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La dipendenza digitale come rischio sociale d’impresa

Miriam Masone

Miriam Masone

Redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
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La dipendenza digitale non è più un fenomeno individuale confinato alla psicologia clinica. Negli ultimi anni si è imposta come una variabile strutturale nei modelli di rischio delle organizzazioni, ridefinendo i confini della responsabilità sociale d’impresa e sollecitando una risposta dal mondo corporate.

La diffusione capillare degli smartphone, la normalizzazione del lavoro da remoto accelerata dalla pandemia e la proliferazione di piattaforme progettate per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti hanno creato le condizioni per cui la connessione permanente è diventata non solo una possibilità tecnica, ma un’aspettativa culturale e, in molti ambienti lavorativi, una norma implicita. L’uso compulsivo di piattaforme digitali, dispositivi connessi e ambienti di lavoro iperdigitalizzati produce effetti misurabili sul capitale umano, sulla produttività, sulla salute dei lavoratori e sulla reputazione aziendale. Ignorarla nei framework di gestione del rischio non è più una scelta neutrale, è una scelta costosa, i cui effetti si sedimentano nel tempo fino a diventare strutturali.

Il fenomeno oltre il senso comune

La dipendenza digitale non è semplicemente l’uso frequente della tecnologia, né l’apprezzamento per i vantaggi della connessione. È un pattern comportamentale disfunzionale che si distingue dall’uso ordinario per la presenza di specifiche caratteristiche cliniche come perdita di controllo sull’uso nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative, preoccupazione cognitiva persistente che occupa l’attenzione anche in assenza di stimoli digitali, tolleranza crescente che richiede dosi sempre maggiori di stimolazione per ottenere lo stesso effetto, e sintomi astinenziali (irritabilità, ansia, difficoltà di concentrazione) in assenza di accesso ai dispositivi o alle piattaforme.

Sul piano della classificazione nosologica, l’inquadramento è ancora in fase di definizione.

Il libro dell’American Psychiatric Association, nel 2013, ha incluso il costrutto di Internet Gaming Disorder, riconoscendo implicitamente che l’uso patologico di internet costituisce un’area meritevole di indagine clinica sistematica. Il termine più ampio Internet Use Disorder, proposto da alcuni ricercatori come ombrello concettuale per i diversi sottotipi di uso compulsivo – dai social media allo shopping online, dalla pornografia alla navigazione compulsiva – è ancora oggetto di dibattito tassonomico, ma la sostanza del problema è già riconosciuta trasversalmente dalla comunità scientifica internazionale.

Dal punto di vista pratico nelle organizzazioni le declinazioni della dipendenza si traducono in diversi aspetti. La dipendenza da dispositivi, ovvero l’incapacità di astenersi dall’uso dello smartphone in contesti cognitivi e relazionali incompatibili, come durante riunioni ad alto contenuto decisionale, nei momenti di riposo che dovrebbero consentire il recupero mentale, nelle interazioni interpersonali che richiedono presenza e attenzione. La manifestazione della dipendenza deriva anche da piattaforme specifiche (social media, videogiochi, contenuti in streaming), caratterizzate da architetture di design deliberatamente costruite per massimizzare l’engagement e ridurre la frizione all’uscita. Infine, nel contesto organizzativo, si assiste soprattutto all’iperconnessione lavorativa con la reperibilità permanente, la compulsione a controllare le email aziendali anche nelle ore notturne, l’incapacità psicologica di disconnettersi dal lavoro al di fuori dell’orario contrattuale, amplificata dalla disponibilità ubiqua di strumenti di comunicazione aziendali come Slack, Teams o WhatsApp aziendale. Quest’ultima categoria è paradossalmente quella meno presidiata dalle politiche organizzative, anche perché la cultura aziendale tende a interpretare l’iperconnessione lavorativa come un indicatore di dedizione piuttosto che come un segnale di rischio.

La dimensione del rischio

Le organizzazioni tendono a percepire la dipendenza digitale come un problema di pertinenza individuale, delegando implicitamente la gestione alla sfera privata del lavoratore. I dati disponibili suggeriscono, invece, una logica di rischio collettivo con ricadute misurabili su più dimensioni dell’organizzazione.

La ricerca su «l’erosione della capacità attentiva e la produttività cognitiva» della psicologa Gloria Mark dell’Università della California di Irvine ha monitorato il comportamento lavorativo di knowledge workers in ambienti naturali per oltre vent’anni. I risultati riscontrati raccontano che dopo una singola interruzione digitale (una notifica, un’email, un messaggio istantaneo) il lavoratore impiega in media 23 minuti e 15 secondi per tornare al pieno livello di concentrazione sulla mansione originaria. Il cammino cognitivo del ritorno non è diretto, i dati della Mark mostrano che in media vengono svolte due mansioni intermedie prima di riprendere il task originale, e che ogni transizione comporta un costo residuale di attenzione. Quest’ultimo è stato denominato già nel 2009 da Sophie Leroy, docente dell’Università di Washington Bothell “attention residue”, ovvero la persistenza di elaborazione cognitiva relativa al compito precedente anche dopo che si è formalmente tornati al successivo.

L’aritmetica di questo meccanismo applicata a contesti lavorativi ad alta intensità digitale, dove le interruzioni si succedono ogni pochi minuti, produce un bilancio preoccupante.

In molti ambienti di lavoro non esistono abbastanza minuti nella giornata lavorativa per recuperare cognitivamente dalle interruzioni che quella stessa giornata genera. Un aggiornamento del 2023, contenuto nel libro Attention Span della stessa Gloria Mark, ha evidenziato che il tempo medio di permanenza su un singolo schermo prima di cambiare attività è sceso a 47 secondi, rispetto ai 2,5 minuti rilevati negli studi del 2004.

Nel maggio 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito il «burn-out» nell’undicesima revisione della classificazione internazionale delle malattie come fenomeno occupazionale, descrivendolo come una sindrome derivante da stress cronico sul lavoro non adeguatamente gestito, caratterizzata da esaurimento emotivo, crescente distanza mentale dal proprio lavoro e ridotta efficacia professionale. L’OMS ha precisato che il burnout non è una condizione medica, ma un fenomeno occupazionale. Una distinzione che sposta il baricentro della responsabilità dall’individuo verso l’organizzazione e il suo ambiente di lavoro. La reperibilità continua mantiene il sistema nervoso autonomo in uno stato di allerta prolungata, impedisce il recupero cognitivo ed emotivo che avviene durante le ore di riposo, e comprime progressivamente lo spazio psicologico tra vita lavorativa e vita personale. Uno studio Eurofound del 2023 sull’implementazione aziendale del diritto alla disconnessione ha rilevato che una quota significativa di lavoratori in imprese prive di policy dedicate riferisce problemi ricorrenti di salute (cefalee, stress, ansia) direttamente correlati alla ricezione di comunicazioni lavorative fuori orario.

L’impatto economico della dipendenza digitale e dell’iperconnessione non è facilmente perimetrabile in un singolo indicatore, ma si distribuisce su diverse voci di bilancio, la riduzione della qualità delle decisioni prese in stati cognitivi frammentati, aumento dell’assenteismo correlato a patologie da stress, turnover accelerato in popolazioni di lavoratori cronicamente esauriti, riduzione dell’engagement misurato attraverso le survey annuali di organizational culture, incremento degli errori operativi. Alcune stime indicano che la perdita di produttività da distrazioni digitali è quantificabile in centinaia di ore pro-capite all’anno, un costo che nelle strutture professionali a elevata specializzazione si traduce direttamente in fatturato mancato.

In un mercato del lavoro in cui la qualità dell’esperienza lavorativa è diventata una variabile competitiva, la gestione della salute digitale dei dipendenti ha acquisito rilevanza nella costruzione del employer brand. Le generazioni più giovani di lavoratori manifestano una sensibilità esplicita verso l’equilibrio digitale e tendono ad attribuire valore negativo alle culture organizzative che normalizzano la reperibilità continua. La reputazione digitale dell’impresa – la percezione che l’organizzazione rispetti o ignori il benessere digitale dei propri collaboratori – può influenzare significativamente la capacità di attrarre e trattenere persone.

La prospettiva regolatoria

La risoluzione del Parlamento Europeo del 21 gennaio 2021 ha già raccomandato alla Commissione di elaborare una direttiva europea sul diritto alla disconnessione. Quest’ultimo, oggi, in Italia è un obbligo negoziale circoscritto al lavoro agile, in Paesi come la Francia e Portogallo, ad esempio, è già norma cogente con obblighi espliciti in capo ai datori di lavoro. La tendenza, difatti, è verso un diritto soggettivo del lavoratore riconosciuto uniformemente su scala comunitaria, con sanzioni effettive per chi lo viola. 

L’inclusione di indicatori di benessere digitale dei dipendenti deve essere considerato all’interno dei framework di rendicontazione ESG, man mano che gli standard di reporting sulla sostenibilità sociale delle imprese si consolidano, in particolare con l’entrata in vigore della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) europea ci si può attendere che la gestione della salute digitale dei lavoratori diventi una variabile rendicontabile, con le implicazioni in termini di accountability verso investitori e stakeholder.

Più in là nel tempo, ma già visibile in alcune proposte regolatorie, c’è la disciplina delle interfacce persuasive nei software B2B: i dark patterns che inducono comportamenti compulsivi sono stati finora regolati quasi esclusivamente nelle piattaforme consumer, ma la logica della tutela del lavoratore potrebbe estendersi con coerenza agli strumenti di produttività aziendale che adottano gli stessi meccanismi.

Le imprese che costruiscono, oggi, una governance solida del rischio digitale non si limitano a ridurre l’esposizione a rischi legali crescenti, sviluppano nel processo capacità organizzative – cultura del benessere, policy strutturate, leadership consapevole – difficili da imitare rapidamente e quindi fonte di differenziazione sostenibile rispetto a chi attende la coercizione normativa.

La dipendenza digitale è un tema che attraversa i confini tra individuo, organizzazione e società. Le imprese, nella pluralità dei loro ruoli come amplificatori, vittime e agenti di prevenzione, sono chiamate a riconoscerla come variabile di rischio reale e a dotarsi degli strumenti per misurarla e governarla, e a renderne conto nei propri framework di sostenibilità sociale.

Il punto di partenza per superare la dicotomia tra responsabilità individuale e responsabilità sistemica sta nel riconoscere che il fenomeno si produce nell’interazione tra fattori individuali, organizzativi e tecnologici, e che quindi richiede risposte coordinate su tutti e tre i livelli.

L’individuo può sviluppare maggiore consapevolezza e capacità di auto-regolazione, la tecnologia può essere progettata con criteri che non siano ottimizzati per la compulsione, l’organizzazione può costruire ambienti di lavoro che proteggano la capacità d’attenzione e rispettino i confini tra lavoro e riposo.

È chiaro che le imprese che sapranno integrare il benessere digitale dei propri stakeholder nella propria strategia di sostenibilità non staranno semplicemente adempiendo a un obbligo etico, si troveranno un passo avanti quando il contesto renderà inevitabile ciò che oggi è ancora facoltativo.

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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