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Il valore degli artisti, le responsabilità delle istituzioni e i limiti del mercato nella riflessione preparata per il panel «Lo sguardo avanti» del XXI Ravello Lab, con un programma di almeno vent’anni per sostenere chi crea oggi.
Gli artisti sono da sempre antenne capaci di intercettare i cambiamenti sociali, comprese le nuove manifestazioni di disagio, e una società attraversata da nuove tensioni ha particolarmente bisogno del loro lavoro. Piero Siena, primo direttore di Museion e figura fondamentale per l’arte contemporanea in Alto Adige, lo diceva così ai bambini: «Questa roba potrà pure non piacervi, ma non sarete protagonisti del vostro tempo se non la conoscerete». Il lavoro degli artisti entra nella pubblicità, nella moda, nel design, talvolta nel linguaggio politico, e comprenderlo significa saper decodificare i messaggi del consumo e del comportamento sociale. Il position paper del panel, presieduto da Pierpaolo Forte, colloca giustamente il tema nell’orizzonte dell’articolo 9 della Costituzione. Ma la cultura concorre anche, attraverso il lavoro culturale, al «progresso materiale o spirituale della società» di cui parla l’articolo 4. E dell’articolo 9 i media hanno guardato soprattutto alla tutela del secondo comma, trascurando il compito fissato dal primo: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura». Lo sviluppo della cultura riguarda le persone di oggi e di domani, quindi anche gli artisti che lavorano mentre si discute del loro futuro. L’arte prodotta oggi sarà il patrimonio di domani, così come il patrimonio storico è in larga misura il deposito del lavoro di artisti che faraoni, principi, cardinali e papi proteggevano e che nelle democrazie sono affidati alle istituzioni pubbliche. Vale la pena ricordarlo, perché il discorso sul contemporaneo si concentra troppo spesso sul successo di un artista, sulla mostra di richiamo o sulla quotazione d’asta, e quando si parla troppo del prezzo scompare il lavoro.
La domanda inespressa del pubblico
Molte persone entrano in un museo desiderando provare un’emozione e, insieme, imparare qualcosa. È una domanda spesso inespressa, che un articolo apparso su Fizz già nel gennaio 2008 invitava a riconoscere e soddisfare, criticando le sale sovraffollate di opere, le didascalie microscopiche e i pannelli scritti per i colleghi del curatore più che per i visitatori. Quasi vent’anni dopo molte istituzioni hanno compiuto progressi straordinari, altre conservano la stessa diffidenza per il racconto e lasciano il pubblico solo davanti a opere complesse, come se spiegare le ragioni di una ricerca artistica potesse diminuirne il prestigio. La complessità va rispettata, ma spetta alle istituzioni accompagnare le persone verso di essa invece di farne una barriera di ceto. A Bolzano è stata sperimentata a lungo la scomposizione del racconto, con pochi particolari, poche opere e una buona preparazione prima dell’incontro con il lavoro artistico. La circolare della Direzione generale Musei del 2019 sul miglioramento del racconto museale ha tradotto queste esperienze in indicazioni operative, chiedendo didascalie leggibili, contesti spiegati meglio e un digitale usato quando aiuta davvero, perché un museo di qualità offra, secondo le parole della normativa, «effettive esperienze di conoscenza». L’attenzione delle istituzioni si sposta così dalle cose alle persone, e il valore sociale di un museo si riconosce nelle relazioni che sa costruire prima che nella conta degli ingressi. La prova decisiva sono i vicini di casa, che abitano intorno al museo e continuano a considerarlo estraneo.
Il prezzo non basta a dire il valore
Negli ultimi decenni il mercato ha occupato uno spazio che prima era presidiato dalla critica e dalle istituzioni. Dalla fine degli anni Ottanta la giovane curatrice tipo di un museo pubblico è pagata sempre meno e, per arrivare a uno stipendio decente, nel tempo libero collabora con un collezionista. Così i collezionisti entrano dalla porta principale dei musei. Pure troppo. La crisi dell’editoria ha spinto nella stessa direzione i pochi critici sopravvissuti alla stagione degli anni Settanta, passati alle consulenze per fiere, case d’asta e gallerie multinazionali. Il collezionismo ospita persone di grande preparazione e autentica generosità, ma l’indipendenza delle istituzioni e l’autonomia della critica diventano fragili quando le competenze migliori, mal pagate nel pubblico, trovano riconoscimento quasi soltanto nel mercato. Il rischio è che l’autorevolezza culturale, costruita anche con gli investimenti pubblici in ricerca e musei, finisca in troppa parte agli operatori privati. Resta aperto anche il tema dei controlli. Il regolamento antiriciclaggio Ue 2024/1624, applicabile dal 10 luglio 2027, include gallerie e case d’asta per le transazioni da almeno 10.000 euro, ma il valore di un’opera dipende da fattori interpretativi, reputazionali e relazionali che rendono difficile verificare la congruità degli scambi. Senza professionisti preparati, ben pagati e indipendenti, e senza un ruolo propedeutico dei musei, il gusto si forma sui titoli dei record d’asta, sui social network e sulle strategie commerciali, e il prezzo diventa una scorciatoia per riconoscere il valore. Accade anche per alcune recenti acquisizioni pubbliche, raccontate soprattutto per la cifra pagata più che per ciò che aggiungono alla collezione. Il prezzo è una notizia, ma il valore culturale richiede una discussione più lunga e un racconto più diffuso e attento.
Accanto al prezzo pesa il linguaggio. Roberto Farneti, in L’occhio della madre, aiuta a mettere a fuoco il rischio di un sistema chiuso, protetto da codici di riconoscimento che possono apparire persino ridicoli, e Christian Caliandro ha scritto dei guasti dell’«arte fighetta». Sul curatorese, con presentazioni che basterebbe cambiare in sei parole per adattarle a un altro artista, si scherza da tempo tra artisti e su Instagram. Il Mart di Rovereto ha mostrato un’altra strada, riportando l’attenzione su artisti che il mercato aveva lasciato ai margini. Motivare con autorevolezza le proprie scelte è una delle funzioni più alte del museo pubblico.
Archivi e coraggio dello scarto
Tra gli anni Ottanta e Novanta l’accesso alla documentazione sull’arte è passato da troppo poco a troppo. Una volta si andava quasi in pellegrinaggio in via Farini, a Milano, all’Archivio Viafarini, nato nel 1991 e ancora oggi custode di una storia preziosa della ricerca artistica italiana. Poi sono arrivate le banche dati sul web, molto più ampie ma spesso disordinate e prive di selezione critica. Oggi che una parte consistente dell’arte contemporanea si avvicina alla storicizzazione e alla tutela, la disponibilità indiscriminata dei materiali produce informazioni, mentre solo la selezione competente rende possibile la conoscenza. Digitalizzare è necessario, organizzare criticamente ciò che si digitalizza lo è ancora di più, tanto più con un’intelligenza artificiale che moltiplica le immagini e può rendere meno visibili i processi che le hanno generate. C’è poi un tema affrontato finora con troppa timidezza, quello dello scarto. Parte dell’arte che si chiama ancora contemporanea sta per compiere settant’anni. Nella Firenze del Quattrocento lavoravano alcune centinaia di artisti, oggi la produzione è enormemente più vasta e continua a crescere. La storia dell’arte è anche la storia di una selezione, e le istituzioni devono distinguere ciò che merita di essere tramandato da ciò che documenta una stagione, affidando agli archivi la memoria delle opere che non sarà possibile conservare. Servono giudizi scientifici indipendenti dalle quotazioni, con una cautela: lo scarto riguarda anzitutto le acquisizioni e la conservazione della produzione futura.
Valorizzare la valorizzazione
Valorizzazione contiene la parola valore. Spetta ai musei e alle istituzioni pubbliche e private spiegare perché un’opera merita di essere custodita e perché un artista del presente merita attenzione, evitando di diventare quegli «zoo di opere» da cui mette in guardia Franco Broccardi in Cultura adesso. Per farlo servono professionisti preparati e pagati adeguatamente, come indicano anche i livelli uniformi di qualità adottati nel 2018 per il Sistema museale nazionale. Da troppo tempo invece il lavoro culturale viene remunerato con la retorica della passione, e le professionalità migliori migrano verso altri ambiti del sistema dell’arte. Una quota dell’impegno pubblico deve poi tornare direttamente agli artisti viventi, attraverso la committenza richiamata dal position paper, le residenze, la produzione nelle istituzioni e rapporti qualificati con i privati, purché le scelte restino autonome. Il museo ha anche un ruolo nel benessere delle persone. Gli studi di Enzo Grossi, Pier Luigi Sacco e Annalisa Cicerchia e il lavoro del Cultural Welfare Center presieduto da Catterina Seia hanno mostrato quanto l’accesso alla cultura pesi sul benessere psicologico percepito, al punto che in alcune analisi risulta il secondo fattore associato al benessere dopo la presenza o assenza di malattie importanti. Per questo le prestazioni dei musei andrebbero misurate anche sulla formazione e sulla qualità delle relazioni con scuole, servizi sociali e territori, non solo sulla biglietteria. È una frontiera di lavoro immensa per i giovani che hanno scelto gli studi umanistici.
Un programma di almeno vent’anni
Promuovere il contemporaneo significa combattere, almeno nei musei, il punto più critico del sistema, l’esasperato conformismo, alimentato anche da una governance pubblica che penalizza il coraggio, sottopone i dirigenti a rotazioni eccessive e moltiplica gli incarichi ad interim. Da qui alcune proposte. La Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura e gli assessorati regionali andrebbero rafforzati con gruppi di giovani critici e studiosi, adeguatamente retribuiti, incaricati di costruire ogni due o tre anni, regione per regione, un panorama degli artisti emergenti e di quelli da riscoprire, da presentare in una manifestazione nazionale a Roma o a Venezia spiegando le ragioni delle scelte. Un programma che ha senso solo su un orizzonte di almeno vent’anni, al riparo dalle stagioni politiche e dalle mode, con un resoconto annuale pubblico, sostegni regionali ai giovani artisti e un’apertura ai nuovi linguaggi, dall’arte murale ai videogiochi alla musica. La pubblica amministrazione dovrebbe anche imparare a documentare, discutere e persino celebrare i fallimenti, perché riconoscere il valore conoscitivo dell’errore incoraggia progetti più coraggiosi e riduce il conformismo che nasce dalla paura di sbagliare. Il lavoro degli artisti andrebbe portato nelle periferie, sulle facciate degli edifici, nei luoghi di cura e di lavoro, anche con un impegno dei privati magari fiscalmente detraibile, e le artoteche, come quella esemplare di Bolzano, potrebbero svilupparsi in collegamento con le biblioteche fino a raggiungere le abitazioni private. Ogni nuova politica di sostegno, infine, dovrebbe accompagnarsi a un presidio autorevole della legalità delle transazioni e della trasparenza delle quotazioni.
All’ingresso della Biennale di Venezia è capitato spesso di incontrare il cartello di Carmine Caputo di Roccanova che reclama, con ironia assai severa, la «pena di morte per l’arte senza le note in calce». È un buon promemoria: rendere riconoscibili i contesti, spiegare le scelte, restituire al pubblico la possibilità di comprendere. Da questa cura nasce il valore sociale dell’arte contemporanea e, forse, una parte della sua libertà futura.
Riferimenti bibliografici
- P. Forte (chair), Ravello Lab 2026, Panel 2, «Lo sguardo avanti: promozione del contemporaneo tra autori, mercato, istituzioni», position paper.
- F. Broccardi, Cultura adesso. Un’economia contemporanea, Nomos Edizioni, Busto Arsizio, 2025.
- A. Bruciati, «Il paradosso del contemporaneo in Italia», in Letture Lente – AgenziaCult, 7 ottobre 2026.
- C. Caliandro, Contro l’arte fighetta, Castelvecchi, Roma, 2023.
- R. Farneti, L’occhio della madre, Castelvecchi, Roma, 2024.
- A. Cicerchia, C. Seia e G. Lapucci, «Welfare culturale in azione. Una trasformazione in atto: da progetti a programmi ed ecosistemi», in Io sono Cultura. Rapporto 2025, Fondazione Symbola, Roma, 2025, pp. 270–275.
- A. Lampis, «Arte contemporanea, allestimenti e cura del pubblico», Fizz, gennaio 2008.
- A. Lampis, «Museo», Atlante Treccani, 15 aprile 2020, http://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Museo.html
- A. Lampis, «Il miglioramento del racconto delle opere d’arte. La domanda inespressa e inconsapevole di apprendere», in Dialoghi sull’Architettura I, Sapienza Università Editrice, Roma, 2022, pp. 79–90.
- A. Lampis, «Il ruolo dell’immagine nella negoziazione del valore culturale: una riflessione tra semiotica e governance», in E. Ippoliti e A. Casale (a cura di), Costruire lo sguardo. Saperi, metodi, esperienze, FrancoAngeli, Milano, 2026, pp. 57–64.
- A. Lampis, «Musei, accessibilità e welfare culturale», in AA.VV., Cultura come diritto: radici costituzionali, politiche e servizi, e-book, Associazione Civita e A&A Studio Legale, 2019, https://www.albeeassociati.it/wp-content/uploads/2019/09/Cultura-come-diritto_radici-costituzionali-politiche-e-servizi.pdf
- A. Lampis, «Nell’arte di oggi, l’occhio del critico vuole la sua parte», Il Sole 24 Ore, 18 dicembre 2025, p. 16.
- A. Lampis, «Museion, 40 anni di arte viva», Alto Adige, 13 settembre 2025, p. 1 e p. 10.
- A. Lampis, «Valore dell’arte, degli artisti e dei musei», Economia della Cultura, 2026, in corso di stampa.
- E. Grossi e P. L. Sacco, «Cultura e benessere soggettivo individuale: un ruolo centrale», dati ripresi anche in Evidencing Culture for Policy, Springer, 2021.
- E. Grossi, G. Tavano Blessi, P. L. Sacco e M. Buscema, «The Interaction Between Culture, Health and Psychological Well-Being: Data Mining from the Italian Culture and Well-Being Project», Journal of Happiness Studies, 13(1), 2012, pp. 129–148, DOI: 10.1007/s10902-011-9254-x.
- G. Tavano Blessi, F. Viganò, E. Grossi, «Il ruolo della cultura nella costruzione del benessere. Evidenze a livello nazionale 2008-2018», Sociologia Urbana e Rurale, 130 (2023), pp. 111–127.
- Archivio Viafarini, sito istituzionale e storia dell’archivio (1991 e successive evoluzioni).
- Articoli 4 e 9 della Costituzione della Repubblica italiana.
- https://culturalwelfare.center/
- https://www.artoteca.eu/it/
- www.antoniolampis.online
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