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Cicloturismo in Italia, una ricchezza su cui investire

Vale almeno un punto di Pil e viene valorizzato anche dal Pnrr, ma il cicloturismo deve essere progettato e pianificato in modo molto attento, spiega Gianluca Santilli, presidente dell’Osservatorio Bikeconomy.

di Andrea Ballocchi

 

Il cicloturismo in Italia genera oggi circa 5 miliardi di euro, ma può arrivare a valere quattro volte tanto, aumentando di un valore pari a un punto di Pil. Lo ha affermato il ministro del Turismo Massimo Garavaglia in varie occasioni, segnalando una valutazione potenziale di “15 miliardi di prodotto interno lordo generato solo attraverso il cicloturismo. Se le stime fossero rispettate l’Italia colmerebbe il gap con la Germania”, che genera 20 miliardi di euro con l’offerta dedicata al turismo dolce, con le due ruote, in termini di strutture e infrastrutture.
Le cifre evocate dal titolare del dicastero sono quelle riportate dall’Osservatorio Bikeconomy, ideato da Gianluca Santilli, avvocato d’impresa, creatore e organizzatore di grandi eventi internazionali come la Granfondo di Roma e ciclista appassionato. È anche autore (insieme al giornalista Pierluigi Soldavini) di “Bikeconomy. Viaggio nel mondo che pedala”, volume pubblicato nel 2018 e in seconda edizione nel 2020, che è ancora «l’unico riferimento a livello europeo in materia», sottolinea.
L’Italia ha tutte le carte in regola per attrarre un’offerta potenzialmente enorme, il turismo in bici, già forte di un primato: è il primo produttore europeo di biciclette e Paese leader nella smart mobility, ha evidenziato la recente ricerca “Ecosistema della Bicicletta” curata da Banca Ifis.

 

Perché conviene sostenere oggi bici e cicloturismo?

«Partiamo da una premessa. Malgrado se ne parli da tempo, non è ancora chiaro il concetto di bikeconomy, ovvero l’indotto economico generato dalla bici, stimato da European Cyclist Federation in 500 miliardi di euro a livello europeo. Pensiamo solo ai vantaggi per la salute, che hanno una ricaduta economica straordinaria. Sulla stima complessiva, circa 200 miliardi di euro sono imputabili a questa voce, in tutte le sue accezioni. La bikeconomy è ancora un fenomeno economico per molti aspetti pionieristico. Proprio questo aspetto fa sì che tutte le parti potenzialmente interessate, dai legislatori agli imprenditori fino agli amministratori locali non abbiano ancora ben chiare le opportunità offerte da bici e cicloturismo. È importante comprendere che bici e cicloturismo in Italia valgono, sì, almeno un punto di Pil, ma occorre capire come riuscire a generarlo».

 

Magari, partendo dalle ciclabili?

«Il Pnrr stanzia 600 milioni per queste infrastrutture. Bene. Tuttavia occorre comprendere che non c’è bisogno di creare sedi stradali specifiche per le bici. Non sono sempre necessarie. Penso, per esempio, alla Via Silente, in Campania, sviluppata su quasi 600 km e che attraversa l’intero territorio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Si tratta di strade percorse da pochissime auto. In Italia ci sono decine di migliaia di strade secondarie, perché non investire su un’attività di mappatura ragionata e poi decidere dove sia realmente necessario realizzare le ciclabili? Occorre pensare alle ciclabili come all’hardware, ma in verità a mancare è il software, ovvero i servizi espressamente dedicati al cicloturismo. Dall’ospitalità alle app per mappare le strade percorribili, a tutto quanto faccia sentire un cicloturista a suo agio e sicuro. Serve, quindi, investire su tutta la filiera. In Germania si generano 20 miliardi di fatturato dal cicloturismo perché sono presenti tutte le condizioni, contando su un riferimento unico da cui scegliere la zona da visitare. In Italia sono presenti migliaia di siti web, perché manca la capacità di fare squadra, dai Comuni alle strutture di agriturismo».

 

Che cosa occorre quindi per favorire il cicloturismo?

«Serve un piano nazionale e standard rigorosi. Se un cicloturista va in un albergo dedicato non basta che qui ci trovi una pompa per gonfiare le gomme. Deve contare su servizi ad hoc, dall’officina dedicata alla disponibilità di guide multilingue, dalla possibilità di recapitare i bagagli al successivo punto di ospitalità alla cura dell’alimentazione più adatta per muoversi in bici. Servono quindi determinate condizioni affinché un territorio possa essere considerato bike friendly. Ne è un esempio il Grand Tour della Valle del Savio, in Emilia Romagna, vincitore della settima edizione dell’Oscar Italiano del Cicloturismo, assegnato proprio in questi giorni, riconoscimento annuale conferito alle “green road” delle Regioni promotrici delle due ruote con servizi mirati al turismo lento. Si tratta di un progetto di cicloturismo, non di una ciclabile».

 

Ci sono strumenti incentivanti pubblici per promuovere uso di bici e ciclabili a livello regionale e comunale?

«Ci sono. Mancano però le competenze e spesso anche una mentalità aperta al confronto e alla ricerca di veri esperti che possano aiutare a progettare. Tutto ciò provoca una certa confusione e, peggio, un cattivo uso dei fondi. Pensiamo alla misura dedicata all’acquisto di una cargo bike: in molti Paesi la logistica è già coordinata in modo che le consegne, in contesto cittadino, vengano gestite per lo più da questi mezzi, capaci di trasportare anche fino a 500 kg di merce. In Italia si ragiona in modo anacronistico. Di recente, partecipando a un convegno sulla e-mobility, si parlava di logistica urbana con furgoni elettrici. È vero che sono veicoli con un impatto ambientale azzerato, ma con dimensioni tali da non favorire certo la decongestione da traffico di cui soffrono le città. Finché saranno trafficate, non si potrà parlare di smart city. Occorre ragionare sulla bici non come un “mezzo da ambientalisti”, ma come un’alternativa reale all’auto per muoversi in contesto urbano. Anche il recente decreto sui mobility manager è funzionale a una drastica riduzione dell’auto, inclusa quella elettrica».

 

A proposito di infrastrutture ciclabili, che cosa occorre fare?

«Prima di parlare di ciclabili serve ripensare alla bici e considerarla per ciò che merita, cioè uno degli elementi cardine della mobilità, anche “as a service”. Ma, ripeto, servono le giuste competenze. Porto un esempio. Il nostro Osservatorio Bikeconomy ha progettato, tramite Decisio, una società olandese che ne fa parte, il biciplan di Milano, Cambio, e ha dimostrato che è possibile realizzare un’infrastruttura da 750 km complessivi stanziando 225 milioni di euro. È una cifra che non basterebbe a realizzare 2 km di metropolitana e consentirà di trasformare Milano nella prima città ciclabile d’Europa. È un progetto a sviluppo radiale, un esempio di mobilità ciclabile evoluta, interattiva, efficace. Come Osservatorio abbiamo anche concluso un accordo con Tim perché si creino i presupposti utili per servizi digitalizzati, potendo analizzare il traffico e progettare servizi ancora più mirati. Gli stessi grandi gruppi cominciano a percepire l’importanza della mobilità sostenibile e dolce».

 

Tra i ruoli che ha svolto c’è anche quello di assessore allo Sviluppo economico e alle attività produttive del Comune di Grottaferrata, nei Castelli Romani. A livello locale i Comuni, specie quelli medio piccoli e ancor più i borghi, come possono incoraggiare bici e cicloturismo?

«Devono aggregarsi. Nel Pinerolese con l’Osservatorio stiamo supportando 11 Comuni che hanno deciso di aggregarsi tramite un’associazione (UpSlowTour) per promuovere il proprio territorio, dall’enogastronomia all’agriturismo, attraverso percorsi in bici mirati, all’insegna del bike friendly. Così si sono uniti amministrazioni pubbliche, associazioni, aziende, per un progetto capace di fornire valore a tutti. E ancora, il Comune di Casole d’Elsa, in Toscana ha saputo avviare un progetto, denominato Terre di Casole Bike Hub, che non si è limitato a proporsi come un borgo bike friendly, ma ha avuto la lungimiranza di coinvolgere la Val di Merse, creando un Grand Tour che oggi comprende sei paesi in un percorso ad anello di 170 km che si distende in quattro valli. Oggi è un territorio con una destinazione ciclo turistica evoluta. Ecco, quindi, come si deve fare cicloturismo in Italia, specie per i piccoli Comuni. Serve aggregazione, un territorio sufficientemente ampio e la volontà di creare una piattaforma capace di attrarre investitori».

 

Quali opportunità incentivanti può e deve sfruttare il Sud Italia del cicloturismo?

«Partiamo ancora dal Pnrr. È pensato con un occhio di riguardo al Sud Italia. Ma richiede una progettazione attenta e rigorosa. Il Meridione ha tutto per vivere di turismo. Eppure oggi il Veneto, da solo, fattura in turismo quanto tutto il Sud Italia. Occorre pensare alle opportunità che si possono aprire grazie al “turismo evoluto”, ovvero coordinato, pianificato, provvisto di tutti i servizi utili. Il Sud deve avere il coraggio di fare una scelta di campo e puntare sul turismo. I motivi per fare questa scelta sono almeno due: un contesto decisamente favorevole per attrarre domanda turistica; e l’estrema necessità di generare valore e occupazione, pena il progressivo spopolamento. C’è quindi da sfruttare bene l’opportunità del Piano nazionale ripresa e resilienza, ma il limite è non saper impostare o non avere le risorse per fare progetti di alto profilo. Occorre destinare una parte dei finanziamenti alla progettualità, strutturandola con standard internazionali. Poste le fondamenta che garantiscono la possibilità di attrarre finanziamenti, si devono creare le giuste sinergie. Vale a dire contratti di rete fra privati, contratti di programma tra le amministrazioni, territori con determinati spazi. Serve quindi mettere da parte logiche campanilistiche e valorizzare al massimo la partnership pubblico-privata».

 

La progettazione è incentivabile?

«Certamente. A Cesena abbiamo progettato un piano di ciclabilità, offrendo poi la consulenza per partecipare a un bando per la progettazione esecutiva che permetteva di accedere a un finanziamento importante (1 milione di euro). La città, grazie al lavoro fatto, ha potuto beneficiare di questi fondi, da lì poi si è sviluppata la progettualità del già citato Grand Tour della Valle del Savio».

 

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