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Rai Scuola: cosa c’è dietro il caso del 57

Alessandro Canzian

Alessandro Canzian

Editore da sempre impegnato attivamente nel mondo culturale. Consulente e progettista per Sef Consulting
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Dal 1° ottobre Rai Scuola sparirà dal digitale terrestre per lasciare il posto a “Italiana”, la nuova rete dedicata ai territori. La Rai parla di “evoluzione verso il digitale”, le proteste di “impoverimento del servizio pubblico”. Tra ascolti, costi non dichiarati e modelli europei, la questione è meno semplice di quanto suggeriscano le polemiche.

Dalla Telescuola del 1958 a Rai Edu 1 fino a Rai Scuola: quasi settant’anni di educational pubblico

La storia di Rai Scuola non comincia con il digitale terrestre. Affonda le sue radici nella Telescuola1 del 1958, quando la televisione pubblica entrò direttamente nelle case con lezioni rivolte soprattutto ai ragazzi che vivevano in aree prive di scuole secondarie. Poco dopo, con Non è mai troppo tardi 2 e il maestro Alberto Manzi3, la Rai trasformò l’alfabetizzazione in una vera missione nazionale.

Nella foto Alberto Manzi. Ha condotto la storica trasmissione televisiva della Rai “Non è mai troppo tardi” dal 1960 al 1968. Grazie al suo programma televisivo quasi un milione e mezzo di adulti italiani sono riusciti a prendere la licenza elementare.

Negli anni successivi quella funzione educativa cambiò forma ma non scomparve: alla fine degli anni Novanta nacque Rai Educational Sat, poi divenuta Rai Edu 1 nel 2002, e infine Rai Scuola nel 2009. Cambiavano i nomi, le tecnologie e i palinsesti, ma restava l’idea che il servizio pubblico dovesse dedicare uno spazio stabile alla conoscenza, alla formazione e alla divulgazione. Ed è questa la ragione per cui la scomparsa di Rai Scuola dal canale 57 ha prodotto una reazione così importante e immediata.

L’educazione appartiene alla storia stessa del servizio pubblico italiano: dalla televisione dell’alfabetizzazione di Non è mai troppo tardi alle successive strutture educational, fino a Rai Scuola. La sua utilità è riemersa con particolare evidenza durante la pandemia. Nell’autunno 2020 la collaborazione tra Rai e Ministero dell’Istruzione portò alla realizzazione di 132 nuove lezioni, articolate in 396 unità didattiche, che si aggiungevano alle oltre 500 prodotte nella primavera precedente4. Nel 2024 Rai Scuola disponeva ormai di circa 1.800 videolezioni. Numeri che oltrepassavano il semplice archivio per una vera e propria struttura produttiva specializzata.

Cosa succede davvero il 1° ottobre

Il 17 e 18 giugno il CdA Rai ha approvato il progetto “RaiPlay Scuola e Learning” dichiarando esplicitamente il “superamento del modello lineare di Rai Scuola”. Parallelamente è stata approvata la nascita di un nuovo canale tematico dedicato al territorio nazionale.

Dal 1° ottobre sul numero 57 arriverà così “Italiana”, costruita attorno a territori, borghi, patrimonio, imprese, paesaggi, enogastronomia, Made in Italy e tradizioni. La partenza sarà soprattutto attraverso programmi già presenti nelle library Rai. Quindi: Rai Scuola come canale televisivo lineare chiude. Rai Scuola come offerta di contenuti, secondo la Rai, no.

Le critiche

La protesta ha assunto rapidamente dimensioni rilevanti. La petizione lanciata il 23 agosto ha superato le 119 mila adesioni e sono intervenuti docenti, divulgatori, associazioni, opposizioni politiche e una parte consistente della comunità scientifica.

Le obiezioni, al netto della polemica politica, sono essenzialmente quattro. La prima riguarda l’accessibilità: rendere un contenuto disponibile on demand non equivale necessariamente a mantenerlo visibile attraverso un canale riconoscibile e universalmente accessibile. La seconda riguarda le produzioni. Silvia Bencivelli, per anni collaboratrice di Rai Scuola, ha raccontato una progressiva riduzione del lavoro: circa dieci ore realizzate tre anni fa, due ore l’anno successivo, dodici minuti nell’ultimo anno. È una testimonianza personale, non un bilancio aziendale, ma pone una domanda non irrilevante: quanto del calo del canale dipende dal pubblico e quanto dal progressivo impoverimento dell’offerta?

La terza riguarda la competenza accumulata. In una lettera aperta pubblicata da Scienza in Rete, ricercatori e docenti universitari hanno sottolineato che Rai Scuola non rappresentava soltanto un archivio di video ma una redazione con esperienza specifica nella mediazione della conoscenza scientifica.

Infine c’è una questione simbolica: una rete esplicitamente dedicata a scuola, formazione e scienza viene sostituita da una rete dedicata all’identità dei territori italiani. È inevitabile che la scelta produca anche una lettura culturale e politica.

La risposta della Rai: le motivazioni e il nodo dei costi

La Rai sostiene che l’offerta educativa non venga cancellata ma trasferita e rafforzata in “RaiPlay Scuola e Learning” integrando produzioni di Rai Cultura, Teche e materiali già disponibili. L’obiettivo dichiarato è raggiungere studenti che utilizzano sempre meno la televisione lineare e consentire una fruizione on demand da scuola e da casa, su computer, tablet, smartphone e televisori connessi. La logica è indiscutibile: per uno studente cercare una lezione quando serve è certamente più funzionale che attendere un orario di palinsesto.

Il punto controverso è un altro: perché il digitale debba sostituire il lineare anziché affiancarlo.

La scienziata e immunologa italiana Antonella Viola, professoressa ordinaria di Patologia generale presso l’Università di Padova, ritratta in collegamento all’interno del programma di Rai Scuola “Scienziate”

Alla base della scelta c’è una più generale revisione dei canali specializzati Rai e una strategia che assegna un peso crescente alle piattaforme digitali. A questo si aggiunge la volontà editoriale di costruire “Italiana”, un canale destinato a valorizzare il territorio e potenzialmente anche l’immagine del Paese verso l’estero.

Resta poco trasparente il tema economico. Nella documentazione pubblica Rai non compare un budget disaggregato che consenta di sapere quanto costi realmente mantenere Rai Scuola lineare, quanto costerà “Italiana” e quale investimento sarà destinato al nuovo RaiPlay Scuola e Learning.

I numeri reali

La Rai cita ascolti molto bassi: 0,14% di share medio nel 2024, 0,13% nel 2025 e circa 0,09-0,10% nei primi mesi del 2026. Sono numeri incontestabilmente piccoli. Ma raccontano soltanto una parte della storia.

Tra il 2015 e il 2021 Rai Scuola oscillava generalmente tra lo 0,01 e lo 0,03%. Dal 2022 gli ascolti sono cresciuti arrivando allo 0,13% nel 2023 e allo 0,14% nel 2024. Nel giugno 2026 lo share era tornato allo 0,14%. Pur considerando il cambiamento della metodologia Auditel introdotto nel 2022 gli ultimi tre anni sono dunque tra i migliori della storia recente della rete.

E lo share non equivale al numero delle persone raggiunte. Nel febbraio 2024 lo 0,14% corrispondeva a 13.322 spettatori medi presenti in ogni minuto sul canale. Il pubblico complessivo giornaliero è necessariamente superiore perché gli spettatori si avvicendano.

C’è poi un altro dato curioso: nel Qualitel Rai 20245 Rai Scuola otteneva 8,0 su 10, secondo miglior risultato tra i canali tematici dopo Rai Storia.

Manca soprattutto il dato decisivo per sostenere che il nuovo modello raggiungerà meglio gli studenti: quanti studenti e insegnanti utilizzano realmente Rai Scuola in televisione e quanti utilizzano i suoi contenuti digitali? La Rai non ha pubblicato nel comunicato un confronto di questo tipo6.

La giornalista e conduttrice scientifica Silvia Bencivelli durante una trasmissione di divulgazione scientifica su Rai Scuola

Gli altri fanno diversamente?

Non esiste un unico modello europeo. In Francia Lumni è ormai una vera infrastruttura educativa digitale del servizio pubblico: gratuita, senza pubblicità, sostenuta dal Ministero dell’Istruzione, raccoglie oltre 8.000 fra video, dossier, quiz, giochi e materiali dalla scuola dell’infanzia alla maturità. I contenuti digitali convivono però con produzioni educational provenienti anche dalle antenne lineari di France Télévisions.

La Germania offre un esempio ancora diverso. Nel settembre 2026 ARD alpha continua a programmare “Schulfernsehen” sul canale lineare con trasmissioni organizzate per discipline e livelli scolastici. Contemporaneamente gli stessi materiali sono disponibili nella ARD Mediathek accompagnati da schede, approfondimenti e materiali didattici. Anche ZDF ha rafforzato nel 2026 la propria piattaforma “ZDF goes Schule”.

La digitalizzazione dell’educational pubblico è dunque una tendenza europea. La rinuncia al lineare, invece, è una scelta.

La domanda che resta

Forse è proprio qui che la discussione su Rai Scuola dovrebbe uscire dalla contrapposizione tra nostalgici della televisione e sostenitori inevitabili dello streaming. La Rai non ha torto quando afferma che un servizio educativo del 2026 non può dipendere da un palinsesto. Gli studenti devono poter trovare una lezione quando serve, rivederla, cercarla per materia, utilizzarla in classe e a casa. Ma questo non dimostra automaticamente che il canale lineare sia diventato inutile. Soprattutto non dimostra che la trasformazione sarà un potenziamento. Per farlo servirebbero quattro numeri che oggi mancano: quanto costava Rai Scuola, quanto costerà “Italiana”, quanto verrà investito nelle nuove produzioni di RaiPlay Scuola e Learning e quante persone il nuovo servizio riuscirà effettivamente a raggiungere.

Fino a quando questi dati non saranno disponibili sarà difficile stabilire se si tratti davvero di un’evoluzione o, più semplicemente, di un servizio pubblico educativo che cambia indirizzo e perde un canale.

Il lineare è ancora necessario?

Il valore del lineare non sta soltanto nella tecnologia con cui un contenuto viene distribuito, sta anche nella sua capacità di esporre il pubblico a ciò che non stava cercando. Una piattaforma on demand funziona quando l’utente sa già cosa vuole vedere, possiede gli strumenti per trovarlo e compie un atto volontario di ricerca. Un canale lineare invece costruisce un’abitudine, rende riconoscibile un presidio editoriale e permette l’incontro casuale con una lezione, un documentario, un esperimento, una pagina di storia. È una differenza particolarmente importante per un servizio pubblico che non ha solo il compito di rispondere a una domanda esistente ma anche quello di crearne una: suscitare curiosità, intercettare chi non avrebbe cercato autonomamente quel contenuto, raggiungere famiglie e persone meno digitalizzate e mantenere visibile nello spazio televisivo l’idea stessa che istruzione, scienza e conoscenza meritino un luogo stabile. Per questo il punto non è scegliere tra televisione e RaiPlay. Il modello più coerente con la missione del servizio pubblico potrebbe essere proprio la loro complementarità: il digitale per cercare e approfondire, il lineare per incontrare anche ciò che non sapevamo di voler conoscere.

La crescita spesso parte da ciò che non cerchiamo

C’è infine una questione più ampia che riguarda il modo in cui oggi incontriamo la conoscenza. Gli algoritmi, che ormai definiscono quel che possiamo vedere in rete, non di rado anche quel che possiamo acquistare attraverso suggerimenti mirati, tendono a costruire percorsi coerenti con ciò che abbiamo già visto, letto, ascoltato o cercato. Questa è una delle conseguenza di una realtà ormai iperconnessa a un livello quasi distopico (si veda non a caso il recente processo a Meta e l’accordo a 18 miliardi di dollari7), fatta di motori di ricerca e oggi di IA (con l’enorme problema dell’illusione di una conoscenza che non si possiede), strumenti che per loro natura presuppongono che l’utente sappia almeno formulare una domanda. In tutti i casi il perimetro dell’esperienza rischia di essere delimitato da ciò che già conosciamo, dai nostri interessi precedenti e dalle categorie che siamo in grado di nominare senza mai uscire da quelli che non sembrano più interessi ma veri e propri limiti o, peggio, confini da non valicare.

Una parte decisiva della crescita culturale, personale, civica e politica, nasce esattamente dal contrario: dall’imprevisto, dalla deviazione, dalla scoperta di qualcosa di cui ignoravamo perfino l’esistenza (come è ed è stata, in fondo, l’evoluzione e il progresso fino a pochi decenni fa, si pensi alla storia della penicilina8).

La sorpresa non è un difetto della fruizione ma una delle condizioni dell’apprendimento. Possiamo cercare soltanto ciò che sappiamo di poter cercare: ciò che ancora non conosciamo qualcuno ce lo deve mettere davanti, altrimenti non ci sarà mai accessibile e così la nostra crescita.

  1. Telescuola nasce il 25 novembre 1958 in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione per portare l’insegnamento ai ragazzi che vivevano in zone prive di scuole secondarie. Fu il primo vero corso televisivo europeo strutturato sull’intero anno scolastico: le lezioni venivano seguite in apposite “classi televisive” e permettevano di colmare almeno in parte le forti disuguaglianze territoriali nell’accesso all’istruzione. Nel 1961 la Rai avviò anche corsi destinati alla nuova scuola media unificata, arrivando a coinvolgere circa 1.200 classi. ↩︎
  2. Si veda: www.raiplay.it/programmi/nonemaitroppotardi ↩︎
  3. Alberto Manzi è forse la figura che meglio incarna l’idea originaria di servizio pubblico educativo. Maestro elementare e pedagogista, dal 1960 al 1968 condusse sulla Rai Non è mai troppo tardi, programma pensato per insegnare a leggere e scrivere agli adulti analfabeti o con scarsa scolarizzazione (una vera e propria Dad ante litteram). Manzi non si limitava a trasmettere nozioni: disegnava, raccontava, costruiva associazioni e rendeva la lezione un’esperienza televisiva capace di raggiungere persone che la scuola non aveva raggiunto. Il suo lavoro contribuì concretamente alla campagna nazionale contro l’analfabetismo e resta uno degli esempi più forti di una televisione pubblica che non si limita a seguire il pubblico, ma prova ad ampliarne conoscenze, strumenti e possibilità. Vedi anche l’articolo su Rai.it: “Non è mai troppo tardi”: ricordando il Maestro Manzi. ↩︎
  4. A proposito di questo si veda il consuntivo Rai 2020: “Rai – Consuntivo Rai per il Sociale 2020” ↩︎
  5. A proposito di questo si veda l’articolo in rai.it: “Rai: Qualitel e Corporate Reputation, offerta 2024 premiata dal pubblico” ↩︎
  6. A proposito di questo si veda l’articolo di Enrico Bucci ne Il Foglio del 26 agosto 2026: “L’addio a Rai Scuola e quell’idea di servizio pubblico che passa per territori e prodotti tipici” ↩︎
  7. A proposito di questo si veda l’articolo del Corriere della Sera: “Meta trova un accordo nel processo sulla dipendenza dai social: pagherà agli stati Usa fino a 18 miliardi di dollari” ↩︎
  8. La penicillina fu scoperta quasi per caso nel 1928 da Alexander Fleming. Tornato nel suo laboratorio dopo un periodo di assenza, Fleming osservò che una coltura di batteri Staphylococcus era stata contaminata da una muffa del genere Penicillium e che, attorno alla muffa, i batteri non crescevano. Capì quindi che la muffa produceva una sostanza capace di inibire i batteri e la chiamò penicillina. La scoperta, però, rimase per anni senza applicazioni pratiche perché la sostanza era difficile da isolare e produrre in quantità sufficienti. Fu solo tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta che Howard Florey, Ernst Boris Chain e il loro gruppo a Oxford riuscirono a purificarla e a trasformarla in un farmaco utilizzabile. Durante la Seconda guerra mondiale la produzione industriale aumentò rapidamente, soprattutto negli Stati Uniti, e la penicillina divenne uno dei primi antibiotici di uso diffuso, rivoluzionando il trattamento delle infezioni batteriche e riducendo drasticamente la mortalità per molte malattie fino ad allora spesso letali. ↩︎

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