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Ricerca e accessibilità nel futuro del Museo Egizio

Come si sta preparando il museo egizio più antico del mondo al bicentenario del 2024? Ce lo racconta il suo direttore, Christian Greco.

 

di Andrea Ballocchi

 

Il Museo Egizio di Torino si appresta a celebrare il suo bicentenario con numeri da primato. Lo scorso anno ha registrato 398.336 visitatori, risultando il terzo museo più visitato in Italia, dopo la Galleria degli Uffizi e la Galleria dell’Accademia a Firenze. Merito degli Antichi Egizi, che continuano a essere attrattivi. «Quella egizia è stata la civiltà in cui fu codificata per la prima volta la scrittura, permettendo così di tramandare la memoria e il sapere. Inoltre, è una civiltà capace di proporre riflessioni profonde e ancora attuali». A dirlo è Christian Greco, egittologo e dal 2014 direttore del Museo di via Accademia delle Scienze, a Torino, che nel 2024 festeggerà i suoi primi 200 anni facendone il museo più antico del mondo interamente dedicato alla cultura egizia.

Tanto antico, ma pienamente orientato al futuro: la digitalizzazione è entrata a fare parte integrante di questo luogo che ha appena inaugurato la mostra “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto”, insediata nei nuovi spazi del museo: sono 500 metri quadrati distribuiti tra piano terreno e ipogeo, concessi dall’Accademia delle Scienze di Torino al Museo, dopo un’opera di restauro sostenuta dalla Fondazione Compagnia di San Paolo.

La gestione di un museo di questo prestigio è motivo di orgoglio, ma richiede anche un’attenta programmazione e una continua capacità di innovarsi e di praticare una gestione economica sostenibile. Com’è possibile affrontare tutte queste sfide? Lo abbiamo chiesto proprio al direttore, Christian Greco, che può vantare un curriculum di livello: tra le varie mansioni, dal 2015 è codirettore della missione congiunta italo-olandese a Saqqara che investiga un gruppo di tombe del Nuovo Regno, tra cui quella del faraone Horemheb. Dal 2018 è membro del Comitato Scientifico del Grande museo egizio a Giza, in Italia è anche membro del Cda del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann). E per i meriti acquisiti in campo culturale ha ricevuto l’onorificenza dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 2021.

 

A poco più di un anno dal bicentenario quali progetti ci sono in cantiere per fare del Museo Egizio un luogo di riferimento culturale ancora più attuale e affascinante?

«Ci sono cinque progetti. Stiamo lavorando per coprire la corte interna in modo da trasformarla in un’agorà, un luogo di incontro di cui i cittadini e i visitatori possano usufruire, scoprendo un progetto già avviato e inaugurato quest’estate, vale a dire il giardino egizio. Cosa manca al Museo Egizio, dopo 200 anni dalla sua fondazione? Il paesaggio. Allora, cosa c’è di più bello che ricreare un giardino così come esso è raffigurato nelle tombe del Nuovo Regno, elemento chiave e spunto d’ispirazione per l’arte e la decorazione? Sempre in tema di paesaggio c’è poi un secondo progetto di cui si indirà a breve la gara e che prevede la copertura della piazza. Al suo interno troverà spazio anche un caffè letterario in cui è possibile trovare posto e consultare pubblicazioni riguardanti l’Egitto. Coprire la corte interna permetterà anche di togliere i vetri che chiudevano i portici, permettendo di accedere al tempio di Ellesiya. Esso fu donato all’Italia per quanto fatto nell’intervento di spostamento dei templi di File e Abu Simbel, a seguito della costruzione della Grande Diga di Assuan. Per vederlo si deve pagare un biglietto, contrariamente a quanto avviene in altre città dove sono presenti templi egizi. Un esempio, a Leiden, nei Paesi Bassi, c’è il Tempio di Taffeh e anche qui hanno coperto una corte interna per permetterne l’accessibilità. Questo è il modello che vogliamo imitare. Quindi chi accederà a questo spazio, potrà sostare o leggersi un libro fra le piante dell’antico Egitto ed entrare nel tempio di Ellesiya. Nella sala in cui è presente il tempio useremo anche la multimedialità per ricreare il paesaggio nubiano da cui proviene».

 

Che cosa ancora manca a questi progetti del bicentenario?

«Manca l’Egitto. E noi abbiamo portato l’Egitto nel Museo mettendo gli oggetti in relazione con un paesaggio ricostruito digitalmente, in modo da creare un dialogo fra materiale e immateriale. Così si avvicinano i giovani amanti della nuova tecnologia, mostrando come l’archeologia significhi anche studio e composizione del paesaggio, dialogo di un oggetto con un paesaggio lontano ma ricostruibile grazie alla digitalizzazione. In uno spazio dedicato, di circa 1.000 metri quadri, sarà possibile intraprendere questo viaggio nello spazio e nel tempo in cui tutto ciò sarà possibile. Un ulteriore progetto interessa la Galleria dei Re. Nella mostra “Il dono di Thot” per la prima volta mostriamo fronte e retro di una statua. Quest’idea la vogliamo riproporre, anche perché in genere le statue esposte in questa galleria hanno lo schienale verso il muro. Adesso invece le vogliamo ricollocare al centro. Vogliamo far entrare la luce dall’esterno, vogliamo che le statue guardino i visitatori, permettendo di creare un dialogo all’interno dello spazio».

 

A lei piacerebbe molto cambiare il modello economico del Museo Egizio e arrivare alla gratuità di accesso. È davvero sostenibile questo obiettivo?

«È un obiettivo impossibile se pensiamo di farlo da soli. Abbiamo bisogno di chi ci possa accompagnare a renderlo possibile, parlo di esperti di economia, di finanza. Ho cominciato a fare alcuni ragionamenti a tal proposito durante il periodo della pandemia, in cui abbiamo assistito a un drastico calo di visitatori. Se il nostro sostentamento fosse rappresentato unicamente dai biglietti acquistati, dovremmo far pagare oggi ai visitatori una somma moltiplicata solo per sopperire ai mancati introiti. Ciò sarebbe profondamente sbagliato. Dobbiamo invece considerare che esistono attività culturali in cui si è disposti a pagare cifre significative perché si è convinti che contribuiscano a un accrescimento culturale. Penso ai concerti, per esempio, o alle rappresentazioni teatrali. Mi piacerebbe che il museo si trasformasse da “custode degli oggetti” a centro di ricerca. Quando Aristotele fondò il suo Mouseion, il suo ruolo era quello di luogo di discussione fra studiosi. Ecco, vorrei quindi che l’accessibilità agli oggetti fosse gratuita e che invece si insistesse molto di più nel trovare nuove modalità per consentire un accrescimento culturale».

 

Ma è possibile?

«Da un’analisi svolta all’interno del Museo Egizio si è notato che chi partecipa a una visita guidata fornisce riscontri molto elevati, in termini di valutazione, alla propria esperienza. Dobbiamo puntare quindi a permettere alle persone di tornare anche con una certa frequenza a vedere oggetti, e fornire loro invece strumenti a pagamento per l’accrescimento culturale. Questo è il nostro obiettivo. Il nostro copyright è la ricerca, la disseminazione della conoscenza, i progetti educativi. Dovremmo puntare a tutto ciò facendolo diventare un modello economico di riferimento. È un obiettivo possibile solo a patto che diventi un progetto di ricerca svolto insieme alle università, che in questo ci possano aiutare. Quando arriveremo a definire un modello economico sostenibile potremo cercare di capire se è attuabile o meno».

 

Esiste ancora il mecenatismo? Che ruolo ha per i musei e, in particolare per il Museo Egizio?

«Certamente. C’è un attivismo innanzitutto istituzionale per noi importantissimo ed è un ruolo che hanno Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt. Pensiamo alla Consulta di Torino, una realtà meravigliosa perché rappresenta le imprese del territorio che decidono di investire in cultura. Inoltre due anni fa abbiamo creato un nuovo dipartimento all’interno un nostro museo denominato “Fondi europei e fundraising” che sta riscuotendo l’interesse crescente di privati, piccoli e grandi, che vogliono contribuire a mantenere questa memoria culturale che è di tutti».

 

Quale giudizio può dare dell’Art Bonus?

«È una misura che ha cominciato a funzionare. Ritengo però che non debba valere come un puro incentivo fiscale, ma dovrebbe essere pensato come “restituzione”. Nei Paesi anglosassoni è radicata l’idea che se una persona ha fatto carriera e ha ottenuto determinati risultati a livello professionale ed economico, debba restituire qualcosa alla società che gli ha permesso di avere successo e di intraprendere questa strada. Dobbiamo insistere molto su questo concetto. Anche l’apertura del museo, l’accesso alle collezioni da parte di tutti e il radicarsi nel territorio dell’idea che queste collezioni appartengono a tutti va in quella direzione. Se viene compreso che il ruolo del Museo Egizio è di essere di “custode pro tempore” di collezioni che appartengono a tutti, e che per riuscire in quest’intento ha bisogno dell’aiuto di ognuno, allora si potranno creare le condizioni ideali per svolgere al meglio il lavoro e affrontare il presente e il futuro».

 

 

 

 

 

 

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