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Dalle aree interne italiane alle crisi globali
La geopolitica viene spesso percepita come materia astratta ma oltre ad essere sempre più presente nel linguaggio e nell’informazione, essa è strumento concreto non solo per capire il mondo ma per programmare strategie.
Siamo, purtroppo, abituati a parlare di geopolitca solo con un lessico bellicista o comunque in associazione alla politica internazionale sempre più spesso collegata ai conflitti. Di conseguenza la letteratura sugli ungoverned spaces si è applicata alla Somalia, al Medioriente, all’Afghanistan, quasi mai all’Europa se non ultimamente con la crisi ucraina.
Se è vero che la geopolitica classica ha sempre impostato la sua dottrina sul controllo dello spazio (conquiste, influenza economia ecc.) la geopolitca moderna ragiona invece sulla proezione; quanto uno Stato riesce ad aver un ruolo più forte, o come un determinato territorio riesce a essere competitivo. Dunque ragiona anche sul vuoto piuttosto che sugli spazi. Per non parlare della Geopolitica Umana che mette al centro delle questione sempre l’essere umano, i popoli, la storia profonda e la psicologia collettiva.
In geopolitica il vuoto non esiste
Esistono spazi che uno Stato smette di presidiare e che qualcun altro provvede a riempire: un attore armato, una potenza rivale, un’economia criminale o, semplicemente, l’entropia idrogeologica. È una legge elementare e sistematicamente rimossa dal dibattito pubblico, che continua a trattare lo spopolamento come una questione di welfare e la geopolitica come una questione di confini, ignorando che sono facce della stessa medaglia.
Negli ultimi decenni di spazi vuoti la società Italia ne sta lasciando parecchi
I numeri italiani descrivono una ritirata di dimensioni continentali. Le aree interne comprendono oltre quattromila comuni, il 48,5% del totale, coprono circa il 53% del territorio nazionale e ospitano il 22% della popolazione: erano il 25% nel 2010. Fra il 2011 e il 2025, secondo elaborazioni su dati Istat, 2.341 comuni hanno perso almeno il 10% dei residenti e 487 di questi oltre il 20%. Sul versante opposto, oltre il 30% degli italiani vive nel 4% dei comuni. Le proiezioni al 2042 indicano un calo del 3,6% nei comuni centro contro il 9,3% nelle aree interne, con punte dell’11,8% nei comuni periferici e del 13,7% negli ultraperiferici.
È un vera e propria ritirata dello Stato dalla questione aree interne
Nel maggio 2025 il Piano strategico nazionale delle aree interne 2021-2027 ha parlato esplicitamente di ’“accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile” suscitando indignazione da Nord a Sud. Il punto più critico è sicuramente il trattare le aree interne come un costo da abbattere e non come un patrimonio da tutelare rincorrendo emergenze su emergenze che sono sempre più onerose di una strategia geopolitica.
Una miopia non tollerabile
Il vuoto, in ogni caso, non è mai neutrale. La domanda non è se i territori abbandonati verranno riempiti, ma da chi e secondo quali regole. Rispondere a questa domanda è ciò che chiamiamo geopolitca, ovvero, strategia. Non rispondervi è ciò che, prima o poi, chiameremo emergenza.
