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Governance e sostenibilità finanziaria per i borghi del futuro

Errico Formichella

Errico Formichella

Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Federico II, con oltre vent’anni di esperienza nella consulenza a imprese ed enti pubblici, in ambito finanziario e di internazionalizzazione. Founder e CEO di SEF Consulting e direttore editoriale di Acta Non Verba. Specializzato in strategie aziendali, innovazione organizzativa e trasformazione digitale. Con solida visione strategica e competenze in project management, guida processi complessi di crescita e cambiamento, credendo nel capitale umano come leva di sviluppo competitivo e sostenibile.
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La computer vision censisce in otto settimane ciò che un rilievo tradizionale impiegherebbe anni a mappare. Il Natural Language Processing trasforma archivi e memoria orale in asset strategici. Gli artisti, come “critical friends”, convertono i dati in identità competitive difendibili. Dagli archivi di Venezia al cratere sismico dell’Appennino fino a Favara: tre esperienze reali indicano la strada e ridefiniscono l’economia della conoscenza territoriale.

Il PNRR ha portato ai borghi italiani una quantità di capitale senza precedenti, ma il capitale da solo non genera governance: al massimo la finanzia per un periodo limitato. Quattro rischi – gentrificazione, museificazione, inverno demografico, dipendenza cronica dai fondi – minacciano di trasformare la stagione degli investimenti in una stagione di tetti costruiti senza fondamenta. Esistono però strumenti che dimostrano che l’autonomia economica non è un’utopia – cooperative di comunità, finanza d’impatto, crowdfunding civico, fondazioni di comunità – e due casi reali, Succiso e Santo Stefano di Sessanio, che ne mostrano potenza e condizioni. Il vero test non è spendere bene entro la scadenza, è ciò che resta in piedi quando i fondi finiscono.

I quattro rischi della stagione PNRR

Costruire il tetto senza le fondamenta: è l’immagine che meglio restituisce il rischio concreto di una parte consistente degli interventi PNRR sui borghi italiani. Piazze riqualificate, facciate restaurate, cartellonistica turistica multilingue e poi, esaurito il finanziamento, il silenzio. Il Piano ha messo a disposizione dei piccoli centri una quantità di capitale che l’Italia non vedeva da decenni, ma il capitale, da solo, non genera governance al massimo la finanzia per un periodo limitato. È la tesi che questa rubrica sostiene fin dal primo numero senza un’architettura istituzionale che lo converta in capacità permanenti, ogni euro investito nei borghi si esaurisce in un orizzonte di 18-36 mesi. La rigenerazione continua a essere pensata come intervento infrastrutturale, quando è, o dovrebbe essere, un processo istituzionale.

I rischi che minacciano la sostenibilità hanno nomi precisi, e conviene guardarli in faccia. Il primo è la gentrificazione, il paradosso più amaro della rigenerazione riuscita: un borgo che diventa destinazione ambita vede impennarsi i valori immobiliari, e con essi si mette in moto l’espulsione silenziosa dei residenti storici, che non possono più permettersi di restare. Il risultato è il borgo-scenografia perfetto da fotografare, svuotato di vita. Un esito che si previene solo con politiche abitative protettive deliberate, non con correzioni in corsa. Il secondo è la museificazione, restauri filologicamente impeccabili che restituiscono edifici privi di qualunque funzione contemporanea, festival che celebrano tradizioni che nessuno pratica più, artigiani trasformati in figuranti che dimostrano tecniche per i turisti ma non producono per il mercato. È la differenza tra conservare una cultura e imbalsamarla. Nel primo caso il patrimonio genera reddito e identità, nel secondo diventa un allestimento a cielo aperto. Il terzo è il nodo demografico, forse il più strutturale con età medie che in molti borghi superano i sessant’anni. Ogni strategia per quanto ambiziosa sulla carta è costruita su sabbie mobili, se non è accompagnata da un’attrazione massiccia di residenti tra i venti e i quarant’anni sostenuta da asili, connettività, lavoro. Il quarto, infine, è il più insidioso perché è il più difficile da vedere mentre accade: la dipendenza cronica dal finanziamento pubblico. Ci sono territori che ottengono risultati apprezzabili nei cicli di finanziamento abbondante ma non costruiscono alcuna autonomia per i cicli di scarsità che inevitabilmente seguono una trappola che si auto-perpetua, in cui ogni bando diventa l’unica finestra di sopravvivenza e la governance locale si specializza non nel generare valore, ma nell’intercettare fondi. È, in fondo, la stessa «trappola del sottosviluppo» descritta da Fabrizio Barca che abbiamo incontrato nel numero precedente: cambiano i sintomi, non la diagnosi.

L’architettura finanziaria che sopravvive ai bandi

Se questi sono i rischi, esistono strumenti di governance che dimostrano che l’autonomia economica dei borghi non è un’utopia, a condizione di capire che cosa li tiene insieme. La cornice teorica l’ha fornita, prima e meglio di tutti, Elinor Ostrom, premio Nobel per l’Economia nel 2009: contro il presunto destino della «tragedia dei beni comuni», le sue ricerche sul campo hanno dimostrato che comunità locali dotate di regole chiare, confini definiti, meccanismi di monitoraggio e sanzione, e sistemi di governo a più livelli – la celebre governance policentrica – gestiscono risorse collettive in modo più efficiente e più durevole sia dello Stato centralizzato sia del mercato puro. I borghi italiani, con i loro usi civici, le loro proprietà collettive, le loro reti di reciprocità secolari, sono precisamente il tipo di contesto che Ostrom studiava. Gli strumenti finanziari che funzionano sono, in ultima analisi, applicazioni di questo principio.

Il più maturo è la cooperativa di comunità che gestisce i servizi essenziali che il mercato ha abbandonato – un negozio, un ambulatorio, un trasporto – produce energia rinnovabile, e redistribuisce gli utili sul territorio invece di farli defluire verso azionisti esterni. Le esperienze del Casentino in Toscana e della rete Comunità Ospitali in Basilicata mostrano che il modello regge ben oltre l’orizzonte di un singolo bando. I Social Impact Bond e la finanza d’impatto spostano il rischio finanziario dalla comunità all’investitore, i privati anticipano le risorse per interventi sociali, remunerati solo se gli outcome concordati vengono raggiunti. Un cambio di paradigma rispetto al contributo a fondo perduto, in cui il capitale privato entra, ma paga pegno se il risultato non arriva. Il crowdfunding civico con match funding, il comune raddoppia ogni euro raccolto dalla comunità, è uno strumento apparentemente minore che in realtà fa tre cose insieme: genera risorse aggiuntive, misura il consenso reale attorno a un progetto (nessun sondaggio vale quanto un euro versato) e costruisce una base di investitori civici che seguiranno i risultati con un interesse che nessuna comunicazione istituzionale può replicare. Le fondazioni di comunità, infine, mobilitano la filantropia locale e – sempre più spesso – quella di chi ha lasciato il borgo, ma ne conserva un legame identitario, costruendo una dotazione che genera redditi permanenti e un soggetto giuridico stabile, capace di sopravvivere ai cicli politici che interrompono le strategie di lungo periodo. Nessuno di questi strumenti, da solo, risolve il problema. La sostenibilità non si costruisce con un dispositivo finanziario isolato, ma con una progettazione istituzionale che li combina, li fa dialogare e, soprattutto, sopravvive a chi l’ha progettata.

Succiso e Santo Stefano di Sessanio, due metà di un modello

Dalla teoria alla prova dei fatti. Il caso di scuola della governance comunitaria è Succiso, frazione dell’Appennino reggiano a quasi mille metri di quota. La fotografia ante è quella di un’economia locale semplicemente cessata con milleduecento abitanti nel 1950 ridotti a una settantina all’inizio degli anni Novanta. La scuola chiusa nel 1985, l’ultima bottega nel 1988, l’ultimo bar nel 1991 con zero attività economiche, zero occupazione locale, valore prodotto in loco prossimo allo zero, un paese formalmente esistente ma di fatto uscito dal mercato. È in quel momento che nove giovani della pro loco costituiscono la Cooperativa Valle dei Cavalieri, la prima cooperativa di comunità italiana: riaprono bar e bottega dentro la scuola dismessa, poi aggiungono un agriturismo con ristorante, un allevamento di 240 pecore con caseificio, il trasporto scolastico che con lo stesso pulmino consegna farmaci e provviste agli anziani, il centro visite del Parco Nazionale. La fotografia post, trent’anni dopo, parla il linguaggio dei bilanci: un fatturato che le fonti collocano tra i 700 e gli 800 mila euro annui partendo da zero, sette-dieci dipendenti fissi più una dozzina di stagionali, cioè fino a una ventina di posti di lavoro in un paese di settanta residenti; 14.000 coperti l’anno al ristorante e 15-18.000 presenze turistiche dove il turismo non esisteva. Settanta quintali annui di pecorino e ricotta dell’Appennino reggiano, un milione e mezzo di euro investiti in vent’anni, in larga parte autofinanziati. Un premio dell’Organizzazione Mondiale del Turismo e delegazioni di studiosi da Stati Uniti, Giappone e Corea. Il dato più eloquente è demografico con la curva dello spopolamento che pareva irreversibile e si è fermata. Giovanni Teneggi, il massimo studioso italiano della cooperazione di comunità, definisce gli abitanti di Succiso «produttori di beni comuni»: la formula di Ostrom, incarnata. Il punto economicamente decisivo è che la governance ha preceduto il finanziamento, non il contrario. I fondi regionali ed europei sono arrivati su progetti di una comunità già costituita in impresa e per questo non se ne sono andati con l’ultimo bando.

Il caso speculare – capitale privato e visione individuale, dove Succiso è capitale sociale e visione collettiva – è Santo Stefano di Sessanio, borgo fortificato a 1.250 metri nel Parco del Gran Sasso. Anche qui conviene fissare la fotografia ante, fine anni Novanta con una popolazione ridotta di circa il novanta per cento in un secolo di emigrazione, tre sole attività ricettive, e un patrimonio edilizio medievale integro ma privo di mercato, con immobili scambiati intorno alle sessantamila lire (trenta euro) al metro quadrato: un capitale territoriale di valore VRIN altissimo e prezzo prossimo allo zero, il differenziale su cui ogni strategia di valorizzazione dovrebbe costruire. È esattamente ciò che fa l’imprenditore italo-svedese Daniele Kihlgren, che scopre il borgo viaggiando in moto e vi investe circa 4,5 milioni di euro per acquistare oltre 5.500 metri quadrati di immobili e farne Sextantio, uno dei primi alberghi diffusi italiani: restauro rigorosamente filologico, materiali di recupero, impianti occultati. L’idea, nelle sue parole, di «trarre profitto dalla conservazione del paesaggio» anziché dalla sua devastazione. Decisivo, e troppo poco imitato, il patto istituzionale in cui, in cambio dell’investimento, il Comune si vincola a un disciplinare che vieta nuove costruzioni e l’uso del cemento, un’enclave regolata nel senso proprio in cui questa rubrica usa il termine. La fotografia post misura il differenziale catturato: attività ricettive passate da tre a oltre venti (Sextantio pesa per circa il trenta per cento delle camere: l’investitore-pioniere ha generato un indotto doppio di sé stesso) con valori immobiliari saliti a quattromila euro al metro quadrato con punte di settemila già nel 2013, un moltiplicatore superiore a cento volte in quindici anni, tale che Kihlgren rivendica per il borgo una crescita percentuale superiore a quella di Montecarlo; copertura di CNN, BBC e New York Times, un dottorato honoris causa a Tor Vergata. Ma il caso insegna anche per le sue ombre, che vanno dette: nel 2017 Sextantio chiude temporaneamente e converte alla stagionalità, con il fondatore che ammette pubblicamente i propri limiti gestionali; e quello stesso moltiplicatore immobiliare che certifica il successo è, insieme, il vettore della gentrificazione descritta sopra. La lezione è duplice: il modello del visionario funziona nell’accensione, ma senza una struttura di governance che lo renda indipendente dal suo fondatore resta fragil e il successo di mercato, non governato, produce da sé i propri paradossi.

Dalla spesa al patrimonio istituzionale

I due casi illuminano ciascuno una metà del problema, e le loro debolezze sono simmetriche. Succiso possiede la governance più solida della rigenerazione italiana – collettiva, istituzionalizzata, indipendente dai singoli – ma opera a una scala deliberatamente piccola, difficilmente capace da sola di attrarre i capitali necessari a operazioni di rigenerazione complesse. Santo Stefano ha dimostrato che il patrimonio minore può attrarre capitale privato ingente e posizionamento internazionale, ma ha affidato tutto alla persona del fondatore, senza il radicamento comunitario che stabilizza. Il modello integrato che questa rubrica propone salda le due metà: una tesi identitaria e un disciplinare che proteggono la rarità (la lezione di Santo Stefano), dentro un’architettura di governance comunitaria e policentrica che sopravvive alle persone (la lezione di Succiso e di Ostrom), alimentata da un portafoglio di strumenti finanziari combinati – cooperativa di comunità per i servizi, finanza d’impatto per gli interventi sociali, crowdfunding civico per il consenso, fondazione di comunità per la dotazione permanente – e presidiata da garanzie istituzionali che trascendono i cicli politici come un atto di indirizzo pluriennale, un fondo dedicato alle spese operative con dotazione certa, indicatori di risultato verificati da terzi. Non è ingegneria astratta, è la differenza misurabile, come i due casi mostrano, nel confronto tra la fotografia ante e la fotografia post tra i territori che hanno speso bene e i territori che hanno costruito.

Restano le avvertenze del realismo. Nessuno strumento finanziario supplisce all’assenza di una comunità disposta a impegnarsi. Succiso è nato da nove persone che hanno lavorato da volontari per anni, non da un bando e nessun disciplinare regge senza un’amministrazione che lo tratti come vincolo strategico e non come adempimento. La domanda che sindaci, amministratori e progettisti dovrebbero porsi non è «come spendiamo bene questi fondi entro la scadenza?», ma «che cosa resterà in piedi quando i fondi non ci saranno più?». Ciò che resta in piedi, insegnano l’Appennino reggiano e il Gran Sasso, non sono le facciate restaurate, sono le istituzioni – cooperative, fondazioni, disciplinari, patti – che le facciate hanno imparato a mantenersi da sole. È questo, e non il taglio del nastro, il vero test per i borghi del futuro.

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