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La rivoluzione del credito: quando la sostenibilità diventa rating

Errico Formichella

Errico Formichella

Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Federico II, con oltre vent’anni di esperienza nella consulenza a imprese ed enti pubblici, in ambito finanziario e di internazionalizzazione. Founder e CEO di SEF Consulting e direttore editoriale di Acta Non Verba. Specializzato in strategie aziendali, innovazione organizzativa e trasformazione digitale. Con solida visione strategica e competenze in project management, guida processi complessi di crescita e cambiamento, credendo nel capitale umano come leva di sviluppo competitivo e sostenibile.
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Le nuove regole europee impongono alle banche di valutare impatto ambientale, governance e responsabilità sociale delle imprese prima di concedere un prestito. Per le aziende virtuose si aprono opportunità, per le altre un percorso a ostacoli. Ecco cosa cambia davvero nel rapporto tra chi chiede denaro e chi lo eroga.

C’è una data che segna uno spartiacque nella storia del sistema bancario europeo: 11 gennaio 2026. Da quel giorno, le banche dell’Unione non valuteranno più le imprese guardando solo ai bilanci. Dovranno scrutare quanto inquinano, come trattano i dipendenti, se i manager sono trasparenti. I criteri ESG – Environmental, Social, Governance – diventano parametri strutturali del merito creditizio. Non più optional di facciata, ma pilastri su cui si fonda la decisione di concedere o negare un finanziamento.

È la conseguenza delle nuove Linee guida dell’Autorità Bancaria Europea, un documento di 150 pagine che ridisegna i confini del rapporto banca-impresa. Una rivoluzione che arriva mentre l’Europa attraversa una fase di instabilità geopolitica senza precedenti e che, secondo alcuni osservatori, rischia di appesantire ulteriormente un sistema produttivo già gravato da oneri burocratici crescenti.

Il nuovo paradigma: non solo numeri, ma anche valori

Per comprendere la portata del cambiamento, occorre partire da un dato. Fino ad oggi, quando un’impresa bussava alla porta di una banca per chiedere un prestito, la valutazione si concentrava essenzialmente sulla capacità di rimborso: bilanci, flussi di cassa, garanzie, storia creditizia. Parametri quantitativi, misurabili, standardizzati.

Da gennaio 2026, questo schema viene stravolto. Le banche dovranno porsi interrogativi del tutto nuovi: questa azienda quanto emette in termini di CO2? È esposta a rischi climatici (alluvioni, siccità, ondate di calore) che potrebbero comprometterne l’attività? Ha un piano per ridurre la propria impronta carbonica? Rispetta i diritti dei lavoratori lungo tutta la catena di fornitura? I suoi manager operano con trasparenza?

Il business plan finanziariamente solido non basterà più. Serviranno report di sostenibilità dettagliati che permettano alla banca di valutare una nuova categoria di rischi, quelli che gli addetti ai lavori definiscono « non tradizionali». Un’impresa potrà avere i conti perfettamente in ordine ma trovarsi comunque in difficoltà nell’accesso al credito se opera in un settore ad alte emissioni senza una strategia di transizione credibile. È un cambio di prospettiva radicale che ridefinisce il concetto stesso di affidabilità creditizia.

I CINQUE PILASTRI DELLE LINEE GUIDA EBA

OBIETTIVORendere il sistema finanziario più resiliente di fronte ai rischi climatici, considerati ormai sistemici come gli attacchi informatici
STANDARDMetodologie uniformi per identificare e misurare i rischi ambientali, sociali e di governance
TEMPISTICADal 2026 per le grandi banche, dal 2027 per gli istituti piccoli e non complessi
FLESSIBILITÀGli obblighi sono proporzionati alla dimensione e complessità dell’istituto finanziario
ORIZZONTEPiani strategici di almeno 10 anni, allineati all’obiettivo UE di neutralità climatica al 205

La mappa dei rischi: dalle alluvioni al greenwashing

Ma quali sono, concretamente, i rischi che le banche dovranno valutare? L’Autorità Bancaria Europea ha adottato una classificazione ormai consolidata nel mondo della finanza sostenibile, che distingue tra due grandi famiglie: i rischi fisici e i rischi di transizione.

I rischi fisici sono quelli legati direttamente agli eventi climatici, e l’Italia li conosce fin troppo bene. L’alluvione in Emilia-Romagna del 2023, le ondate di calore sempre più frequenti e prolungate, la siccità che colpisce il bacino del Poi, gli incendi che devastano le regioni meridionali. Non si tratta più di eventi eccezionali, ma di rischi sistemici che possono compromettere concretamente la capacità di un’impresa di restituire un prestito. Un’azienda agricola nella Pianura Padana, uno stabilimento manifatturiero in una zona alluvionale, un impianto turistico costiero esposto all’innalzamento del livello del mare, tutti questi soggetti presentano profili di rischio che le banche dovranno imparare a quantificare e gestire.

I rischi di transizione sono, invece, connessi al passaggio verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Un’acciaieria che non investe in tecnologie pulite rischia di trovarsi fuori mercato quando le normative europee diventeranno più stringenti. Un’azienda automobilistica, ancora, ancorata ai motori a combustione potrebbe vedere crollare la domanda nel giro di pochi anni. Le pratiche di greenwashing, millantare credenziali ambientali che non si possiedono, possono trasformarsi in rischi finanziari concreti, quali contenziosi legali, sanzioni regolamentari, danni reputazionali difficili da recuperare con boicottaggi da parte dei consumatori sempre più attenti.

I numeri che fanno riflettere: fino a 26 miliardi di perdite

Non si tratta di esercizi teorici o di scenari remoti. Le stime elaborate dai principali centri di ricerca e dalle società di rating disegnano quadri preoccupanti per chi non si adegua per tempo. Secondo le analisi condotte sulla base degli scenari del Network for Greening the Financial System – l’alleanza delle banche centrali sulla finanza verde che include anche Banca d’Italia – le banche italiane potrebbero registrare un costo del rischio aggiuntivo compreso tra 14 e 26 miliardi di euro entro il 2050, qualora la transizione ecologica dovesse procedere in modo disordinato o frammentato a livello globale.

Le proiezioni degli analisti di Scope Ratings sono ancora più drastiche: in uno scenario di transizione disordinata o di sostanziale inerzia climatica, le perdite su crediti delle banche europee potrebbero addirittura triplicare nei prossimi decenni. Le banche più vulnerabili sarebbero quelle del Sud e dell’Est Europa, dove i rischi fisici sono più elevati e le infrastrutture meno preparate ad assorbirli. Per questi istituti, le perdite annuali aggiuntive potrebbero superare i 250 punti base, un impatto che metterebbe a dura prova la solidità patrimoniale.

Le proiezioni a livello globale sono altrettanto significative. Secondo le stime del Network for Greening the Financial System, entro il 2050 la crisi climatica potrebbe determinare una contrazione del 15% del prodotto interno lordo mondiale. Per le banche europee, questo si tradurrebbe in un deterioramento generalizzato della qualità del credito, con impatti che attraverserebbero trasversalmente i portafogli retail, corporate e sovrani.

L’esame di sostenibilità: cosa cambia per le imprese

Per le aziende, questo nuovo scenario si traduce in un cambio di prospettiva che richiede preparazione. Chi si presenterà in banca a chiedere un finanziamento dovrà essere pronto a rispondere a domande che fino a ieri nessun funzionario del credito avrebbe mai posto.

Le banche utilizzeranno metodologie articolate e complementari: analisi dell’esposizione ai rischi climatici a livello di singola controparte, valutazioni settoriali per comprendere quanto sia vulnerabile il comparto in cui opera l’azienda, verifiche del grado di allineamento delle attività a traiettorie compatibili con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. In molti casi, richiederanno piani di transizione credibili, con obiettivi quantificabili e tappe intermedie che possano essere monitorate nel tempo.

Il meccanismo, nelle intenzioni del regolatore europeo, dovrebbe funzionare come un incentivo virtuoso: chi investe in sostenibilità avrà accesso a condizioni di credito più favorevoli; chi resta fermo pagherà un prezzo crescente in termini di tassi e limitazioni all’accesso ai finanziamenti. Una sorta di bonus-malus climatico destinato ad accelerare la transizione ecologica attraverso le leve della finanza.

Il rebus delle PMI: troppi obblighi, pochi strumenti

È proprio qui che emerge il nodo più delicato dell’intera riforma: le piccole e medie imprese. L’Italia è il Paese europeo con la più alta incidenza di PMI sul tessuto produttivo, aziende che nella stragrande maggioranza dei casi non dispongono delle risorse, delle competenze tecniche e dei sistemi informativi necessari per produrre report ESG strutturati secondo gli standard richiesti.

La normativa europea sulla rendicontazione di sostenibilità non impone obblighi diretti alle PMI non quotate. Tuttavia, queste imprese si troveranno comunque coinvolte nel processo: se forniscono beni o servizi a grandi aziende soggette agli obblighi di disclosure, o se semplicemente necessitano di accedere al credito bancario, dovranno comunque rispondere a richieste informative per le quali oggi non sono minimamente attrezzate.

Le stime parlano chiaro: la nuova direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità porterà il numero di imprese italiane obbligate a redigere report ESG da poco più di 200 a circa 7.000. Ma l’effetto a cascata sulla filiera sarà ben più ampio. Per molte PMI quotate che non hanno mai affrontato queste tematiche, si tratterà di un vero e proprio salto nel vuoto. Basti pensare che oggi solo un quarto delle società presenti sull’Euronext Growth Milan ha mai pubblicato un bilancio di sostenibilità, anche su base volontaria.

Le ombre della riforma: criticità e perplessità

Non tutti accolgono con entusiasmo questa trasformazione. Le criticità sollevate da più parti si concentrano su tre fronti principali, ciascuno dei quali merita un’attenta considerazione.

Il problema dei dati rappresenta forse l’ostacolo più concreto. Per valutare correttamente i rischi ESG servono informazioni affidabili, comparabili, verificabili. Ma in un ambito dove i criteri oggettivi di misurazione sono spesso ancora in via di definizione, la disponibilità di dati di qualità è tutt’altro che scontata. Le Linee guida EBA consentono l’uso di stime e approssimazioni quando i dati diretti non sono disponibili, ma questo apre inevitabili interrogativi sulla robustezza delle valutazioni che ne derivano.

La complessità del quadro normativo è un secondo elemento di preoccupazione. Il framework regolamentare europeo sulla sostenibilità è diventato un labirinto in cui anche gli addetti ai lavori faticano a orientarsi: direttive sui requisiti patrimoniali, regolamenti sulla rendicontazione, norme sulla due diligence, tassonomia delle attività sostenibili, ciascuno strumento con le proprie linee guida attuative. Le sovrapposizioni sono frequenti, gli oneri amministrativi crescenti. Le recenti iniziative di semplificazione hanno introdotto alcuni differimenti, ma la tensione tra l’ambizione degli obiettivi e la sostenibilità concreta degli adempimenti rimane irrisolta.

Il contesto geopolitico costituisce la critica più radicale e strutturale. Il mondo sembra essere entrato in una fase di instabilità acuta, con guerre che si moltiplicano alle porte dell’Europa e minacce che investono il continente stesso. L’Unione Europea rischia di scivolare verso una posizione di marginalità, se non di subordinazione, rispetto a potenze come Stati Uniti, Russia e Cina, che perseguono politiche sempre più assertive senza vincolarsi ad analoghi oneri regolamentari.

In questo scenario, il legislatore europeo continua a caricare pesi burocratici sulle spalle delle imprese come se queste non dovessero misurarsi con concorrenti extraeuropei sempre più agguerriti e capaci di erodere quote di mercato crescenti. La domanda sorge spontanea: le imprese e le banche italiane sono realmente in grado di applicare disposizioni così complesse nei tempi previsti? Non si poteva procedere con maggiore gradualità e ponderazione, anziché inseguire un cronoprogramma messo a punto alcuni anni fa, in un contesto economico e geopolitico che oggi appare appartenere a un’altra epoca?

Lo scenario italiano: tra vulnerabilità e opportunità

L’Italia presenta un profilo di rischio peculiare che rende il tema particolarmente rilevante per il nostro sistema economico. Da un lato, il Paese è tra i più esposti in Europa ai rischi fisici acuti: le alluvioni dell’Emilia-Romagna, la siccità ricorrente del bacino padano, le ondate di calore record che si susseguono ogni estate testimoniano una vulnerabilità climatica in costante crescita. Dall’altro, il tessuto produttivo fatto prevalentemente di PMI – spesso sottocapitalizzate e con limitata capacità di investimento – rischia di trovarsi in seria difficoltà di fronte alle nuove esigenze del sistema creditizio.

Le simulazioni condotte nell’ambito dei principali progetti di ricerca sulla resilienza economica nazionale indicano che eventi climatici estremi potrebbero determinare contrazioni del PIL superiori al 5% se non accompagnati da un adeguato supporto del sistema creditizio. In uno scenario di shock severo con contestuali restrizioni nell’erogazione del credito, la ripresa economica potrebbe richiedere oltre un decennio, con conseguenze sociali e occupazionali difficilmente sopportabili.

Esistono tuttavia anche opportunità concrete. Le imprese che sapranno anticipare la transizione potrebbero trovare nel nuovo sistema un significativo vantaggio competitivo. Le aziende con elevati standard ESG potranno beneficiare di condizioni di credito più favorevoli: tassi d’interesse potenzialmente più contenuti, accesso facilitato a finanziamenti a medio-lungo termine, un rapporto più costruttivo e collaborativo con il sistema bancario. Vista in questa prospettiva, la sostenibilità non è semplicemente un costo da sostenere, ma un investimento che può generare ritorni tangibili.

Il bivio: adattarsi o restare indietro

Al netto delle criticità e delle perplessità legittime, un dato di fatto si impone: la riforma è ormai in vigore e le imprese dovranno necessariamente farci i conti. Le banche stanno già adeguando i propri processi interni, formando il personale sui nuovi criteri di valutazione, sviluppando modelli e metodologie adeguati alle nuove esigenze. Chi arriverà impreparato all’appuntamento rischia concretamente di trovarsi tagliato fuori dall’accesso al credito o di doverlo pagare a condizioni penalizzanti.

Per le PMI esistono strumenti di supporto che possono agevolare il percorso. Il Ministero dell’Economia ha elaborato linee guida semplificate per il dialogo di sostenibilità con le banche, pensate specificamente per le realtà di minori dimensioni. Gli organismi europei preposti alla definizione degli standard di rendicontazione hanno sviluppato modelli volontari semplificati per le imprese non quotate, che possono costituire un utile punto di partenza. Si tratta di strumenti che permettono di avviare un percorso di adeguamento graduale, senza dover affrontare immediatamente investimenti proibitivi.

La partita che si gioca, in definitiva, va ben oltre le singole regole e i singoli adempimenti. Quello che sta prendendo forma è un nuovo modo di concepire il rapporto tra finanza ed economia reale, una ridefinizione dei criteri con cui si decide chi merita fiducia e chi no, una trasformazione delle modalità di allocazione delle risorse finanziarie nell’economia. È un processo che alcuni giudicano prematuro o mal calibrato rispetto alle reali capacità del sistema, altri ritengono necessario e perfino tardivo rispetto all’urgenza delle sfide climatiche. Di certo, si tratta di un cambiamento che difficilmente potrà essere invertito.

Per banche e imprese, la vera sfida consiste nel trasformare quello che oggi appare come un obbligo regolamentare in un’occasione di modernizzazione e innovazione. Per il sistema-Paese nel suo complesso, si tratta di trovare il modo di accompagnare questa transizione senza sacrificare la competitività di un tessuto produttivo che rappresenta la spina dorsale dell’economia nazionale. Il tempo per decidere da che parte stare si sta rapidamente esaurendo.

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