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Il nuovo bando SMP Food 2026-2027 prevede 4 milioni di euro per imprese, filiere, food banks e organizzazioni capaci di ridurre davvero le eccedenze alimentari.
Quanto sprechiamo davvero? Negli anni questa domanda è diventata sempre più centrale non solo nelle politiche pubbliche ma anche in quelle aziendali, producendo progressivamente la consapevolezza che l’economia circolare debba diventare l’ossatura economica di ogni buona impresa. Ma tutto questo non basta se a monte non c’è la consapevolezza del rapporto tra produzione e spreco.
Il comparto agroalimentare
Nel caso del comparto agroalimentare, e più specificamente di quello del cibo, l’Europa ha deciso che la risposta non può più essere affidata alla retorica della sostenibilità. Con il nuovo bando Sostegno dell’UE alle parti interessate per migliorare la misurazione degli sprechi alimentari e contribuire all’attuazione di misure di prevenzione degli sprechi alimentari nelle loro attività e organizzazioni – 2026-2027 (SMP-FOOD-2026-FW-STAKEHOLDERS-PJ), la Commissione europea mette a disposizione 4 milioni di euro per sostenere gli attori della filiera alimentare nella misurazione e nella prevenzione dello spreco alimentare.
La missione è molto chiara: l’Unione europea finanzia progetti che siano in grado di individuare concretamente lo spreco, misurarlo, ridurlo e dimostrare i risultati ottenuti.
L’agevolazione da vicino
La call rientra nel Single Market Programme – SMP Food ed è gestita da HaDEA, l’Agenzia esecutiva europea per la salute e il digitale. La scadenza è fissata al 15 ottobre 2026. Il contributo copre il 50% dei costi eleggibili e il grant atteso per progetto è attorno ai 300.000 euro, anche se il bando non esclude proposte di importo diverso. I progetti dovranno durare normalmente tra 18 e 24 mesi.
Va subito detto che, nel panorama delle call europee, 300.000 euro possono sembrare un impegno ridotto rispetto a quanto spesso l’Europa abitua a vedere. La valutazione però non va fatta solo sulla quantità di risorse ma anche sulla distribuzione potenziale del budget. Con una dotazione di 4 milioni di euro la call potrebbe sostenere indicativamente una dozzina di progetti o poco più. Non è una garanzia, perché il bando ammette importi diversi e la Commissione si riserva di non assegnare tutti i fondi disponibili, ma è comunque un segnale: non siamo davanti a una misura pensata per un unico grande beneficiario.
Perché proprio adesso
Il tema dello spreco alimentare non è nuovo, ma il quadro europeo è cambiato. La revisione della Waste Framework Directive ha introdotto obiettivi vincolanti di riduzione dello spreco alimentare da raggiungere entro il 2030: -10% nella trasformazione e manifattura alimentare, -30% pro capite nel retail e nel consumo, includendo ristoranti, servizi alimentari e famiglie.
Il bando si inserisce in questo quadro e non finanzia generiche campagne di sensibilizzazione, che rischierebbero di ricalcare il problema del greenwashing1. Chiede piuttosto ai beneficiari di applicare il metodo del Target–Measure–Act.
Prima si individua il problema, poi si misura, poi si agisce. Infine si valuta se l’intervento ha funzionato. Questo approccio viene descritto in quattro passaggi: diagnosi iniziale dello spreco alimentare, definizione di obiettivi di riduzione collegati a una baseline, implementazione delle azioni sui punti critici individuati, valutazione finale dei risultati.
L’Europa sta dicendo agli operatori della filiera che la sostenibilità deve diventare dato, metodo, prova.
Chi può partecipare
Il bando si rivolge a soggetti pubblici e privati stabiliti negli Stati membri dell’Unione europea. Sono ammissibili imprese, enti pubblici, organizzazioni non profit, ONG, centri di ricerca, food banks, organizzazioni di redistribuzione e altri attori della filiera alimentare.
La call guarda in particolare agli operatori collocati nella parte intermedia della catena alimentare: trasformatori, produttori, grossisti, retailer. Ma apre anche a partenariati più ampi in cui possano collaborare imprese, innovatori, soggetti del Terzo settore, banche alimentari, piattaforme digitali, organizzazioni logistiche e attori della distribuzione.
Non è obbligatorio presentarsi in consorzio: sono ammesse sia candidature mono-beneficiario sia proposte multi-beneficiario. In caso di consorzio uno dei beneficiari dovrebbe rappresentare le PMI. Questo elemento segnala una direzione precisa: la Commissione vuole evitare che il bando diventi soltanto un esercizio per grandi gruppi o reti già strutturate. La filiera alimentare europea è fatta anche di piccole imprese, cooperative, trasformatori locali, piattaforme di distribuzione, organizzazioni sociali e soggetti che operano nei territori.
Cosa finanzia davvero
Il bando finanzia azioni concrete per prevenire e ridurre lo spreco alimentare. Sono ammissibili progetti che sviluppano e implementano interventi di prevenzione nella filiera, anche attraverso approcci collaborativi tra più operatori. Possono essere finanziati interventi per ridurre lo spreco nei consumi domestici e fuori casa, modelli organizzativi innovativi, soluzioni cooperative, innovazione sociale, strumenti digitali, nuove tecnologie, packaging, pratiche di etichettatura e modelli di gestione delle eccedenze.
Un punto importante riguarda i side streams e i surplus alimentari. La Commissione sostiene azioni capaci di processare, riprocessare e valorizzare flussi laterali della produzione o eccedenze in nuovi prodotti alimentari. Questo apre uno spazio interessante per l’innovazione industriale, perché significa ripensare processi produttivi, formati, confezionamenti, shelf life, logistica e modelli commerciali.
Per food banks e organizzazioni di redistribuzione il bando finanzia attività per recuperare eccedenze e trasformarle in nuovi prodotti, migliorarne conservazione e stoccaggio, sviluppare partnership con produttori e imprese locali, implementare sistemi digitali per inventario e coordinamento delle donazioni, rafforzare tracciabilità, logistica, trasporto, formazione e capacità organizzativa.
Il bando non copre invece azioni che trasferiscono alimenti non più destinati al consumo umano verso mangimi. E non finanzia azioni centrate sul trattamento dei rifiuti, come il compostaggio. La priorità resta la parte alta della gerarchia: prevenzione alla fonte e redistribuzione per il consumo umano.
Perché misurare è la parte più difficile
In Europa si producono ogni anno oltre 58 milioni di tonnellate di spreco alimentare. Il valore economico stimato è di 132 miliardi di euro. Le famiglie generano più della metà dello spreco complessivo, ma il resto si distribuisce lungo la filiera: produzione primaria, trasformazione, ristorazione, servizi alimentari e retail.
Questi numeri spiegano perché l’Europa insista tanto sulla misurazione. Non si può ridurre ciò che non si sa localizzare. Nelle imprese alimentari, lo spreco può nascere da lotti fuori formato, errori di previsione della domanda, problemi di shelf life, difetti di confezionamento, scarti di lavorazione e inefficienze logistiche.
Per questo il bando chiede di identificare gli hotspot, cioè i punti in cui lo spreco si produce davvero. Una proposta credibile deve spiegare dove si generano gli sprechi, come vengono misurati, quale baseline viene utilizzata, quali obiettivi SMART vengono fissati, quali indicatori saranno monitorati e come verranno valutati i risultati finali.
Una misura per progetti vicini al mercato
La Commissione dichiara di cercare soluzioni e tecnologie pronte per l’implementazione, in condizioni prossime al mercato, su scala industriale o commerciale, durante la durata del progetto. In altre parole, il bando finanzia progetti che sviluppano, testano e dimostrano approcci applicabili.
La valutazione premierà la rilevanza, la qualità e l’impatto. Non è una misura per progetti decorativi ma per soggetti che possono dimostrare di avere dati, capacità operativa, esperienza e possibilità concreta di cambiare processi.
La sfida per l’Italia
Per l’Italia il bando arriva in un momento in cui la filiera agroalimentare è sottoposta a una doppia pressione. Da un lato l’aumento dei costi, la variabilità delle produzioni e la necessità di rendere più efficienti i processi. Dall’altro la crescente richiesta di sostenibilità, tracciabilità e responsabilità sociale.
Questo bando è particolarmente adatto a chi intende trasformare il problema dello spreco in un’occasione di organizzazione industriale. Le imprese possono lavorare sulla previsione della domanda, sulla gestione dei lotti, sul recupero degli scarti, sulla shelf life, sul packaging e sulla destinazione delle eccedenze. Le food banks e le organizzazioni sociali possono rafforzare tracciabilità, magazzini, logistica, trasformazione e coordinamento con produttori e distributori. Le piattaforme digitali possono intervenire su inventari, scadenze, donazioni e redistribuzione.
La chiave sarà costruire partenariati realistici. Un progetto forte può unire un trasformatore alimentare, un retailer, una food bank, una piattaforma digitale, un centro di ricerca e un soggetto logistico.
Dal rifiuto alla responsabilità
La parte più interessante della call è il cambio di paradigma sotteso. Lo spreco alimentare non viene più trattato solo come problema etico o ambientale, ma come questione di misurazione, organizzazione e responsabilità di filiera.
La prevenzione dello spreco diventa un problema di dati, contratti, logistica, standard commerciali, comportamenti, infrastrutture, software, packaging, norme sanitarie e cooperazione tra soggetti diversi.
Questo bando chiede agli operatori di dimostrare che la sostenibilità può uscire dal linguaggio promozionale e diventare pratica verificabile. Perché in fondo la domanda è tanto semplice quanto non più rimandabile: se lo spreco alimentare ha un costo economico, ambientale e sociale così alto, perché continuiamo a considerarlo una conseguenza inevitabile del sistema alimentare?
- Per approfondire il greenwashing: Greenwashing e tutela del consumatore per un’economia sostenibile, il Quaderno della Consob
Il Greenwashing nel food marketing, come riconoscerlo e come difendersi
Sulla sostenibilità anche: La sostenibilità a tempo. Cosa lascia indietro l’Omnibus I
Eco-design 2026 e industria tessile: dallo scarto alla risorsa ↩︎
