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Dialogo tra due Art Thinkers: Francesco Cascino e Luca Milan, un curatore ibrido e un architetto specialista di FeliCittà

Francesco Cascino

Francesco Cascino

Dopo essere stato Human Resources Manager dal 1990 al 1999 in tre multinazionali, dal 2000 si occupa di Art Consulting. Ha fondato Art Thinking Project ETS, community internazionale che si occupa di cercare soluzioni inedite per imprese e istituzioni, progettazione e rigenerazione urbana, sviluppo territoriale, comunicazione culturale. E' Responsabile del Centro Studi “Culturability" e del servizio alle imprese "Disruptive Culture for Economy" di SEF Consulting. Responsabile del Dossier di Candidatura Mirabella2028
Luca Milan
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Arte, Architettura, Urbanistica e Art Thinking, nuovi spazi per la crescita di imprese e comunità. Artisti e Architetti hanno costruito città, ponti, infrastrutture, acquedotti, palazzi, chiese e luoghi di accoglienza, convivenza e incontro per millenni, e da millenni funzionano, seducono, attraggono milioni di persone che vanno a viverci o a visitarle. Ne parliamo con Luca Milan, architetto e art thinker intervistato dal nostro Francesco Cascino. 

Luca Milan è architetto, designer, autore di decine di interventi in tutta Italia insieme ai suoi partner Carlotta Giannessi e Rosario Giorgio Mastrobattista con i quali ha fondato lo Studio NEXT Urban Solutions a Roma, che opera nei campi dell’architettura, della progettazione urbana e del paesaggio oltre che dell’interior design. È stato consulente per diverse istituzioni pubbliche e private quali la Fondazione Valore Italia, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Ufficio Concorsi Architettura del Comune di Roma. Tra il 2014 e il 2017 è stato Presidente del CdA dell’Aquario Romano Srl, società di servizi dell’Ordine degli Architetti di Roma. È docente presso la AANT, Accademia delle Arti e Nuove Tecnologie. Nel maggio 2022 ha ideato e promosso assieme al Consiglio Nazionale degli Architetti il progetto “Design for peace” dedicato all’accoglienza dei giovani architetti ucraini rifugiati in Italia.

Milan ha una forma mentis aperta, innervata di cultura della seduzione, dell’accoglienza, della funzionalità mai disgiunta dall’estetica – che non è cosmetica, è stupore della scoperta intelligente – quindi una cultura millenaria di chi ha scolpito il mondo come un’opera d’arte, dalle città ai siti rupestri, e ce l’ha consegnato intatto, sostenibile, arricchito di utensili dalle forme geniali, erotiche e perfettamente funzionanti. Tavoli, sedie, posate (che noi chiamiamo design), aratri, acquedotti, navigli… tutto ancora funziona, tutto ancora seduce, accoglie e stupisce.

Cascino: Si può tornare all’armonia intelligente, aggiornandone i semi istitutivi e le modalità progettuali alle complessità contemporanee? 

Milan: Sì, si può e forse si deve. La storia della cultura materiale mediterranea e italiana in particolare ci ricorda che la bellezza non è mai stata separata dalla funzione, che l’armonia nasceva dall’intreccio tra utilità e incanto, tra ergonomia e poesia. Le città, i manufatti, i paesaggi costruiti non erano semplici strumenti ma atti di civiltà, capaci di accogliere e di stupire insieme.

Oggi la sfida è tornare a quella “intelligenza delle forme”, senza nostalgia ma con consapevolezza: non ripetere i modelli del passato, bensì aggiornare quei semi fondativi — misura, proporzione, empatia, desiderio — alle urgenze del nostro tempo. La complessità contemporanea chiede sostenibilità, inclusione, tecnologie diffuse: ma anche la capacità di rimanere umani, di progettare spazi e oggetti che sappiano ancora sedurre, accogliere e funzionare.

In questo senso il design, l’architettura e le arti applicate possono tornare a essere ciò che erano all’origine: strumenti di armonia intelligente, capaci di dare forma al futuro come un’opera d’arte condivisa. Mi viene in mente Achille Castiglioni, con il suo Mezzadro, sgabello nato dal sedile di un trattore, che ci ricorda che i semi dell’innovazione abitano già negli oggetti umili della tradizione contadina: funzionali, diretti, eppure capaci di generare bellezza e sorpresa. 

Cascino: Parliamo di urbanistica: Luca, alla luce di quanto sopra, come vedi la città, il quartiere e il cortile? Cioè come vedi i luoghi dove la gente deve vivere e non solo sopravvivere? 

Milan: Se accettiamo che la cultura materiale, da sempre, intreccia funzione e bellezza, allora l’urbanistica oggi deve tornare a essere cura della vita quotidiana. La città non come macchina che garantisce la sopravvivenza, ma come organismo vitale che alimenta relazioni, desideri, stupore. La città come luogo in cui si manifesta l’armonia intelligente: un’opera collettiva capace di coniugare memoria e innovazione, utilità e bellezza, vita quotidiana e stupore. 

Nella scala urbana, quella più ampia, la città contemporanea deve essere letta come una cattedrale laica: un’opera collettiva in cui infrastrutture, spazi pubblici e architetture non sono solo efficienti, ma anche capaci di accogliere e sedurre. E oggi più che mai lo deve fare attraverso il recupero dell’esistente possibilmente senza consumo di suolo. Ci sono esempi emblematici di questo approccio: pensiamo all High Line di New York: un’ex linea ferroviaria sopraelevata, nata per il trasporto delle merci, trasformata in un parco lineare che ha generato un nuovo paesaggio urbano e ha rigenerato un intero quartiere. Da scarto a icona, la High Line mostra come lo spazio pubblico possa diventare motore di identità e appartenenza.

Allo stesso modo, il lavoro di BIG (Bjarke Ingels Group) propone una visione di città dove densità, natura e comunità si intrecciano. Progetti come la 8 House a Copenhagen, con la sua spirale abitativa che mescola residenze, negozi e spazi collettivi, o il nuovo intervento  Sneglehusene, un complesso di edilizia residenziale sociale realizzato sempre da da BIG nel nuovo quartiere sostenibile di Nye, alla periferia di Aarhus: la città del futuro deve essere inclusiva, verde, capace di stimolare esperienze sensoriali e sociali. Deve saper creare comunità.

Scendendo alla scala intermedia, quella del quartiere, entriamo nel luogo della prossimità, del riconoscimento reciproco, del cammino breve, dell’armonia intelligente. Qui la comunità trova radici nella piazza, nella scuola, nei giardini e nei mercati. Negli ultimi anni la municipalità di Barcellona ha iniziato una trasformazione radicale dei quartieri cittadini attraverso la creazione delle cosiddette  superilles  che rappresentano un esempio unico di innovazione urbanistica che sta catturando l’attenzione a livello globale. 

Le superilles (super-isolati in italiano) sono un concetto di pianificazione urbana che si concentra sulla riorganizzazione dello spazio pubblico per favorire la mobilità sostenibile, la socializzazione e la qualità della vita. 

All’interno di queste aree, vengono promossi spazi pubblici più ampi, aree verdi, piste ciclabili e altre infrastrutture per la mobilità non motorizzata. Le superilles incarnano perfettamente il concetto  di “armonia intelligente” applicata all’urbanistica: luoghi che accendono relazioni, restituiscono bellezza e funzione allo spazio quotidiano, e integrano memoria e innovazione. Non bastano infrastrutture né estetismi: serve un modello condiviso, dove città, quartiere e cortile tornano a essere luoghi veri per le vite delle persone.

Alla scala più intima, il cortile rappresenta l’archetipo minimo della convivenza: soglia tra intimità e collettività, tra privato e pubblico. In Spagna, numerosi progetti contemporanei dimostrano come questo spazio antico possa essere reinterpretato. Un esempio eloquente è il complesso di 85 alloggi sociali a Cornellà de Llobregat, progettato da Peris + Toral Arquitectes.  L’edificio è organizzato intorno a un cortile che articola una sequenza di spazi intermedi. Al piano terra, un portico aperto sulla città anticipa la porta dell’edificio e filtra il rapporto tra lo spazio pubblico e il cortile  che funge da piccola piazza per la comunità. Non è solo edilizia economica, ma un nuovo modo di interpretare il vivere insieme.

Questi esempi ci mostrano che il cortile non è un retro, ma un centro: uno spazio protetto e al tempo stesso aperto, in grado di generare relazioni e qualità dell’abitare.

Città, quartiere e cortile non sono semplici contenitori di funzioni, ma spazi di vita piena, che devono tornare a sedurre, accogliere, stupire. La High Line ci insegna che anche lo scarto può trasformarsi in icona; BIG ci mostra come l’architettura possa integrare natura e densità; gli architetti spagnoli reinterpretano il cortile come cuore della socialità.

In questa visione, il progetto urbano non serve solo a sopravvivere, ma a vivere bene: a ricostruire un’armonia intelligente tra la memoria millenaria delle forme e le complessità del presente.

Cascino: È di questi giorni la notizia di un hotel a Matera che diventa museo dinamico, dove l’esperienza della civiltà rupestre dell’antica città dei Sassi è REALE, PARTECIPATA ed EMOTIVA, e non virtuale, dove quindi neuroni, sensi e visioni crescono, comprendono ed evolvono sul serio, non come in ambenti digitali dove l’immersione è soltanto suggestione. L’idea è di Antonio Panetta, già proprietario dell’Hotel Locanda di San Martino, altro luogo di accoglienza e seduzione nel cuore dei Sassi, dove ci sono una SPA e una piscina sotterranee da oltre 20 anni e dove c’è un’opera d’arte permanente e fisicamente interattiva dell’artista Filippo Riniolo, RAPPORTI, che ho curato io e che abbiamo ideato e installato noi nel 2019 per il progetto Matera Alberga, con 6 opere in altrettanti hotel, facente parte di Matera Capitale europea della Cultura 2019. Quella di Riniolo e le altre 5 opere sono permanenti, mentre per il 2019 sono stati finanziati altri 1500 progetti di cui non è rimasta traccia. Credi che la pratica dell’Art Thinking, cioè pensare, studiare, elaborare, progettare e costruire secondo le misure, le proporzioni e le visioni dell’arte, possa tornare in auge, rigenerando non solo le città ma soprattutto la santa alleanza tra architetti, curatori e artisti che hanno messo al mondo le città d’arte più emozionanti, funzionali e accoglienti della storia? 

Milan: Assolutamente sì: e l’esperienza di Matera Alberga dimostra che l’Art Thinking può diventare una strategia concreta di rigenerazione culturale, urbana e sensoriale, trasformando una città in un organismo vivo e partecipativo dove storia, architettura e arte si fondono. Il progetto dell’hotel-museo di Antonio Panetta nei Sassi è emblematico: qui l’arte non è decorazione, ma misura stessa del progetto. Ogni spazio, dalla SPA sotterranea alle stanze e ai percorsi interni, diventa luogo di percezione reale, capace di coinvolgere i sensi, stimolare l’intelligenza emotiva e generare stupore e apprendimento.

E se a Matera questo approccio ha funzionato, nulla vieta di applicarlo altrove. A Roma, ad esempio, edifici, piazze e cortili potrebbero trasformarsi in laboratori urbani di sperimentazione, dove installazioni e interventi artistici intrecciano arte e vita quotidiana, trasformando la città in un organismo vivo che dialoga con storia, innovazione e comunità.

Anche città medie e piccole possono trarre beneficio dall’Art Thinking: cortili nascosti, piazze dimenticate o edifici dismessi possono diventare laboratori culturali, strumenti di coesione sociale e spazi di partecipazione autentica. Persone di tutte le età possono così diventare protagoniste della città, vivendo esperienze sensoriali e culturali che rinsaldano il legame con il territorio e il patrimonio locale.

Perché questo accada, è necessario integrare competenze diverse – architetti, artisti, curatori, cittadini – e creare esperienze reali e multisensoriali, dove funzione e bellezza convivono e lo spazio urbano stimola mente, emozione e relazione. Matera dimostra che è possibile restituire alla città una dimensione partecipativa e sensoriale, facendo dell’arte non un ornamento, ma pratica del vivere. L’Art Thinking, così concepito, può ridare vita alle città, rigenerando spazi, relazioni e identità collettiva.

Applicare questo approccio in altre città significa rendere ogni quartiere, ogni cortile, ogni piazza un luogo in cui la storia, l’architettura e la creatività si incontrano, generando esperienze che non si limitano a essere viste, ma vissute, sentite, comprese e ricordate.

Hai citato Filippo Riniolo e mi viene in mente che alcuni anni fa abbiamo partecipato assieme a lui ad un concorso indetto da Enel Grids per la riqualificazione delle cabine elettriche primarie.

La nostra proposta per quel concorso è un ottimo esempio di Art Thinking applicato all’architettura infrastrutturale. Il concetto centrale è l’Hub di energia, ispirato agli alveari: il modulo fondamentale è l’esagono, che permette flessibilità spaziale, efficienza e coerenza estetica. Questa “pelle” esagonale avvolge i volumi tecnici, producendo energia tramite pannelli fotovoltaici e mini turbine eoliche e comunicando con il pubblico attraverso schermi LED.

Lo spazio circostante diventa così luogo di relazione: un giardino con alberi di Ginkgo Biloba, un’arena sociale centrale, ombreggianti fotovoltaici trasformano l’area in un ambiente vivo e fruibile, integrando sostenibilità, tecnologia e dimensione sociale. Pavimentazione drenante e punti di ricarica per e-bike completano l’esperienza, rendendo l’infrastruttura un luogo di bellezza, funzione e partecipazione, in cui ogni elemento è co-progettato come parte di un organismo urbano coerente e sensoriale. 

Se riusciremo a riportare in auge l’Art Thinking, si potranno rigenerare non solo singoli edifici, ma interi quartieri e città, ricucendo la relazione tra architettura, arte e comunità e riportando al centro la funzione sociale, estetica e cognitiva dello spazio urbano. 

Cascino: L’ennesima notizia su un nuovo Parco d’Arte (qui) apre la mente e la riporta a quando il paesaggio era carico di eros, forme sinuose attrattive e attraenti, luoghi in cui si voleva vivere e investire: dalle pale eoliche ai piani regolatori che distruggono le zone rurali e periferiche della città, siamo in pieno degrado. Lo scenario è sempre peggiore, la politica interviene a gamba tesa sulle forme dove viviamo senza avere la minima competenza né la minima inclinazione all’estetica di valore. Nè la minima empatia, viene da dire. Come costruiamo una proposta pubblica e partecipata dove architett*, curator*, artist*, progettist*, economist*, sociolog*, urbanist*, designer, filosof*, cittadin*, shareholders, investitor*, neuroscienziat*, studenti e studentesse, con altre professionalità che abbiano davvero studiato i reali sogni, bisogni e desideri delle comunità, quindi che abbiano le competenze titolate e accreditate, tornino sul palco dei protagonisti di una programmazione e progettazione illuminata e intelligente? 

Milan: Quello che descrivi evidenzia una ferita profonda nel modo in cui oggi affrontiamo lo spazio pubblico e il paesaggio: la perdita di armonia, empatia e responsabilità estetica nella politica urbanistica si traduce in interventi che spesso distruggono ciò che sarebbe potenzialmente bello e vitale.  La notizia del primo parco artistico permanente italo-sloveno mostra invece un approccio diverso: il paesaggio come luogo desiderabile dove arte, natura e vita sociale convivono.

Per costruire una proposta pubblica e partecipata realmente efficace, serve ricostruire il ruolo di tutti quei protagonisti qualificati che tu elenchi come co-progettisti della città e del paesaggio. Non basta un approccio tecnico o burocratico; occorre una visione integrata, che sappia ascoltare i sogni, i bisogni e i desideri reali delle comunità, traducendoli in interventi concreti, funzionali e insieme emozionanti.

Oggi, invece, si va nella direzione opposta e  strumenti come il nuovo Codice degli Appalti aggravano la crisi della qualità progettuale. La riduzione dei livelli di progettazione da tre a due per i lavori pubblici sottrae al progettista la possibilità di seguire l’opera lungo tutto il suo sviluppo compositivo, dal concept iniziale alla realizzazione finale. Questo significa che il progettista perde il controllo sulle scelte fondamentali che determinano coerenza, funzionalità e qualità estetica, e con essa viene compromesso il controllo complessivo sulla bontà dell’opera. Il risultato è evidente: interventi frammentati, spesso privi di armonia e privi della capacità di dialogare con il contesto, con effetti negativi non solo estetici ma anche sociali e culturali.

Proprio per questo diventa urgente introdurre una legge per la qualità architettonica, che garantisca al progettista il pieno controllo sul processo creativo e compositivo, promuovendo la partecipazione di architetti, urbanisti, artisti, designer e cittadini lungo tutte le fasi dell’opera. Solo così è possibile assicurare che ogni intervento pubblico non sia un prodotto burocratico o funzionale soltanto, ma un progetto coerente, bello, sostenibile e socialmente rilevante.

Serve quindi un nuovo patto pubblico e professionale, un approccio strutturato e partecipativo che restituisca il ruolo centrale ai progettisti e ai curatori, permettendo loro di guidare lo sviluppo dall’idea alla realizzazione, integrando competenze diverse e ascoltando davvero le comunità. È necessario creare laboratori urbani permanenti, strumenti di governance partecipata, tavoli multidisciplinari e sistemi di monitoraggio in cui architettura, arte, economia, sociologia e neuroscienze dialoghino con cittadini e stakeholder.

In altre parole, dobbiamo tornare a progettare con intelligenza integrata: restituire il paesaggio e la città a chi li abita, stimolare desiderio, bellezza e relazione, e fare in modo che le opere, grandi e piccole, siano il risultato coerente di una visione che parte dall’esperienza reale delle persone. Solo così possiamo invertire il degrado e ripristinare una cultura della città e del paesaggio capace di attrarre, sedurre e vivere. In questo modo, la città e il paesaggio non sarebbero più lasciati al caso o agli interessi immediati della politica o del mercato, ma diventerebbero laboratori di partecipazione, capaci di generare luoghi desiderabili, attrattivi, sostenibili e emotivamente coinvolgenti.

Cascino: In ultimo, quali visioni, prospettive e desideri hai per la città di Roma, piena di quartieri bellissimi che non esistono nella percezione di abitanti e investitori, e troppo centrata su un patrimonio del passato che diventa zavorra per l’immaginario e l’intelligenza degli abitanti? 

Milan: Roma è una città dai mille volti, piena di quartieri di qualità che spesso sono ignorati o sconosciti di chi la abita; e purtroppo può accadere che la sua ricchezza storica e il peso del passato limitino l’immaginario e la capacità di reinventare spazi, percorsi e relazioni. Eppure, sotto questa superficie, esistono tesori nascosti, spazi e architetture che, se letti con attenzione e valorizzati con intelligenza, possono diventare motori di bellezza e rigenerazione urbana.

Prendiamo ad esempio un quartiere come l’unità di abitazione orizzontale al Tuscolano dove Adalberto Libera ha sperimentato una qualità spaziale sorprendente: unità abitative che dialogano con il contesto, armonizzano funzione e proporzione, e restituiscono una percezione di ordine e bellezza spesso invisibile a chi passa distrattamente. Sono architetture pensate per la vita quotidiana, capaci di generare senso di comunità, luce e apertura, qualità che molti quartieri centrali non possiedono più, pur essendo più celebrati.

O pensiamo alla riqualificazione spontanea del Pigneto che dimostra come la città sappia auto-rigenerarsi anche dal basso. È un esempio concreto di come bellezza, funzione e relazione sociale possano emergere senza grandi interventi infrastrutturali, ma attraverso attenzione, cura e partecipazione dando vita alla creazione di una sorta di “piazza allargata” capace di stimolare emozioni, relazioni sociali e un senso trasversale di identità collettiva.

La sfida per Roma oggi è riattivare la percezione di questa bellezza nascosta, restituendo centralità a quartieri e architetture spesso ignorati, integrandoli in una visione di città che sappia conciliare patrimonio storico e nuove opportunità di sviluppo. Immagino una città dove l’arte, l’architettura e l’esperienza quotidiana si incontrano in percorsi urbani partecipativi, dove la qualità progettuale non sia più marginale ma diventi norma, e dove i cittadini possano riscoprire il piacere di vivere spazi progettati con misura, armonia e intelligenza.

Roma ha bisogno di tornare a credere nella bellezza concreta, non come ornamento o vetrina turistica, ma come fattore di vita, cultura e coesione sociale. Solo così il passato diventa risorsa e stimolo per il presente, e la città recupera la capacità di sorprendere, accogliere e generare intelligenza collettiva.

Uno degli aspetti più critici riguarda lo spazio pubblico, che oggi appare spesso frammentato, trascurato o residuale. Le piazze, i parchi, i cortili e le strade non sono soltanto infrastrutture funzionali, ma spazi dei cittadini, luoghi di socialità, incontro e scoperta. La qualità dello spazio pubblico determina il benessere della città, la percezione della sicurezza, la vitalità dei quartieri. Tuttavia, molti interventi recenti si sono piegati a logiche ed esigenze burocratiche o di mercato, senza attenzione alle proporzioni, alla luce, ai percorsi e alla relazione tra persone e contesto. Per questo, la progettazione e la riqualificazione dello spazio pubblico devono essere affidate a team multidisciplinari capaci di integrare competenze architettoniche, artistiche, sociologiche, economiche e cognitive, restituendo centralità al cittadino e alla vita urbana.

Questi spazi, se reinterpretati e valorizzati, potrebbero diventare nuclei di rigenerazione urbana, mostrando come anche la periferia possa essere luogo di bellezza e stimolo culturale. La città deve imparare a leggere e valorizzare questa bellezza nascosta, integrandola in una visione complessiva in cui spazio pubblico, architettura e arte dialogano continuamente con chi abita e attraversa la città.

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