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Come tenere aperte le finestre tutto l’anno?
Agosto è finito, nei paesi dell’Appennino, si smontano gli stand. Le auto con le targhe del Nord ripartono, le serrande si riabbassano, molte case si chiudono, la piazza torna vuota. Nei bilanci di quei comuni resta una riga di incasso, nei comunicati una formula ricorrente: stagione record.
Il problema? Ciò che in quei dieci mesi successivi non accade.
Un successo che non capitalizza
Il turismo delle aree interne è, nella sua forma dominante, un fenomeno da settanta ore: escursionismo di prossimità, poche notti vendute, nessun dato registrato, nessun gettito da imposta di soggiorno. Esempio, un comune di duemila abitanti che per tre giorni ne ospita ottomila dimensiona parcheggi, rete idrica, raccolta rifiuti e presidio sanitario su quel numero, e sostiene il costo di una capacità che utilizza l’uno per cento dell’anno. Quello delle aree interne è un vero e proprio overtourism in miniatura, senza la rendita che altrove permette di sopportarlo e soprattutto, non si trasforma in investimento.
Nell’era dello smartworking, la TAV, delle iperconnesioni, le aree interne pur godendo di vantaggi oggettivi come qualità e costo della vita, qualità dell’ambiente, non riesco ad essere attrattive.
Il picco di Ferragosto non è la risposta allo spopolamento nè è la fotografia più nitida.
La finestra europea, e quanto poco la stiamo usando
Se da una parte il folklore è quanto di più identitario, eredità da proteggere e tutelare, qui il discorso diventa contabile. Nel ciclo 2021-2027 le politiche di coesione mobilitano per l’Italia circa 135 miliardi tra fondi europei, cofinanziamento nazionale e Fondo sviluppo e coesione. Alla fine del 2024 la Corte dei conti europea rilevava una spesa pari al 4,6 per cento delle risorse disponibili e impegni fermi al 16,8: livelli inferiori a quelli dei cicli precedenti. Il primo target di certificazione è stato poi superato a fine 2025, con 8,9 miliardi certificati, ma su una dotazione che supera i 40 miliardi di risorse UE e cofinanziamenti resta un avanzamento modesto, con il rischio classico di comprimere tutto negli ultimi anni.
Il PNRR racconta la stessa cosa da un altro lato. Nei comuni classificati come aree interne risultano localizzati 31,4 miliardi, di cui 21,9 di fondi PNRR. Ma oltre il 64 per cento di quei progetti consiste in incentivi e contributi, mentre le opere pubbliche sono il 5,6 per cento dei progetti e assorbono il 44 per cento delle risorse: molti trasferimenti, poche infrastrutture, e un sottodimensionamento evidente della missione dedicata alla mobilità, che per un territorio interno è la variabile da cui dipende tutto il resto. La Corte dei conti, nella relazione di maggio, aggiunge il dettaglio decisivo: l’attuazione procede più lentamente proprio nei comuni con maggiore fragilità amministrativa.
Nel frattempo, dall’altra parte, le porte si aprono. In marzo la commissione Trasporti e turismo del Parlamento europeo è partita da un dato importante : l’ottanta per cento dei viaggiatori si concentra sul dieci per cento delle destinazioni mondiali, per chiedere alla Commissione meccanismi che redistribuiscano i flussi verso aree rurali, montane e remote, con sostegno alla connettività. La PAC 2023-2027 finanzia strategie smart village attraverso LEADER. L’ANCI, con il fondo per il turismo nei comuni minori, ha scritto che non intende finanziare singole iniziative promozionali ma progetti con effetti duraturi, a partire dalla destagionalizzazione.
Sono strumenti costruiti su misura per queste geografie. E chiedono l’unica cosa che manca: un progetto, una visione a lungo termine, un cambio di mentalità.
Ma dunque perché non si progetta a lungo termine?
Le ragioni sono due, e nessuna è la pigrizia.
La prima è tecnica. L’ANCI denuncia da anni che i comuni piccoli e interni non dispongono delle figure professionali necessarie a gestire gare, monitoraggio informatico e rendicontazione. Una proposta europea di qualità richiede dai due ai sei mesi di lavoro, un partenariato, una lettura dei regolamenti. Chiederla a un ente con un solo tecnico part-time, che nello stesso periodo segue l’edilizia scolastica e gli sfalci, è una richiesta irrealistica travestita da opportunità.
La seconda è politica, e più scomoda. La sagra produce consenso immediato e verificabile: settemila persone in piazza si vedono, si fotografano, si contano il giorno dopo. Un cammino intercomunale, un sistema di prenotazione d’area, il recupero di un ricettivo diffuso restituiscono risultati fuori dal ciclo elettorale che li ha decisi. Nessun sindaco è stato mai rieletto per una progettazione; molti per una sagra. Finché l’incentivo resta questo, la programmazione sarà un adempimento e non una strategia.
Il calendario non aspetta
La finestra, quella dei finanziamenti, non è aperta per sempre. La revisione di medio termine della coesione ha spostato risorse verso competitività, difesa, industria pulita, abitare ed energia: priorità che premiano i territori con filiere già consolidate, non quelli in deficit demografico. E il negoziato sul Quadro finanziario 2028-2034, con l’ipotesi di accorpare coesione e politica agricola in un fondo unico, dovrebbe chiudersi entro la fine dell’anno.
Restano, in pratica, due estati. La domanda che dovrebbe stare sul tavolo di ogni unione di comuni non è come fare più numeri da Giugno ad Agosto, ma quale progetto presentare entro il 2027 per far tornare quelle stesse persone a marzo. In assenza di risposta, quei territori non resteranno vuoti: verranno riempiti da altro, con regole scritte altrove e ritornando alla geopolitica del vuoto è allora che la chiameremo emergenza.
