 17,24% per numero di partecipazioni e al 17,48% per contributo finanziario richiesto. Per l’Italia i valori scendono rispettivamente al 15,44% e al 14,02%. La distanza quindi non riguarda soltanto il numero delle proposte che riescono ad arrivare al finanziamento, ma diventa maggiore quando si considera la loro dimensione economica.

Il divario aumenta ulteriormente quando l’Italia non partecipa semplicemente a un consorzio ma cerca di guidarlo. Per i soli coordinatori il tasso di successo europeo è del 15,24% in termini di numerosità e del 15,77% sul contributo richiesto; quello italiano scende invece al 12,82% e al 10,52%.

Non è una distinzione secondaria. Essere partner di un progetto significa entrare in una rete europea, contribuire a un programma di ricerca e acquisire risorse e relazioni. Coordinare significa invece costruire il consorzio, definire l’architettura progettuale, assumere la responsabilità della proposta e spesso amministrare una quota più consistente del finanziamento.

Il rapporto APRE segnala che nel periodo 2021-2025 la partecipazione come partner ha continuato a produrre risultati relativamente migliori, mentre l’indebolimento è risultato più evidente nei progetti a coordinamento italiano. Dopo le performance particolarmente positive del triennio 2021-2023, il 2024 mostra una contrazione sensibile tanto nelle partecipazioni quanto nei coordinamenti. I dati 2025 vanno invece ancora considerati con cautela perché non completamente consolidati.

Questo porta a una prima conclusione interessante: il sistema italiano sembra essere molto efficace nell’entrare in Horizon Europe ma meno efficace nel trasformare questa presenza in una posizione equivalente di leadership e ritorno finanziario.

Il problema non è presentare più progetti

Per molto tempo una parte delle politiche nazionali sulla ricerca europea si è concentrata sull’aumento della partecipazione: informare università e imprese, allargare la platea dei candidati, costruire partenariati internazionali e aumentare il numero delle proposte. I dati APRE suggeriscono che oggi questa lettura non sia più sufficiente. Se un paese presenta moltissime candidature ma ottiene un ritorno economico proporzionalmente inferiore la questione non riguarda più soltanto l’accesso alle opportunità europee. Riguarda la qualità della conversione.

Quanto sono forti i consorzi? Quanto sono mature le proposte? Quanto sono credibili i piani di impatto? Quale ruolo assume il soggetto italiano nel progetto? Quanto finanziamento riesce a controllare? E, quando si entra nei programmi più vicini al mercato, quanto il progetto riesce a dimostrare non soltanto eccellenza scientifica ma anche capacità industriale, finanziaria e commerciale?

È proprio su questo terreno che una parte del rapporto diventa particolarmente interessante se letta insieme allo SRIP 20262, il rapporto europeo che individua nella trasformazione della forza scientifica in scala industriale una delle principali debolezze dell’Europa. Nel caso italiano questa difficoltà sembra riprodursi, con caratteristiche proprie, anche all’interno dell’ecosistema europeo.

Il laboratorio italiano funziona molto meglio del passaggio al mercato

Il caso più significativo è quello dell’European Innovation Council. Non è necessario ripercorrere qui struttura e funzionamento dell’EIC, già affrontati su Acta3, ciò che conta è osservare come cambia la performance italiana passando da uno strumento all’altro.

Su EIC Pathfinder, destinato alla ricerca deep-tech ad alto rischio e alle tecnologie emergenti nelle loro fasi iniziali, il risultato italiano è eccellente. L’Italia è seconda in Europa per partecipazioni e finanziamenti e prima per numero di coordinamenti. Il ritorno nazionale supera il 12% e il tasso di successo è sostanzialmente in linea con la media europea. APRE parla esplicitamente di una forte capacità italiana di leadership scientifica nelle tecnologie emergenti. APRE

Quando però si passa a EIC Transition, cioè alla fase nella quale i risultati della ricerca devono cominciare a essere valorizzati e avvicinati a un’applicazione concreta, la posizione si indebolisce. L’Italia rimane presente ma scende intorno al quarto-quinto posto europeo per partecipazioni e finanziamenti, il ritorno nazionale si colloca attorno al 9% e il tasso di successo diventa inferiore alla media europea. APRE segnala inoltre una riduzione del contributo finanziario ottenuto nel 2023-2024, seguita da un recupero nel 2025.

È però sull’EIC Accelerator che il contrasto diventa particolarmente evidente. Tra il 2021 e il 2025 le imprese italiane hanno presentato 2.133 Short Proposal. Di queste 573 hanno superato la prima selezione e sono arrivate alla Full Proposal, 133 hanno raggiunto l’intervista e soltanto 30 startup sono state infine finanziate. Il tasso complessivo di successo rispetto alle candidature iniziali è quindi circa l’1,4%. La selettività dell’Accelerator è elevatissima per tutti i paesi, quindi il numero, isolatamente, potrebbe essere fuorviante. Il dato decisivo emerge dal confronto internazionale effettuato da APRE.

Fra i principali paesi europei l’Italia presenta il volume più elevato di candidature iniziali ma registra sistematicamente il tasso finale di conversione più basso. La distanza rispetto a Francia, Paesi Bassi e Germania aumenta soprattutto nelle fasi avanzate della selezione, quando le proposte devono dimostrare una maggiore maturità imprenditoriale e finanziaria. APRE formula la diagnosi in termini piuttosto espliciti indicando una criticità strutturale nella trasformazione delle idee imprenditoriali in proposte mature, investibili e competitive nella parte finale del percorso Accelerator.

L’Italia non sembra quindi avere un problema di scarsità delle idee: ne porta moltissime davanti all’EIC. Né sembra mancare di capacità scientifica considerati i risultati del Pathfinder. La difficoltà emerge nel tratto intermedio che dovrebbe trasformare la forza scientifica in un progetto industriale e finanziario capace di convincere una selezione europea estremamente competitiva.

Le PMI sono presenti dove l’Europa investe sul futuro, ma raccolgono meno

Le PMI italiane partecipano soprattutto ai settori tecnologici e industriali di Horizon Europe. Il maggiore contributo assoluto proviene dal Cluster 4 – Digital, Industry and Space con circa 238 milioni di euro, seguito dal Cluster 5 – Climate, Energy and Mobility con circa 193 milioni, e dall’EIC con circa 125 milioni. Nell’EIC quasi il 39% del contributo finanziario italiano va a PMI. Si tratta quindi esattamente degli ambiti nei quali si sta concentrando una parte importante della nuova politica europea per competitività e innovazione.

Eppure il ritorno finanziario complessivo delle PMI italiane si ferma al 7,8%, leggermente sotto la media italiana di Horizon Europe, pari all’8,2%, e sotto sia al settore privato nel suo complesso, che raggiunge il 10,1%, sia alle università, all’8,7%. Anche qui la questione sembra essere meno quantitativa che qualitativa: le imprese ci sono ma la capacità di trasformare la loro presenza in una quota equivalente delle risorse disponibili rimane più debole.

Esiste anche un’Italia di Horizon Europe a due velocità

La geografia dei finanziamenti aggiunge un altro elemento al quadro. Quasi la metà delle risorse ottenute dall’Italia si concentra in due sole regioni: Lazio con circa il 23%, e Lombardia con circa il 21%. Campania, Sicilia, Puglia e Sardegna, sommate, rimangono invece sotto il 10%. Il dato richiede una cautela importante evidenziata dalla stessa APRE: molti grandi enti di ricerca e gruppi nazionali vengono contabilizzati nella regione in cui si trova la sede centrale, frequentemente il Lazio, anche quando le attività reali sono distribuite sul territorio. Una parte della concentrazione statistica dipende quindi dalla struttura amministrativa degli organismi coinvolti.

La disparità rimane però significativa e presenta specializzazioni interessanti. La Lombardia supera il Lazio nel primo Pilastro ed è particolarmente forte nell’ERC. La Toscana mostra una leadership nel Cluster 2 dedicato a cultura, creatività e società inclusiva. La Lombardia emerge nel Cluster 4 digitale e industria mentre il Lazio mantiene una presenza particolarmente importante nei Cluster 5 e 6.

Non è una storia di debolezza italiana

Leggere questi dati come la semplice prova che “l’Italia va male in Horizon” sarebbe però sbagliato. Il rapporto contiene numerosi esempi opposti. La capacità scientifica italiana è competitiva, come mostra il Pathfinder, e in diverse aree l’Italia occupa posizioni di primo piano. Nei risultati 2025 disponibili al momento dell’analisi, ad esempio, il Cluster 2 vede l’Italia al primo posto per numero complessivo di partecipanti e fra le prime posizioni per coordinamento. Anche in altri Cluster il paese compare stabilmente fra i maggiori partecipanti europei. La caratteristica più interessante del rapporto è proprio questa: non descrive un sistema debole ma un sistema che non riesce sempre a trasformare integralmente la propria forza in risultato.

Un sistema scientificamente marginale dovrebbe costruire competenze di base. L’Italia invece possiede già università, enti di ricerca, imprese e ricercatori capaci di occupare posizioni di vertice in molte aree europee. Il problema diventa capire perché quella capacità perda progressivamente efficacia quando aumentano la responsabilità del coordinamento, la dimensione finanziaria del progetto e la necessità di tradurre l’eccellenza scientifica in una proposta tecnologica, industriale e imprenditoriale sufficientemente matura.

Dalla quantità delle candidature alla qualità della conversione

È probabilmente questa la questione che il nuovo rapporto APRE consegna alla fase finale di Horizon Europe e, ancora di più, alla preparazione del prossimo Programma quadro. La sfida è aumentare la conversione: trasformare più partecipanti in coordinatori, più proposte in finanziamenti, più ricerca di frontiera in valorizzazione e più tecnologie promettenti in imprese europee capaci di raccogliere capitale e crescere.

Questo significa investire maggiormente nella costruzione delle proposte, nella professionalizzazione del project design, nella capacità di creare consorzi competitivi, nel trasferimento tecnologico e nei Technology Transfer Office, ma anche nelle competenze imprenditoriali necessarie a presentare a un valutatore non soltanto una buona tecnologia, bensì un progetto credibile di mercato e di crescita. Ed è proprio qui che il rapporto APRE incontra quello che lo SRIP 2026 sta dicendo all’intera Europa.

Lo SRIP individua il problema europeo nel passaggio from strength to scale, dalla forza scientifica alla capacità di trasformarla in scala tecnologica e industriale. I dati APRE sembrano suggerire che, dentro questa sfida europea, l’Italia ne abbia una ancora più specifica: trasformare una partecipazione straordinariamente intensa in una capacità altrettanto forte di guidare, finanziare e portare a maturità ciò che produce.

  1. https://apre.it/wp-content/uploads/2026/09/APRE_Rapporto-dati-2026.pdf ↩︎
  2. https://actanonverba.it/dalla-ricerca-alla-scala-srip-2026-e-la-nuova-politica-europea-dellinnovazione/ ↩︎
  3. https://actanonverba.it/eic-ed-eurostars-due-leve-europee-per-linnovazione-italiana/ e ancora https://actanonverba.it/commissione-europea-potenzia-eic-nuovo-work-programme/ ↩︎

SCOPRI ALTRI ARTICOLI IN EVIDENZA

Nuovi orizzonti

B Corp nel settore alimentare: il futuro sostenibile del Made in Italy
In un'epoca in cui sostenibilità, responsabilità sociale e impatto ambientale sono diventati temi centrali nell'agenda economica globale, il mondo agroalimentare…
Horizon Europe 2025, Cluster 3: civil security for society, un baluardo per la sicurezza europea
Il programma Horizon Europe si conferma lo strumento chiave dell'Unione Europea per promuovere la ricerca e l'innovazione a beneficio dei…
Green communities
Green communities: il Pnrr rilancia l’ambiente
Il Piano nazionale ripresa e resilienza aggiudica 135 milioni di euro alla creazione di comunità locali che promuovono la sostenibilità…

“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

Resta aggiornato. Iscriviti alla Newsletter Acta.

Versione digitale della testata cartacea Acta Non Verba, registrata presso il Tribunale di Napoli n. 2815/2020 del 23/6/2020.
Direttore responsabile: Mariano Iadanza – Direttore editoriale: Errico Formichella – Sede legale: Viale Antonio Gramsci 13 – 80100 Napoli
Per comunicazioni e contatti scrivere a: redazione@actanonverba.it

ActaNonVerba ©2024 – Tutti i diritti riservati – Developed by Indigo Industries

ActaNonVerba ©2024
Tutti i diritti riservati
Developed by Indigo Industries

Sign Up to Our Newsletter

Be the first to know the latest updates

Whoops, you're not connected to Mailchimp. You need to enter a valid Mailchimp API key.

Accedi o iscriviti alla piattaforma

Completa il Captcha risolvendo questo semplice problema:

Cliccando sul tasto "Iscriviti" sottintendi la lettura dell'informativa privacy ed il consenso alla memorizzazione dei tuoi dati nel vostro archivio secondo quanto stabilito dal regolamento europeo per la protezione dei dati personali n. 679/2016, GDPR.
(Potrai cancellarli o chiederne una copia facendo esplicita richiesta a info@actanonverba.it)