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Social lending, questo sconosciuto

Social Lending

Sbloccato soltanto alla fine del 2021, il social lending per il Terzo settore può ora finalmente esprimere tutte le sue potenzialità. Ma occorre trasformare in fretta anche la mentalità degli operatori, ancora poco abituati a gestire operazioni di rilevanza finanziaria per il proprio ente.

di Franco Genovese

La ricerca di risorse economiche rappresenta una preoccupazione costante per tutti gli enti non profit, che tuttavia hanno oggi a disposizione una serie di interessanti soluzioni finanziarie introdotte con la riforma del Terzo settore. Si tratta però di strumenti che non sanno utilizzare e che in parte non sono ancora effettivamente operativi. In questa interessante cassetta degli attrezzi finanziari c’è anche il social lending, una formula di prestito tra privati che avviene via web attraverso piattaforme dedicate e che soltanto verso la fine del 2021 ha potuto essere sbloccata.
Questa misura era già contenuta nel Codice del Terzo settore del 2017 ma non poteva essere operativa senza uno specifico provvedimento ministeriale. Solo recentemente, all’interno del dl Semplificazioni, è stata inserita l’abrogazione del comma che subordinava l’effettività del social lending a quel provvedimento tanto atteso. E così, da pochissimi mesi, è finalmente operativo l’istituto del prestito sociale che offre molti vantaggi e particolari agevolazioni fiscali per gli enti del Terzo settore.

Le origini del social lending

Il prestito tra privati caratterizza da sempre l’attività economica in tutti i settori e in tutte le epoche. Soprattutto quando le banche non sono intenzionate a fare da sponda a imprenditori considerati poco solidi. Ma è soprattutto in un’epoca di credit crunch, come quella attuale, che la restrizione dell’offerta di credito ha obbligato le imprese a volgere lo sguardo altrove, cercando di limitare il più possibile la pesante intermediazione di banche e società finanziarie.
Si è così sviluppato un nuovo tipo di mercato finanziario formale caratterizzato da creditori privati e da richiedenti il prestito che possono interagire direttamente tra loro definendo i tassi di interesse in maniera indipendente. La transazione del tasso può variare in base al merito creditizio del richiedente e ad altri requisiti decisi dal prestatore, che generalmente è un privato non bancario. In questo modo, oltre a ottenere tassi più ragionevoli, si eliminano anche tutti quei macchinosi e opachi costi aggiuntivi tipici di banche o finanziarie. Queste piattaforme di intermediazione sono regolate dalla Banca d’Italia e gestiscono prestiti facendo, da un lato, una valutazione del profilo dei clienti richiedenti il prestito e, dall’altro lato, diversificando l’offerta di capitali in base al rischio che sono disposti a sostenere i soggetti finanziatori. Tutto questo insieme di equilibri rende le condizioni di prestito decisamente più vantaggiose.

Prestito sociale e p2p: stessa cosa

Il social lending è un’invenzione piuttosto recente. Nasce nel Regno Unito nei primi anni 2000 e si è sviluppato rapidamente, soprattutto in ambiente anglosassone, a seguito della crisi finanziaria iniziata nel 2007 che ha generato un inasprimento della stretta creditizia bancaria a livello globale.
Attualmente sono moltissime le piattaforme online di social lending sparse nel mondo, che più generalmente vengono definite “peer to peer lending”. E anche in Italia questo mercato alternativo sta muovendo i primi passi. Un’indagine della School of management del Politecnico di Milano mostra che le piattaforme attive fino a giugno 2021 erano 28, con una crescita del 100% rispetto all’anno precedente, segno della grande vivacità del nascente business parallelo dei prestiti.
Questa forma di finanziamento alternativo sta lentamente prendendo piede anche nel mondo certamente non ricchissimo del non profit grazie alla riforma del Terzo settore, che ha inserito nel Codice del Terzo settore il social lending come uno degli strumenti utili a sostenere economicamente gli enti. E in particolare per il social lending è stata prevista una fiscalità specifica poiché l’utilità di questo strumento va a impattare direttamente sull’interesse generale della comunità.
Un’altra caratteristica molto interessante del social lending è infine la velocità di erogazione del prestito poiché viene saltata l’istruttoria creditizia. Che solitamente le banche fanno e che, oltre ad avere un costo aggiuntivo, richiede molto tempo.

Fiscalità diversa per il non profit

Ed è forse la fiscalità agevolata l’unico elemento che differenzia fortemente il p2p lending propriamente detto dal social lending dedicato al Terzo settore.
Per incoraggiare l’utilizzo di questo strumento, infatti, è stato previsto per i gestori delle piattaforme di social lending l’applicazione di una ritenuta a titolo d’imposta con aliquota agevolata al 12,5 % destinata ai soli enti iscritti al Runts, il registro unico del Terzo settore. Stiamo parlando della stessa aliquota prevista per i titoli di stato.
La differenza rispetto alla tassazione prevista per le imprese vere e proprie è sostanziosa, dal momento che queste ultime hanno una tassazione del 26%, trattandosi di guadagni che hanno la stessa natura dei redditi da capitale.
Questo basso livello di tassazione rappresenta dunque un forte incentivo all’utilizzo del social lending da parte degli enti non profit. Anche se occorre fornire adeguate garanzie di trasparenze e di rendicontazione alle quali non sempre gli enti sono abituati. A tal proposito la normativa prevede importanti obblighi di trasparenza e informazione anche con forme di pubblicità dei bilanci dell’ente nonché attraverso la loro pubblicazione sul proprio sito internet istituzionale. Il Codice del Terzo settore prescrive infatti che entro il 30 giugno di ogni anno vengano depositati i rendiconti delle raccolte fondi e di altre forme di finanziamento presso l’Ufficio del Registro unico nazionale del Terzo settore, unitamente ai bilanci d’esercizio e sociale.

Una partenza lenta

Non profit e business non dovrebbero mai essere contrapposti l’uno all’altro. Eppure in Italia esistono parecchi vincoli culturali che impediscono un incontro fecondo e pacifico tra questi due mondi. Se stai di qua, non puoi stare contemporaneamente di là, è un po’ questo il ritornello che caratterizza questa stantia contrapposizione ideologica. E questo è un vero peccato, perché i vantaggi ad abbracciare con più consapevolezza la cultura manageriale ci sono e sono tanti.
Il social lending non sfugge purtroppo a questo grande equivoco e rappresenta un po’ una spia del difficile travaso di esperienze da un mondo all’altro. L’auspicio è che queste nuove formule di finanziamento agiscano da stimolo alla crescita di managerialità all’interno degli enti, troppo spesso seduti su logiche assistenzialiste. Insomma, c’è ancora tanto da fare e anche da imparare.


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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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