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L’Europa continua a produrre ricerca di altissimo livello ma fatica a trasformarla in imprese capaci di crescere, tecnologie adottate dal mercato e nuova capacità industriale. Il nuovo Science, Research and Innovation Performance of the EU 2026 parte da questa contraddizione e descrive una trasformazione profonda delle politiche europee: occorre accompagnare la ricerca lungo tutto il percorso che conduce alla valorizzazione, alla diffusione e alla scala.
L’Europa non ha smesso di fare ricerca e continua anzi a essere una delle principali potenze scientifiche mondiali. il problema, come mostra con grande chiarezza lo Science, Research and Innovation Performance of the EU 2026 (SRIP)1, comincia nel momento in cui quella capacità scientifica deve trasformarsi in innovazione, tecnologia, industria e crescita economica.
Il rapporto, pubblicato il 1° ottobre 2026 dalla Direzione generale Ricerca e innovazione della Commissione europea, è una grande fotografia dell’ecosistema europeo della ricerca e dell’innovazione costruita attraverso dati, confronti internazionali, analisi economiche e contributi della Commissione, del Joint Research Centre, dell’OCSE, della Banca europea per gli investimenti e del mondo accademico. Proprio per questa sua natura analitica lo SRIP rappresenta uno dei documenti più utili per comprendere il retroterra delle politiche che Bruxelles sta costruendo per i prossimi anni.
Il filo conduttore è sintetizzato in tre parole: strength, structure, scale. L’Europa, pur conservando una forte base scientifica, continua a soffrire di una struttura frammentata e, soprattutto, fatica a trasformare la propria eccellenza in scala economica e industriale. Il passaggio dalla forza alla scala è il nodo centrale attorno al quale si sviluppa tutto il rapporto.
La ricerca europea resta forte, ma il vantaggio si riduce lungo la filiera
Lo SRIP parte da un dato che spesso viene trascurato nel dibattito sulla debolezza europea nell’innovazione: l’Europa continua ad avere un sistema scientifico molto competitivo. Nel 2024 l’Unione europea era ancora il secondo produttore mondiale di pubblicazioni scientifiche e, pur dietro alla Cina, manteneva una produzione superiore a quella statunitense.
Anche la collaborazione internazionale continua a essere uno dei punti di forza del sistema europeo con oltre la metà delle pubblicazioni realizzate assieme a partner di altri paesi. Il problema quindi non è che in Europa si produca poca scienza, ma che una parte consistente di questa forza perda progressivamente capacità man mano che si passa dalla ricerca alla tecnologia, dalla tecnologia al mercato e dal mercato alla crescita su larga scala.
Il quadro dei brevetti rende visibile questa dinamica. Fra il 2000 e il 2022 la quota europea delle domande internazionali PCT è scesa da circa il 30% al 16%, mentre la Cina è passata da una posizione marginale a quasi un terzo delle domande globali. L’Europa continua a mantenere posizioni importanti in settori come i materiali avanzati, la manifattura e alcune tecnologie della transizione energetica, ma risulta più debole proprio in alcuni ambiti strategici fra cui l’intelligenza artificiale, i semiconduttori e il cloud.
Il messaggio che ne deriva è netto: la qualità della ricerca non garantisce automaticamente leadership tecnologica, soprattutto quando mancano le condizioni necessarie per trasformare un risultato scientifico in una tecnologia adottabile, un’impresa capace di crescere o una filiera industriale competitiva.
Il problema non riguarda soltanto la quantità degli investimenti
Accanto alla questione della trasformazione della ricerca in innovazione esiste anche un problema di risorse. L’Unione europea parla da oltre vent’anni dell’obiettivo di destinare il 3% del PIL alla ricerca e sviluppo, ma nel 2024 l’intensità europea di R&S era ancora ferma al 2,24%, in crescita rispetto all’1,81% del 2000 ma ancora distante dagli Stati Uniti, dal Giappone e soprattutto dalla Corea del Sud.
Seguendo l’attuale traiettoria, osserva lo SRIP, l’Europa arriverebbe al 3% soltanto intorno al 2057, e questa proiezione mostra quanto sia difficile recuperare il ritardo semplicemente prolungando le tendenze attuali.
Il rapporto insiste anche su un’altra questione: non basta chiedersi quanto si investe in ricerca perché è altrettanto importante capire dove si concentra quell’investimento. Una parte rilevante della R&S privata europea rimane legata alla manifattura a media tecnologia mentre negli Stati Uniti una quota maggiore si indirizza verso settori high-tech e servizi ad alta intensità di conoscenza.
La conseguenza è importante perché significa che il divario europeo non può essere colmato limitandosi ad aumentare gli incentivi alla ricerca. Occorre anche creare condizioni favorevoli alla nascita di nuovi settori, alla crescita di nuove imprese, all’attrazione di capitali e alla costruzione di mercati capaci di assorbire tecnologie innovative.
Quando la ricerca entra nella politica industriale
Uno dei passaggi più significativi dello SRIP riguarda il superamento di una visione strettamente scientifica della politica della ricerca. La produzione di conoscenza continua a essere fondamentale ma viene sempre più inserita dentro una strategia che comprende competitività, produttività, sovranità tecnologica e capacità industriale.
Nel rapporto ricorrono temi come il trasferimento tecnologico, la crescita di startup e scale-up, le competenze, il capitale, la standardizzazione, la proprietà intellettuale, la domanda pubblica e le politiche territoriali. Il problema non viene più considerato concluso nel momento in cui un progetto di ricerca produce un buon risultato scientifico, perché è proprio da quel momento che inizia la parte più complessa del percorso.
Fra una scoperta e il suo utilizzo economico esiste una catena articolata che comprende la protezione della proprietà intellettuale, la dimostrazione dell’applicabilità della tecnologia, la costruzione di un modello di business, l’accesso ai capitali, la prima produzione, la ricerca di clienti, il superamento delle eventuali barriere regolatorie e infine il raggiungimento di una scala industriale sufficiente.
È all’interno di questa traiettoria che lo SRIP utilizza uno dei suoi concetti più importanti: knowledge valorisation, la valorizzazione della conoscenza.
Valorizzare la conoscenza non significa soltanto venderla
La formula “commercializzazione della ricerca” è efficace ma descrive soltanto una parte del fenomeno. La knowledge valorisation è un concetto più ampio perché riguarda tutti i modi attraverso i quali la conoscenza scientifica può produrre valore economico o sociale. Questo valore può nascere da una startup, da una collaborazione fra università e impresa, da un brevetto, da uno standard industriale, da una tecnologia adottata da altre aziende o anche dall’utilizzo dei risultati della ricerca nella pubblica amministrazione e nelle politiche pubbliche.
La differenza è sostanziale perché la Commissione non osserva più soltanto ciò che la ricerca produce sul piano scientifico ma anche ciò che quella conoscenza è capace di attivare in termini di innovazione, adozione, diffusione e trasformazione del sistema economico.
Lo SRIP mostra che l’output innovativo dell’Unione è cresciuto nell’ultimo decennio ma evidenzia al tempo stesso una difficoltà persistente nel trasformare questi risultati in effetti economici comparabili a quelli dei sistemi più dinamici.
Arrivare sul mercato non basta
Un altro passaggio particolarmente interessante riguarda il concetto di deployment, cioè la capacità di portare una tecnologia fuori dal laboratorio e farla funzionare realmente all’interno dell’economia.
Una tecnologia può essere stata brevettata, può aver superato la fase sperimentale e può perfino essere disponibile sul mercato senza riuscire per questo a essere adottata su larga scala. Perché ciò accada sono necessarie infrastrutture, domanda, competenze, capitale, regole, standard, reti produttive e clienti disposti a utilizzarla.
Il caso dell’idrogeno verde, utilizzato dallo SRIP, è particolarmente chiaro. Si possono finanziare elettrolizzatori migliori, nuove soluzioni di stoccaggio e sistemi più efficienti, ma perché si sviluppi davvero una filiera industriale servono anche infrastrutture, contratti di acquisto, condizioni finanziarie sostenibili e una domanda sufficientemente robusta.
La ricerca non crea automaticamente il mercato nel quale la tecnologia dovrebbe affermarsi, ed è proprio per questo che la politica europea dell’innovazione sta cercando di intervenire sempre più anche sulle condizioni esterne alla ricerca che determinano il successo o il fallimento del deployment.
Il punto è importante perché sposta il baricentro delle politiche europee: non ci si limita più al sostegno del laboratorio o del progetto ma si cerca di costruire l’ecosistema nel quale quel risultato possa effettivamente trovare applicazione.
Il secondo problema è il finanziamento della crescita
Fra un buon progetto di ricerca e un’impresa capace di competere su scala globale si apre poi un ulteriore problema: quello del capitale necessario alla crescita. L’ecosistema europeo delle startup è migliorato negli ultimi anni così come il mercato del venture capital, ma quando le imprese entrano nelle fasi in cui servono investimenti molto più consistenti il divario rispetto agli Stati Uniti torna a essere evidente. Lo SRIP rileva, tra l’altro, che circa la metà del capitale di crescita destinato alle imprese deep-tech europee proviene da investitori non europei.
Questo dato mostra che anche quando l’Europa riesce a produrre una tecnologia promettente e a creare una buona impresa spesso non dispone internamente di una quantità di capitale sufficiente per accompagnarne la crescita. Il problema riguarda anche la struttura del mercato finanziario europeo. Fondi pensione e assicurazioni gestiscono complessivamente migliaia di miliardi di euro di asset, ma una quota relativamente limitata viene destinata al venture capital e agli investimenti tecnologici più rischiosi.
È in questo contesto che il finanziamento pubblico assume una funzione diversa rispetto al passato. Serve ridurre il rischio fino al punto in cui il capitale privato è disposto a entrare. La logica che si ritrova dietro strumenti come l’European Innovation Council va esattamente in questa direzione: utilizzare le risorse pubbliche per accompagnare tecnologie e imprese attraverso le fasi in cui il mercato privato, da solo, investirebbe con maggiore difficoltà.
Secondo i dati raccolti nello SRIP le startup sostenute dai Programmi quadro europei hanno successivamente raccolto decine di miliardi di euro di venture capital, mentre l’EIC ha già contribuito ad attivare investimenti privati aggiuntivi. Il finanziamento pubblico tende quindi a essere concepito sempre meno come un intervento isolato e sempre più come una leva capace di mobilitare altro capitale.
L’intelligenza artificiale mostra bene la contraddizione europea
L’intelligenza artificiale è forse il caso che rende più visibile la tensione fra forza scientifica e capacità industriale descritta dallo SRIP. L’Europa dispone ancora di università, ricercatori e centri scientifici di primo livello, ma quando si osservano brevetti, infrastrutture di calcolo, piattaforme, data centre e investimenti, la posizione europea si indebolisce rapidamente rispetto a Stati Uniti e Cina.
La quota europea dei brevetti AI è diminuita negli ultimi vent’anni mentre la capacità di calcolo e le infrastrutture necessarie allo sviluppo dei sistemi più avanzati restano in gran parte concentrate fuori dal continente.
La lezione che ne deriva è chiara: possedere conoscenza non equivale automaticamente a possedere capacità tecnologica. Per trasformare una competenza scientifica in leadership industriale servono imprese, infrastrutture, capitale, dati, capacità produttiva e accesso al mercato.
L’innovazione produce crescita soltanto se si diffonde
Lo SRIP aggiunge poi un ulteriore tassello, forse meno evidente ma altrettanto importante: una tecnologia non produce automaticamente effetti economici nel momento in cui viene inventata o commercializzata, perché deve anche essere adottata da un numero sufficientemente ampio di imprese. È il tema della technology diffusion.
Le imprese più grandi e già più produttive riescono normalmente ad adottare più rapidamente intelligenza artificiale, automazione e tecnologie digitali avanzate, mentre le PMI incontrano più ostacoli legati alla disponibilità di competenze, capitale, infrastrutture, dati e capacità di calcolo. Questa dinamica può produrre un effetto paradossale: una tecnologia progettata per aumentare la produttività può accentuare la distanza fra le imprese che riescono ad adottarla e quelle che restano indietro.
Per questo la politica europea dell’innovazione deve occuparsi anche di diffusione. La sequenza che emerge dal rapporto è più lunga e complessa di quanto spesso si immagini: ricerca, innovazione, valorizzazione, commercializzazione, deployment, diffusione, produttività.
Anche i territori diventano parte della capacità europea
Il rapporto dedica grande attenzione anche alla dimensione territoriale dell’innovazione perché la ricerca, il capitale e le capacità industriali non si distribuiscono uniformemente. Le regioni che dispongono già di università forti, imprese tecnologiche, infrastrutture e competenze tendono ad attrarre ulteriori investimenti e talenti, mentre altri territori rischiano di rimanere progressivamente ai margini. Per questo lo SRIP insiste sulle cosiddette place-based policies, politiche costruite sulle caratteristiche specifiche dei territori e sulle capacità scientifiche, produttive e istituzionali già presenti.
L’idea di fondo è che non tutte le regioni debbano inseguire gli stessi settori o cercare di replicare i medesimi modelli. Una strategia più efficace dovrebbe partire dalle specializzazioni esistenti e costruire attorno a esse reti, competenze e collegamenti con altri ecosistemi.
È un cambiamento di prospettiva anche rispetto alle tradizionali politiche di coesione perché i territori non vengono più considerati soltanto come aree da sostenere per ridurre le disuguaglianze ma come componenti della capacità tecnologica complessiva dell’Europa.
Non significa abbandonare la ricerca fondamentale
Tutto questo non equivale a sostenere che la ricerca fondamentale debba essere sostituita da quella immediatamente commercializzabile. Lo SRIP dedica grande attenzione all’eccellenza scientifica, alla libertà della ricerca, alle condizioni dei ricercatori e alla necessità di preservare la capacità europea di produrre nuova conoscenza. Il cambiamento riguarda piuttosto ciò che accade dopo.
La tesi che attraversa il rapporto è che l’eccellenza scientifica, pur restando indispensabile, non sia più sufficiente da sola. Occorre costruire continuità fra ricerca e applicazione, fra laboratorio e impresa, fra brevetto e investimento, fra startup e scale-up, fra tecnologia e mercato e, infine, fra innovazione e diffusione.
È questo che spiega perché nel linguaggio dei programmi europei compaiano con sempre maggiore frequenza termini come valorisation, exploitation, market uptake, deployment, scale-up, standardisation e investor readiness.
Dalla ricerca alla capacità europea
Per molti anni la domanda fondamentale delle politiche scientifiche è stata come produrre più conoscenza. Successivamente il problema si è spostato su come trasformare quella conoscenza in innovazione. Lo SRIP 2026 mostra che oggi la questione è ancora più ampia e riguarda la capacità di fare in modo che la ricerca e l’innovazione prodotte in Europa generino anche imprese, investimenti, produzione, diffusione tecnologica e capacità strategica all’interno dello stesso spazio europeo.
La ricerca rimane il punto di partenza ma non rappresenta più il punto di arrivo. Dopo il laboratorio vengono la valorizzazione, la proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico, il capitale, il dimostratore, il primo cliente, il mercato, la produzione e l’adozione. È proprio lungo questa catena che Bruxelles sta ridisegnando una parte crescente delle proprie politiche.
Lo SRIP 2026 riassume questa trasformazione con una formula particolarmente efficace, from strength to scale, dalla forza alla scala: l’Europa possiede ancora una parte importante della forza scientifica necessaria ma la sfida decisiva dei prossimi anni sarà riuscire a trasformarla in capacità industriale, tecnologica ed economica sufficientemente ampia da competere su scala globale.
