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Pnrr per le smart city: un’occasione da non perdere

Digitalizzazione, transizione green, inclusione sociale: sono i tre pilastri del Pnrr da cui passa il futuro delle città intelligenti italiane. Un’occasione davvero imperdibile per i Comuni e per il Sud Italia. Quel che occorre fare lo spiega Luca Gastaldi, docente e membro della segreteria tecnica per l’attuazione del Pnrr alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

di Andrea Ballocchi

 

Il Pnrr mette sul tavolo quasi 11 miliardi di euro per le smart city. Una montagna di denaro, un’occasione unica per innovare città piccole, medie, grandi e fornire servizi alle persone. Perché questo devono fare le città intelligenti: sfruttare le “opportunità offerte dalle nuove tecnologie della comunicazione per migliorare la qualità della vita dei cittadini”.

Il Piano nazionale ripresa e resilienza dispone di 191,5 miliardi di euro di risorse, di cui 10,8 miliardi sono dedicati a interventi di smart city. Da quanto emerso dalla ricerca dell’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano, la maggioranza delle amministrazioni comunali (il 69%) è pronta a ricorrere ai fondi del Pnrr per la smart city, investendo soprattutto in interventi di digitalizzazione e innovazione (76%), infrastrutture sostenibili (61%) e transizione ecologica (56%).

«Il Pnrr porta un quantitativo di risorse per le città che non si era mai visto prima», evidenzia Luca Gastaldi, docente e direttore dell’Osservatorio dell’agenda digitale del Politecnico di Milano, nonché membro della segreteria tecnica per l’attuazione del Pnrr alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. «Abbiamo preso consapevolezza, attraverso la pandemia, di come le città siano centrali nel presente e nel futuro, ma di quanto hanno bisogno di essere più sostenibili oltre che a misura di cittadino. Infatti sono responsabili del 70% delle emissioni globali di Co2 e attualmente il 40% della popolazione mondiale vive in città. Il Covid-19 ha fatto comprendere come esse siano poco resilienti. Da qui la necessità di un Piano nazionale espressamente dedicato per saper affrontare situazioni difficili oggi e domani».

 

Il Pnrr stanzia più di 10 miliardi per le smart city. Come sono allocati?

«Si tratta di fondi sono trasversali alle varie missioni. Però gli interventi maggiori riguardano interventi per la digitalizzazione (40 milioni), la transizione ecologica (7,21 miliardi), e l’inclusione e coesione (3,52 miliardi). Queste tre missioni costituiscono i pilastri all’interno dei quali dobbiamo muoverci in futuro. Se le città vogliono essere smart devono diventare più digitali, più verdi e più socialmente attente. Il Pnrr oltre alle risorse porta progettualità concrete e scadenze precise che si devono rispettare. È una novità assoluta rispetto al passato: oggi i soldi ci sono, volendo anche più del necessario, ma non abbiamo molto tempo. Questo “costringe” le città a pianificare e il Governo a dare una mano affinché possano centrare gli obiettivi. Abbiamo anche vincolato tutte le altre risorse del Piano all’ottenimento dei risultati».

 

Come funziona quest’ultimo passaggio, in estrema sintesi?

«Con la Commissione europea l’Italia ha concordato 213 milestones e 314 target, ossia più di 500 target da attuare nei prossimi anni. Sul totale, una cinquantina circa riguardano le smart city. Se non se ne rispetta anche solo uno, dal momento della verifica in poi significa perdere tutto. Questo, come ci si può immaginare, produce molta pressione».

 

Come è emerso dall’analisi dell’Osservatorio Smart City, il principale ostacolo riscontrato nella realizzazione di progetti smart city per la città è la mancanza di competenze, che interessa ben il 47% dei comuni italiani…

«Prima di tutto occorre prendere consapevolezza quanto sia impensabile pensare di costruire queste competenze nell’orizzonte temporale previsto dal Pnrr. In Italia ci sono più di 8mila Comuni, il 70% dei quali conta meno di 5mila abitanti. Di questi, numerosi contano un organico assai limitato. Team così risicati come possono pensare di realizzare iniziative digitali, green e inclusive? Il principale rimedio è raccordare i Comuni tra loro, organizzandosi e facendo sistema. Invece di affrontare interventi complessi da soli, dovrebbero fare squadra, mettendo insieme diversi Comuni di un determinato territorio e facendo massa critica. Ma anche questo non basta ancora…».

 

Che cosa serve ancora ai Comuni italiani?

«Un altro passo necessario è un raccordo tra le Pa locali e centrali. L’Italia ha enti pubblici eccellenti in termini di competenze in vari campi: pensiamo a Istat, Inail, Sogei. Sono esempi virtuosi e riconosciuti a livello internazionale e che sono chiamati a mettere a disposizione degli enti locali queste competenze. E già lo stanno facendo. Inail, per esempio, sta costruendo data center verso cui gli enti locali potranno migrare parte dei dati sensibili di loro proprietà. Oppure Sogei ha sviluppato la soluzione che durante il lockdown ha permesso di gestire gli appuntamenti vaccinali. E ancora Pago PA, società in house del ministero dell’Economia e Finanze, ha sviluppato un’app destinata a rappresentare per il prossimo futuro l’interfaccia con cui le Pa locali invieranno notifiche ai propri cittadini. Quest’opera di condivisione va portata avanti, cogliendo le opportunità offerte e che in alcuni casi hanno già messo in luce le capacità italiane. Un esempio per tutti è lo Spid grazie al quale siamo il primo Paese in Europa in termini di diffusione d’identità digitale con cui è possibile accedere a servizi pubblici. Grazie a queste opportunità, i Comuni sono e potranno essere sempre più sgravati da incombenze, concentrandosi sulle esigenze dei propri cittadini e provare a rispondere con servizi di smart city. L’importante è che le Pa centrali mettano in condivisione le soluzioni sviluppate a tutti gli enti locali».

 

Basta così?

«Non ancora. Nei prossimi anni servirà un’azione di affiancamento ai singoli enti locali da parte di quella legione di professionisti competenti in numerosi campi, così da intervenire in modo capillare per venire in loro aiuto.  Questa pletora di persone qualificate già oggi c’è e uno degli interventi del Pnrr prevede proprio la creazione di team di esperti che supportino gli enti locali per portare avanti interventi di digitalizzazione».

 

Se lei fosse il sindaco di uno dei tanti borghi che compongono l’Italia, cosa farebbe in pratica per riuscire a conciliare Pnrr e smart city?

«Il primo passo è mettere da parte l’orgoglio e la miopia, prendendo consapevolezza che da soli non si va da nessuna parte. Inoltre cercherei il confronto con altre realtà pubbliche nel contesto territoriale, cercando e trovando alleati. Un terzo passo è informarsi e conoscere meglio dove stiamo andando e come lo stiamo facendo. Un elemento di riferimento e di studio è lo stesso Pnrr oltre al Piano triennale per l’informatica nella Pubblica amministrazione. In questi due documenti è riportata l’indicazione della direzione della macchina pubblica verso cui sta andando. Per conoscere poi quale sia il ruolo poter svolgere, invece, è importante andare a navigare sul sito web Pa Digitale 2026, dove sono indicati tutti i bandi e le opportunità associate al Pnrr per i Comuni. A tale proposito, proprio in questi giorni sul sito sono illustrate le opportunità di migrazione in cloud dei dati e degli applicativi pubblici dei Comuni. Infine occorre avere il coraggio di sfidare i fornitori nel cercare nel minor tempo la migliore soluzione It possibile. Spesso le amministrazioni pubbliche puntano al massimo ribasso, ottenendo scarsa qualità. Bisogna invece impostare procedure di approvvigionamento e di collaborazione con i fornitori un po’ più ambiziose».

 

Pnrr e smart city: si assiste davvero a un divario Nord-Sud Italia sul fronte “città intelligenti”?

«Confermo. Vi sono evidenti divari tra Nord e Sud Italia in termini di transizione digitale ed ecologica. Giusto per capire quanto sia sensibile il problema, secondo l’indice Desi nazionale (Digital economy and society index), l’Italia è quartultima in Europa in digital transformation. Utilizzando gli stessi indicatori per il calcolo sulle varie regioni italiane emerge una situazione molto differenziata che diverse regioni molto avanzate e altre, invece, assai arretrate. Da quanto si può notare, tutte le Regioni meridionali sono sotto la media italiana, trainata per la maggior parte da quelle settentrionali. Questo divario lo si nota anche in termini di spesa per soluzioni digitali: i Comuni del Sud tendono a spendere meno di quelli del Centro-Nord».

 

Posto questo, quali opportunità si aprono in particolare per i Comuni del Sud Italia grazie al Pnrr?

«Chi ha scritto il Piano nazionale ripresa e resilienza è consapevole di questo divario e ha indicato alcune azioni utili a colmarlo. Questa è davvero una buona notizia. In tutte le linee di investimento del Piano c’è un’attenzione rivolta proprio a questo fine. Porto a esempio uno dei progetti smart city finanziati dal Piano, quello che riguarda il Mobility as a service, paradigma di nuova mobilità integrata basata su modalità di pagamento in modalità digitale. Si sta svolgendo una sperimentazione a Milano, Roma e Napoli. Il Pnrr richiede che altre sette città conducano test specifici: di queste almeno tre devono essere del Sud Italia. È un vincolo posto per sensibilizzare sulla necessità di ridurre i gap nei diversi contesti territoriali. Lo stesso Piano non manca di ricordare puntualmente che la realizzazione degli interventi e dei piani ridurrà i divari tra Nord e Sud d’Italia oltre che i gap gender e i divari sociali. Sono convinto, e sto lavorando parecchio a questo scopo, che una volta attuato il Pnrr potremo contare su un Paese più equilibrato, oltre che più funzionale, socialmente coeso e migliore».

 

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