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Firmitas, utilitas, venustas: l’impresa come architettura

Alex Gisondi

Alex Gisondi

Dottore in Storia Antropologia Religioni, da anni si occupa di Terzo Settore con un focus sull'accesso ai diritti da parte delle minoranze.
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PNRR: Quando l’impalcatura viene smontata cosa resta?

Una lezione di duemila anni fa

Un edificio, scriveva Vitruvio, deve possedere tre qualità: firmitas, utilitas, venustas. Solidità, funzione, bellezza. Duemila anni dopo, la stessa triade può guidare chi costruisce un’impresa.

Il De architectura è l’unico trattato di architettura giunto a noi dall’antichità. Vitruvio lo scrisse nel I secolo a.C. e lo dedicò ad Augusto: dieci libri su materiali, templi, città, macchine, acquedotti. Nel primo libro fissa il principio che regge tutto il resto: ogni opera va costruita tenendo conto della solidità, dell’utilità e della bellezza.

Il Rinascimento ne fece un canone. Leonardo trasse dal terzo libro il suo Uomo vitruviano; nel 1624 Henry Wotton tradusse la formula in commodity, firmness and delight. Da allora ogni generazione di architetti si è misurata con quelle tre parole.

Questa rubrica prova a farlo, attraverso la cultura, con l’impresa.

Il PNRR, la più grande impalcatura della Repubblica

Per l’Italia il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza vale 194,4 miliardi di euro di risorse europee. Per dimensioni e complessità, è un intervento senza precedenti nella storia repubblicana. Fino a oggi il Paese ha incassato nove rate, per circa 166 miliardi.

Il calendario del disarmo però è ormai scritto. I lavori si sono chiusi il 30 giugno 2026, le amministrazioni avevano tempo fino al 31 agosto per completare la documentazione, e il 29 settembre il Governo ha inviato alla Commissione europea la richiesta di pagamento della decima e ultima rata, da 28,4 miliardi. I pagamenti europei si chiuderanno entro la fine dell’anno.

L’impalcatura, del resto, è stata smontata e rimontata più volte durante il cantiere. Il Piano ha subito numerose revisioni: misure ridimensionate, cancellate o spostate su altri strumenti nazionali, per adattarlo a ciò che era davvero realizzabile nei tempi europei.

Che cosa resta in piedi…

Tolta l’impalcatura, si vede che cosa è stato costruito. Secondo i dati diffusi dal Governo alla chiusura del Piano, restano 1.270 Case della Comunità attivate, 327 Ospedali di Comunità, oltre 153.000 nuovi posti in nidi e scuole dell’infanzia, circa 4.000 chilometri di linee ferroviarie potenziate, più di 60.000 nuovi posti letto per studenti universitari.

Altri numeri invitano alla prudenza. A febbraio 2026 la Corte dei conti stimava una spesa effettiva di 113,5 miliardi, il 58% delle risorse; a settembre il Governo indicava oltre 133 miliardi. Nelle opere pubbliche, secondo Openpolis, risultava concluso il 36,7% dei progetti, ma appena il 6,2% del loro valore economico: i cantieri piccoli finiscono prima, quelli grandi restano aperti.

C’è poi una domanda che nessuna rendicontazione può chiudere. Una Casa della Comunità senza personale, centinaia di campi da calcio senza ragazzi, un asilo senza educatori, una linea senza treni saranno sicuramente bellissime facciate, ma di case spesso vuote. Il valore di ciò che è stato costruito si misurerà negli anni in cui nessuno lo finanzierà più dall’esterno.

La mancanza di studi di settore sulle aree interne ha portato, spesso, allo sperpero di fondi importanti, fino a costruire strutture fotocopia a pochi chilometri l’una dall’altra, per un bacino di utenza minimo.

…dopo l’impalcatura

Con la chiusura del PNRR si conclude una stagione straordinaria di contributi a fondo perduto. Per anni molte imprese hanno potuto pensare l’investimento a partire dal contributo disponibile. Era un’impalcatura generosa, e come ogni impalcatura era provvisoria.

Gli strumenti che restano chiedono altro. La Nuova Sabatini si regge su un finanziamento bancario o un leasing; l’iperammortamento vale per chi ha utili da dedurre; le garanzie pubbliche facilitano il credito, ma non sostituiscono la valutazione della banca. Presuppongono tutti un’impresa già capace di stare in piedi da sola.Tolta l’impalcatura, resta la struttura. Ed è questo il momento in cui la lezione di Vitruvio torna utile, perché ricorda un ordine che l’abbondanza aveva fatto dimenticare.

Firmitas: ciò che regge

Per Vitruvio la solidità nasce dalle fondamenta scavate fino al terreno compatto e dai materiali scelti con cura. È la parte dell’opera che non si vede e che decide se l’opera dura.

Nell’impresa le fondamenta sono i numeri. Conoscere il proprio fabbisogno, i tempi dei flussi di cassa, il debito che si può davvero sostenere. Nessun incentivo può sostituire questa conoscenza; può solo rafforzare ciò che è già solido.

C’è un vantaggio che spesso si scopre tardi. Il lavoro fatto per rendere leggibile un progetto a un ente gestore è già metà del lavoro per presentarlo a una banca o a un investitore. La firmitas non serve a un solo interlocutore: serve a tutti.

Utilitas: lo strumento al servizio dell’opera

L’utilità, in Vitruvio, è la giusta disposizione degli spazi: ogni ambiente collocato dove serve, senza ostacoli all’uso. L’edificio nasce dalla funzione, non il contrario.

Lo stesso vale per la finanza agevolata. La domanda giusta non è quale misura sia aperta in questo momento, ma quale misura serva a questo progetto. Quando l’ordine si inverte, il progetto si piega allo strumento: si investe dove c’è un contributo, non dove c’è una strategia.

Scegliere lo strumento dopo aver letto i propri numeri significa usarlo come una leva. Sceglierlo prima significa subirlo come un vincolo.

Venustas: la forma del valore

Per Vitruvio la bellezza non è ornamento. È armonia delle proporzioni, accordo tra le parti e il tutto. È ciò che rende un’opera riconoscibile e degna di durare.

Nell’impresa la venustas è la visione: la capacità di dare una forma al valore che si genera, per chi lavora nell’impresa e per il territorio in cui vive. È qui che si colloca il modello di Impresa Armonica e Virtuosa a cui SEF si ispira, che tiene insieme obiettivi economici, sociali e ambientali.

Le tre qualità non si separano. Senza firmitas, la venustas è decorazione. Senza venustas, la firmitas è solo calcolo. Senza utilitas, l’una e l’altra restano un esercizio.

Finanziabili, prima ancora che finanziate

Vitruvio non scriveva per chi voleva un edificio in fretta, ma per chi voleva un edificio che restasse. La stessa distinzione separa oggi l’impresa che insegue un contributo da quella che costruisce un progetto.

L’ordine è semplice da dire e impegnativo da praticare: prima la solidità, poi la funzione, infine la visione. Un’impresa che costruisce così diventa finanziabile, prima ancora di essere finanziata. E quando arriva l’incentivo giusto, lo trasforma in crescita invece di consumarlo.

È la cultura dell’agire che SEF chiama Acta Non Verba: i fatti prima delle parole, la struttura prima della facciata. Lo studio prima del fare.

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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