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Mobility as a service: la sfida è partita!

Il Mobility as a service rientra nell’investimento 1.4.6 del Pnrr che ha messo sul piatto ben 40 milioni di euro a favore delle città selezionate per implementare i progetti pilota. L’obiettivo è migliorare i servizi di trasporto urbano con soluzioni di mobilità intelligenti e integrate.

 

di Giorgio Pietanza

 

Immaginiamo di uscire di casa e avere a disposizione treni, bus, taxi e veicoli in sharing, come auto, scooter, monopattini o bici per raggiungere la nostra meta. Il tutto grazie a un’app che ci permette di scegliere quale mezzo è meglio utilizzare pagando semplicemente con un unico abbonamento.

Sembra un film ambientato nel futuro, ma non lo è. Anzi, è qualcosa di molto vicino dall’essere concretizzato anche qui in Italia, mentre in alcune città del mondo (Helsinki per esempio) è già realtà.

Si chiama Maas (Mobility as a service), ed è un progetto innovativo nell’ambito dei servizi di trasporto urbano e locale. Si tratta di un modello di mobilità sostenibile che riduce l’importanza di avere un’auto di proprietà individuale in favore di un servizio di qualità superiore. E che contribuisce tra l’altro a decongestionare il traffico e a moderare l’inquinamento atmosferico e acustico nelle città.

Come accennato, gli abitanti di Helsinki godono di questo servizio da tempo, dal 2016, avendo a disposizione l’app Whim, grazie a cui si può pianificare, prenotare e pagare i viaggi sui mezzi pubblici. Un’app che contempla anche corse in treno, taxi o bicicletta self-service. Il servizio Maas per Helsinki conta oggi 45mila utenti con 5.100 canoni mensili, un sistema tariffario che permette sostanzialmente un utilizzo illimitato del trasporto pubblico locale. Un vero e proprio successo pronto a essere replicato anche in altre metropoli europee, almeno quelle intenzionate per davvero a riformare il trasporto pubblico rendendolo il più possibile a misura di utente.

Anche l’Italia ci prova

Questa nuova tipologia di mobilità condivisa e integrata è ancora in fase embrionale in Italia, un Paese in cui gli spostamenti sui mezzi pubblici sono decisamente scarsi. Pensiamo in particolare al Mezzogiorno e alle aree suburbane e periurbane dove la qualità del servizio è insoddisfacente e maggiore è il ricorso all’auto privata. Ecco perché il Governo ha deciso di inserire la Mobility as a service negli ambiti di intervento del Piano nazionale di ripresa e resilienza, nella linea d’azione dedicata allo sviluppo digitale in cui sono impegnati il ministero per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale (Mitd) e il ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili (Mims). L’obiettivo è utilizzare una parte delle risorse in arrivo dall’Europa per ridisegnare la mobilità delle nostre città. Con un approccio quindi locale, ma su scala nazionale.

Manifestazioni di interesse da molte città

Il progetto, almeno sulla carta, ha suscitato curiosità e stimolato un certo entusiasmo. Difatti il primo bando, chiusosi in gennaio, ha raccolto la candidatura di ben 13 città italiane sparse un po’ in tutte le regioni: Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia. Di queste tredici candidature ne sono state selezionate tre, Milano, Roma e Napoli, che riceveranno un finanziamento complessivo di 40 milioni di euro per testare la nuova mobilità urbana integrata.

E in ragione del successo di questa prima tornata è stato pubblicato un secondo bando, terminato pochi giorni fa, il 6 giugno, per estendere la sperimentazione ad altri tre capoluoghi. I tre progetti che verranno scelti e realizzati in altrettante città “leader” saranno finanziati dal Pnrr. A seguire ne saranno selezionati ulteriori sette in aree “follower”, con il supporto delle tre città leader e tramite cofinanziamento.

Una valanga di innovazione e di criticità

La caratteristica principale del Mobility as a service è rappresentata dalla possibilità per il cittadino di pianificare il proprio viaggio attraverso un’unica applicazione presente sullo smartphone e di scegliere il mezzo di trasporto più conveniente da utilizzare. Pagando sempre dallo smartphone con un unico account. Ovviamente la chiave di volta di tutto il sistema risiede nella tecnologia. E quindi occorre come minimo una capillare diffusione della banda per far sì che i device siano connessi in qualsiasi punto della città. Cosa che, almeno per l’Italia, non è affatto scontata.

In ballo c’è poi la questione della gestione dei dati e delle informazioni. Il Maas si propone di intervenire come interfaccia, in grado di far dialogare attraverso un unico spazio sistemi di aziende completamente differenti. Dietro a ogni scelta dell’utente ci sono dati da trattare, con relativa privacy, e metodi di pagamento da indirizzare a ciascun gestore coinvolto dalle singole transazioni. Ma anche orari e localizzazioni di mezzi da aggiornare in tempo reale. Insomma, oltre a quello tecnologico, il secondo asset strettamente necessario è la capacità di analizzare, raccogliere e comprendere i dati. Senza contare l’importanza di sviluppare applicazioni il più possibile interoperabili tra loro. Un’ulteriore criticità è che, nel lungo termine, il Mobility as a service dovrebbe consentire anche il roaming: quindi un’unica applicazione dovrebbe permettere di muoversi in città diverse senza doversi ogni volta iscrivere a servizi differenti.

Nuovo modello di business, ma soprattutto nuovo paradigma

La personalizzazione e la flessibilità nel sistema dei trasporti trova con il Maas la sua declinazione più spinta. Lo spazio di mercato c’è ed è sempre più ghiotto sia per l’ambito pubblico sia per quello privato. E già da diversi anni proprio nel privato sono nati numerosi servizi di condivisione di auto, biciclette, scooter e autobus, per cittadini e aziende. Ma è per il settore pubblico che il Mobility as a service rappresenta una formidabile leva di efficientamento e una vera e propria rivoluzione, in grado di connettere treni, aerei, tram e autobus, a servizi di car sharing e bike sharing che completano la gamma di possibilità di viaggio personalizzabili dall’utente.

Naturalmente è fondamentale accertare con precisione il ruolo che la Pubblica amministrazione avrà nell’implementare questo nuovo paradigma nella città. È infatti l’attore pubblico che dovrà decidere in anticipo quali regole dare a se stesso, ai mobility provider e agli operatori privati del sistema Maas.

Insomma, una sfida complessa con una posta in gioco alta: attuare una vera politica per la mobilità sostenibile inducendo i cittadini italiani, normalmente refrattari alla novità nella cosa pubblica, a modificare le proprie abitudini personali negli spostamenti. Ecco perché è necessario che il Maas “funzioni” sin da subito, evitando di bruciare questo progetto virtuoso con esperimenti intermedi abborracciati e poco convincenti. E quindi la domanda è lecita: l’Italia ce la farà?

 

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