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Gli standard europei di rendicontazione riscritti dalla Commissione riducono di oltre il 60% i dati obbligatori, lasciano decidere la materialità a partire dalla strategia, non richiedono più il piano di transizione e fissano un tetto ai dati che le grandi imprese possono chiedere ai fornitori.
Dal 10 novembre le grandi imprese europee avranno regole più semplici per raccontare la propria sostenibilità. Entra in vigore il regolamento delegato Ue 2026/1563, adottato dalla Commissione il 3 luglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione il 21 settembre, che riscrive gli European sustainability reporting standards (Esrs), i principi con cui le società soggette alla direttiva Csrd compilano la dichiarazione di sostenibilità allegata al bilancio. Secondo la Commissione, i nuovi standard riducono di oltre il 60% i dati obbligatori rispetto alla versione del 2023, di oltre il 70% se si contano anche quelli volontari, che vengono eliminati, e abbassano di oltre il 30% i costi di rendicontazione per ciascuna società. Si applicheranno agli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2027. Per il 2026 le imprese già obbligate potranno scegliere se restare sugli standard attuali, adottare in anticipo quelli nuovi o applicarne solo alcune semplificazioni, indicando nella dichiarazione quale versione hanno seguito.
La revisione interviene su un sistema che, nei primi due anni di applicazione, ha prodotto molte informazioni e pochi numeri utili a chi legge. Il passaggio centrale del report è l’analisi di doppia materialità, con cui ogni impresa elenca gli aspetti di sostenibilità che la riguardano davvero, divisi in tre categorie: gli impatti che la sua attività produce su ambiente e persone, i rischi e le opportunità che quei temi creano per i suoi conti. Le emissioni di uno stabilimento sono un impatto, il rincaro dei permessi per emettere CO2 è un rischio, la domanda di prodotti a basse emissioni è un’opportunità. L’osservatorio sui report Csrd del Sustainability Lab della Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari e della società di revisione Bdo Italia ha esaminato le prime dichiarazioni pubblicate nel 2025 da 80 società quotate su Euronext Milan, in media ciascuna impresa ha individuato e descritto nel proprio report 52 elementi rilevanti tra impatti, rischi e opportunità. Nella survey della società di revisione e consulenza Kpmg sulle rendicontazioni dell’esercizio 2025, condotta su 160 società italiane tra quotate e altri enti di interesse pubblico, la media per impresa scende a 47, e il report più esteso ne elenca 213. Di questi elementi, il 31% sono impatti negativi, il 29% rischi, il 26% impatti positivi e soltanto il 14% opportunità. A fronte di questo lavoro di mappatura, l’osservatorio dell’Università Ca’ Foscari in collaborazione Bdo Italia rileva che, salvo pochissimi casi isolati, le imprese non hanno quantificato gli effetti finanziari attesi, cioè quanto quei rischi e quelle opportunità potrebbero pesare in euro sui conti, proprio il dato che avrebbe dovuto collegare il report al bilancio.
Materialità, decide l’impresa
La novità più rilevante riguarda il metodo. La doppia materialità resta il fondamento del sistema, ma il nuovo standard generale, l’Esrs 1, consente all’impresa di stabilire se un tema è rilevante partendo da strategia, modello di business, settori, aree geografiche e catena del valore, e di scendere al livello dei singoli impatti, rischi e opportunità solo quando la conclusione non è evidente. Non sarà più necessario valutare ogni attività e ogni orizzonte temporale. L’impresa potrà basarsi sulle informazioni ragionevolmente disponibili, senza sostenere costi o sforzi sproporzionati, escludere dal perimetro le controllate non rilevanti e omettere la quantificazione degli effetti finanziari quando non sono isolabili, quando la stima sarebbe troppo incerta o quando mancano le competenze e le risorse per produrla. Gli obblighi su politiche, azioni, obiettivi e metriche, che nella versione del 2023 si ripetevano in ogni standard tematico, vengono raccolti nell’Esrs 2, e chi non ha adottato una politica su un tema rilevante dovrà semplicemente dichiararlo.
Il nuovo approccio, che gli addetti ai lavori chiamano top-down, sposta la responsabilità sul vertice aziendale con una conclusione sulla materialità presa a partire dalla strategia che va motivata davanti al revisore che deve attestare la dichiarazione. Il rapporto Consob sulla rendicontazione di sostenibilità delle quotate, presentato il 20 aprile su un campione di 60 società, mostra che il consiglio di amministrazione è stato coinvolto nell’analisi di doppia materialità in 56 casi su 60, ma l’ha formalmente approvata in 33, mentre in 4 casi l’ha validata e in 10 si è limitato a riceverne una presentazione.
Transizione, basta dichiararla
Il cambiamento climatico resta il tema rilevante per tutte le 60 società del campione Consob. I nuovi Esrs consentono di calcolare le emissioni di gas serra secondo il controllo finanziario, il controllo operativo o la quota di partecipazione, mentre la versione del 2023 imponeva di combinare i primi due criteri, e mantengono l’obbligo di indicare gli effetti finanziari attesi del cambiamento climatico, con un numero ridotto di dati. Il passo indietro riguarda il piano di transizione climatica: chi non ce l’ha dovrà soltanto dichiararlo e indicare se e quando intende adottarlo. È la stessa linea seguita dalla direttiva Omnibus I, che ha eliminato dalla direttiva europea sulla due diligence l’obbligo di adottare e attuare questi piani. La norma si allinea alla situazione delle imprese. Secondo Kpmg, 121 delle 160 società analizzate non hanno un piano di transizione formalizzato e conforme agli Esrs, 61 delle quali hanno previsto di adottarlo rinviandone la formalizzazione. Le 39 che ne dispongono sono meno di un quarto del campione, 15 hanno obiettivi validati dalla Science Based Targets initiative e solo 4 dichiarano un piano pienamente allineato all’Accordo di Parigi.
Le semplificazioni si estendono agli altri temi attraverso un regime transitorio. Nei primi anni di applicazione le imprese potranno omettere per intero le informazioni sulla biodiversità e sui tre standard sociali che riguardano i soggetti esterni all’impresa: lavoratori della catena del valore, comunità interessate, consumatori e utenti finali. Anche la quantificazione degli effetti finanziari attesi potrà essere rinviata per più esercizi. Secondo il rapporto Consob, i consumatori e gli utenti finali sono un tema rilevante per il 95% delle società del campione, i lavoratori della catena del valore per l’80%, le comunità interessate per il 53,3%.
Pmi, tetto alle richieste
Per il sistema produttivo italiano la misura più concreta riguarda le imprese che non sono obbligate a rendicontare. La direttiva Ue 2026/470, l’Omnibus I, in vigore dal 18 marzo, limita l’obbligo alle imprese che superano insieme i 1.000 dipendenti e i 450 milioni di euro di fatturato netto, e dovrà essere recepita in Italia entro il 19 marzo 2027. Dal 1° gennaio 2027 queste società non potranno chiedere ai soggetti della propria catena del valore con una media di 1.000 dipendenti o meno, anche se situati fuori dall’Unione, informazioni ulteriori rispetto a quelle previste dallo standard volontario europeo, il regolamento delegato Ue 2026/1560, in vigore dal 24 settembre e derivato dal modello Vsme elaborato dall’Efrag, l’organismo che redige gli standard per conto della Commissione. Il tetto riguarda le informazioni richieste ai fini della rendicontazione Csrd e non quelle necessarie per altri obblighi di legge. Lo standard volontario si compone di un modulo base di undici informative, su energia ed emissioni, inquinamento, biodiversità, acqua, rifiuti, forza lavoro e condotta d’impresa, e di un modulo più ampio di nove informative su strategia, obiettivi di riduzione delle emissioni, rischi climatici, diritti umani e diversità negli organi di governo, e non richiede l’attestazione di un revisore.
Per le Pmi fornitrici il tetto è uno scudo contro le richieste eccessive, ma anche un modello comune da compilare: i questionari dei clienti non spariranno, diventeranno uniformi. Allo stesso tempo, i nuovi Esrs consentono alle grandi imprese di colmare i dati mancanti dei fornitori con stime basate su medie di settore, campionature e dati indiretti, e per i primi tre esercizi di limitarsi a spiegare gli sforzi fatti per ottenerli. Il fornitore che non comunica i propri dati rischia quindi di vederli sostituiti da una media settoriale, che non tiene conto degli investimenti fatti e che, in una selezione dei fornitori, non lo distingue da chi non ne ha fatti.
Meno obblighi, stessa domanda
La semplificazione risponde a un problema reale, quello di report costosi, ridondanti e poco confrontabili e arriva in una fase in cui queste informazioni hanno trovato un pubblico. Uno studio pubblicato sulla rivista Accounting and Business Research – basato sui dati di navigazione dei siti di otto grandi gruppi europei che nel 2025 hanno pubblicato i primi report secondo gli Esrs – ha registrato oltre 400mila visualizzazioni di pagina nei tre mesi successivi alla pubblicazione, con un traffico sulle sezioni di sostenibilità paragonabile a quello sui dati finanziari. Banche, investitori e grandi clienti usano sempre di più queste informazioni per decidere a chi prestare, in chi investire e da chi comprare, e il taglio più netto su piano di transizione e catena del valore concerne proprio i dati che guardano con più attenzione. Le imprese che useranno le nuove regole per ridurre il report al minimo risparmieranno sui costi. Quelle che le useranno per concentrarsi sulle informazioni rilevanti avranno un documento più utile per chi deve leggerlo. Le regole consentono di scrivere meno. Non garantiscono che il mercato chieda meno.
