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Investire di più in ricollocamento e formazione

«Mentre continuiamo a spendere decine di miliardi in politiche passive del lavoro, cioè nel sostegno di chi ha perso l’occupazione, non troviamo neanche gli spiccioli per recuperare il ritardo accumulato sul versante delle politiche attive». Parla Pietro Ichino.

di Alessandro Battaglia Parodi

Il decreto legge n. 44/2021, da poco pubblicato in Gazzetta Ufficiale, sbloccherà l’iter di oltre 60 concorsi per 125mila posti di lavoro nella Pubblica Amministrazione, accelerando i tempi per il reclutamento nel pubblico impiego.
Immediata la levata di scudi da parte dei sindacati, poiché la nuova normativa prevede una procedura di preselezioni per titoli ed esperienza professionale che privilegerebbe solo alcuni candidati, vale a dire i più titolati. Mentre la gran massa di concorsisti, formata da neolaureati o da semplici diplomati, rimarrebbe esclusa.
Abbiamo chiesto a Pietro Ichino, giurista, ex deputato e noto accademico, un parere su una possibile svolta meritocratica nel mondo della Pubblica amministrazione generata dall’emergenza pandemica.


Il nuovo provvedimento è stato criticato perché basato su un algoritmo che privilegia titoli ed esperienza lasciando fuori i candidati con minore scolarizzazione o preparazione. Qual è la sua opinione?

«A dire il vero, al nuovo provvedimento è stata mossa anche la critica diametralmente opposta: gli si è imputato, cioè, di essere strutturato in modo da consentire la stabilizzazione generalizzata di ampie fasce di attuali precari, che verrebbero privilegiati dal riferimento all’“esperienza”. Per esempio, nella scuola, col prevedere quasi 50mila assunzioni stabili, che potranno avvenire privilegiando il possesso di “titoli di servizio”, di fatto si creano i presupposti perché a vincere sia chi è già entrato come precario, senza concorso. Si calcola che in questo modo addirittura un terzo del totale degli insegnanti della scuola primaria e media in Italia risulterà assunto in pianta stabile senza superamento di un vero concorso».


A suo modo di vedere quale delle due critiche coglie nel segno?

«Per quel che riguarda la scuola, effettivamente, mi sembra che l’esigenza di stabilizzazione dei precari prevalga su quella di privilegiare le persone più dotate e più preparate per l’insegnamento. In riferimento agli altri settori non mi pronuncio, per difetto mio di conoscenza delle diverse situazioni e di come le nuove regole impatteranno su di esse».


Eppure la normativa vuole premiare l’accesso a un impiego molto ambito a cui pochi meritevoli dovrebbero essere ammessi, secondo la logica virtuosa del “cherry picking”. Perché manca ancora questa banale sensibilità meritocratica?

«In Italia è ancora radicatissima una concezione assistenziale delle amministrazioni pubbliche: l’idea, cioè, che esse debbano servire soprattutto per fornire sicurezza e trattamento uguale a tutti i propri addetti, e solo subordinatamente a questa prima funzione servizi per la collettività. È così in tutti i comparti del settore pubblico, ma questo è particolarmente evidente nel settore scolastico e in quello della formazione professionale».


Come si può rompere questo circolo vizioso?

«Occorre attivare un sistema di monitoraggio capillare dell’efficacia degli istituti scolastici e dei centri di formazione professionale: cosa possibile con l’incrocio dei dati dell’anagrafe scolastica con quelli delle Comunicazioni obbligatorie al Ministero del Lavoro, delle iscrizioni agli albi ed elenchi professionali e delle iscrizioni alle liste di disoccupazione. Per il settore della formazione occorrerebbe istituire un’anagrafe analoga a quella scolastica. È previsto nel decreto legislativo n. 150 del 2015, uno degli otto decreti attuativi del Jobs Act. Ma è rimasto lettera morta».


Tutti lo sanno, presto ci sarà un’ondata di licenziamenti. E questo provocherà gravi tensioni sociali in tanti territori italiani. Che cosa si può fare in questi pochi mesi che ci separano dallo sblocco dei licenziamenti?

«Occorrerebbe finalmente investire sulle politiche attive del lavoro: cioè sulla costruzione dei percorsi che possono condurre chi ha perso il posto a candidarsi a una nuova occupazione».


Ma c’è domanda di manodopera sufficiente?

«Anche in questo periodo di crisi economica gravissima ci sono settori in forte sviluppo. Ed è un fenomeno generale quello delle imprese che cercano personale senza trovarlo, a tutti i livelli di professionalità. Le hard-to-fill vacancies si contano a centinaia di migliaia: un vero e proprio giacimento occupazionale che sprechiamo in modo impressionante».


Sta dicendo che occorrerebbe investire di più in formazione, reskilling e ricollocamento?

«Esattamente questo. Ma mentre spendiamo decine di miliardi nelle cosiddette “politiche passive del lavoro”, cioè nel sostegno del reddito di chi ha perso il lavoro o ne è sospeso, non troviamo neanche gli spiccioli per recuperare l’enorme ritardo accumulato dal nostro Paese sul terreno delle politiche attive».


Non sarebbero, questi, tempi maturi per riproporre al dibattito pubblico l’istituto del Contratto di ricollocazione?

«L’ultima legge di bilancio ha “riscoperto” questo strumento. Ma non basta una norma sulla Gazzetta Ufficiale: si tratta di uno schema di cooperazione tra servizi pubblici e privati che richiede un know-how specifico, che occorre imparare a far funzionare».


Quali resistenze incontrerebbe oggi e da parte di chi?

«La resistenza viene principalmente da chi teme che in questo modo si sottraggano risorse all’amministrazione pubblica in favore delle imprese private. Ma chi solleva questa obiezione dimentica che l’assistenza intensiva a chi cerca un’occupazione è una funzione pubblica anche se realizzata da un operatore accreditato privato. Quello che conta è che la funzione sia svolta in modo imparziale ed efficace. L’amministrazione pubblica non può farcela da sola senza la cooperazione con gli operatori privati qualificati».


Siamo alla vigilia di tensioni sociali importanti, se non si fa qualcosa immediatamente. A distanza di 15 anni pensa che il dialogo tra il precario e il sindacalista Fogliazzi prenderebbe una piega diversa?

«Temo proprio che quel dialogo, a distanza di quindici anni dall’uscita de I nullafacenti, abbia conservato tutta la sua attualità».

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