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Con il nuovo avviso sull’idrogeno di Mission Innovation, il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica riapre una delle sfide più delicate della transizione, quella che riguarda il passaggio dalle tecnologie promettenti agli impianti, dalle sperimentazioni ai processi industriali, dalle filiere ancora fragili a un mercato capace di misurarsi con costi, sicurezza e continuità di approvvigionamento.
Il decreto direttoriale firmato il 3 luglio 2026 destina 82,6 milioni di euro a progetti di ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica nell’area strategica Idrogeno, nell’ambito di Mission Innovation 2.0 e, più precisamente, della Clean Hydrogen Mission, la piattaforma internazionale nata per accelerare la competitività dell’idrogeno verde e il suo impiego nei settori in cui l’elettrificazione diretta fatica a imporsi, dall’industria energivora ad alcuni segmenti della mobilità.
La misura si muove lungo quattro direttrici, produzione di idrogeno, trasporto e accumulo, usi finali, azioni trasversali, con un’impostazione che guarda all’intera catena del valore e non soltanto alla fase di generazione del vettore, un dettaglio tutt’altro che marginale, perché una filiera dell’idrogeno resta debole se alla capacità di produrlo non si affiancano sistemi affidabili di stoccaggio, soluzioni per il trasporto, standard di sicurezza, utilizzi industriali credibili e competenze tecniche diffuse.
La selezione punta su consorzi industriali e ricerca applicata
La partecipazione è riservata a compagini progettuali costituite da almeno due partner, con un’impresa nel ruolo di capofila, possono entrare imprese, startup innovative e organismi di ricerca e diffusione della conoscenza, purché nazionali, mentre le microimprese non possono guidare il raggruppamento e gli organismi di ricerca non possono presentarsi da soli né assumere la funzione di capofila.
Il quadro appare chiaro, il Ministero cerca progetti nei quali la ricerca scientifica sia accompagnata da una strategia industriale, con responsabilità operative definite, cofinanziamento garantito, ruoli ripartiti nella compagine e un accordo di collaborazione che disciplini anche la proprietà e l’utilizzo futuro dei risultati.
Ogni progetto dovrà avere un costo compreso tra 2 e 10 milioni di euro, durata massima di 36 mesi e conclusione entro il 30 giugno 2030, salvo una proroga che potrà arrivare a 12 mesi in presenza delle condizioni previste dall’avviso. I vincoli finanziari sono stringenti, la ricerca industriale non può superare il 70% del costo complessivo, gli studi di fattibilità il 10%, gli organismi di ricerca, se presenti, non possono assorbire oltre il 33% del budget, ciascun partner deve sostenere almeno il 10% del costo totale e il capofila deve pesare per oltre il 25%.
Contributi fino all’80% per le imprese, ricerca al 100%
Il sostegno è concesso nella forma del contributo a fondo perduto, nel rispetto del regolamento generale di esenzione per categoria sugli aiuti di Stato, con intensità che variano in base alla natura dell’attività e alla dimensione del beneficiario.
La soglia ordinaria è pari al 50% per la ricerca industriale, al 25% per lo sviluppo sperimentale e al 50% per gli studi di fattibilità, ma può salire, in presenza delle maggiorazioni previste, fino al 65% per le grandi imprese sulla ricerca industriale, al 75% per le medie, all’80% per piccole e microimprese, mentre per lo sviluppo sperimentale il tetto massimo arriva rispettivamente al 40%, al 50% e al 60%, gli organismi di ricerca possono ottenere il 100% dei costi ammissibili.
Le domande dovranno essere presentate dal capofila tramite la piattaforma informatica dedicata entro le ore 12 del 12 novembre 2026, i chiarimenti potranno essere richiesti fino al 15 ottobre, l’istruttoria sarà articolata in una verifica preliminare di ammissibilità e in una successiva valutazione tecnico-economica, con una soglia minima complessiva di 60 punti su 100.
Il vero discrimine sarà il costo dell’idrogeno
La parte più interessante dell’avviso si legge nei criteri di valutazione, poiché il Ministero non guarda soltanto all’originalità scientifica, ma chiede un salto di maturità tecnologica, una riduzione dell’impatto ambientale per unità di idrogeno prodotta, trattata o movimentata, una capacità di inserimento nelle filiere esistenti e, soprattutto, un percorso verso un costo competitivo dell’idrogeno espresso in euro al chilo, coerente con la Strategia nazionale.
È un passaggio politico e industriale insieme, la Strategia nazionale dell’idrogeno, presentata dal MASE nel novembre 2024, richiama l’obiettivo internazionale di Mission Innovation di portare il costo dell’idrogeno rinnovabile fino a 2 dollari al chilogrammo entro il 2030 e di favorire la creazione di 100 hydrogen valleys, un traguardo che resta ambizioso e che rende indispensabile selezionare tecnologie capaci di uscire dai laboratori senza perdere sostenibilità economica.
La misura, in questo senso, sembra voler correggere una debolezza già emersa nel dibattito europeo, la Corte dei conti Ue ha segnalato nel 2024 che, pur avendo costruito buona parte del quadro regolatorio, l’Unione difficilmente raggiungerà gli obiettivi 2030 di produzione e importazione di idrogeno rinnovabile, anche per l’insufficiente allineamento tra target, domanda industriale, infrastrutture e strumenti di sostegno.
Dal PNRR alle Hydrogen Valleys, la differenza è nella maturità richiesta
Il confronto più immediato è con il PNRR, che aveva destinato 2,5 miliardi di euro agli investimenti 3.1 e 3.2, produzione di idrogeno in aree industriali dismesse, le cosiddette hydrogen valleys, e utilizzo nei settori hard-to-abate, secondo il decreto attuativo del 21 ottobre 2022 richiamato dal MASE e pubblicato in Gazzetta ufficiale.
Quelle misure hanno privilegiato la dimensione applicativa e territoriale, cioè la riconversione di aree industriali, la produzione da fonti rinnovabili locali, l’avvio di usi industriali in comparti difficili da decarbonizzare, acciaio, cemento, chimica, raffinazione, ceramica, vetro, carta, l’avviso Mission Innovation del 2026, invece, si colloca un passo prima o, a seconda dei progetti, un passo accanto, finanzia tecnologie che devono diventare più performanti, meno costose, più sicure, replicabili in contesti industriali diversi.
C’è poi il precedente dell’Investimento PNRR 3.5, Ricerca e sviluppo sull’idrogeno, per il quale erano previsti complessivamente 160 milioni, con un impianto dedicato a ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale, la Strategia nazionale ricorda che nel 2022 furono pubblicati due avvisi, uno da 20 milioni per enti di ricerca e università, uno da 30 milioni per soggetti privati, mentre il Piano operativo di ricerca ha coinvolto ENEA, CNR e RSE sulle principali macroaree della filiera.
Rispetto a quella stagione, il nuovo bando appare più selettivo sul versante della valorizzazione industriale, perché introduce con maggiore forza criteri come il trasferimento tecnologico, l’adozione in contesti produttivi più ampi, la presenza di una leadership industriale autentica, la qualità della governance e la capacità di attrarre ulteriori investimenti.
Il raccordo con gli altri bandi Mission Innovation
Il provvedimento sull’idrogeno arriva dopo una prima tornata di avvisi Mission Innovation 2.0 pubblicati nel 2025, cinque bandi per complessivi 200 milioni di euro, dedicati a fonti rinnovabili non programmabili, flessibilità e accumulo, dati e digitalizzazione delle reti, elettrolizzatori e reti, bioidrogeno e biocarburanti, con il supporto scientifico di RSE.
In quel pacchetto erano già presenti misure molto vicine al tema, in particolare elettrolizzatori e reti, che guardava all’installazione ottimale degli elettrolizzatori rispetto alla disponibilità locale di rinnovabili, alle connessioni di rete, allo stoccaggio e agli impieghi industriali, e bioidrogeno e biocarburanti, più orientata all’integrazione tra reti elettriche, gas, calore e trasporti.
L’avviso del 2026 sembra quindi chiudere il cerchio, concentrandosi sul cuore della Clean Hydrogen Mission, cioè sull’aumento delle performance degli impianti di produzione dell’idrogeno verde, sulla definizione di standard tecnologici e di sicurezza, sugli usi finali e sulle soluzioni trasversali che consentono alla filiera di reggere il confronto con i costi e con le esigenze dell’industria.
IPCEI e dimensione europea, un’altra scala di intervento
Un secondo termine di paragone è rappresentato dagli IPCEI sull’idrogeno, strumenti europei pensati per progetti strategici di grande portata, Hy2Tech sulle tecnologie per gli utenti finali, Hy2Use sulle applicazioni industriali, Hy2Infra sulle infrastrutture, Hy2Move sulla mobilità e sui trasporti, quest’ultimo autorizzato dalla Commissione europea il 28 maggio 2024 e concentrato su celle a combustibile, stoccaggio a bordo, veicoli, navi, locomotive e produzione di idrogeno per stazioni di rifornimento.
La differenza è rilevante, gli IPCEI sono riservati a imprese già selezionate e autorizzate dalla Commissione europea, spesso grandi player inseriti in catene del valore continentali, il bando MASE, pur con requisiti robusti e dimensioni progettuali non trascurabili, mantiene una logica competitiva nazionale e può intercettare raggruppamenti nei quali imprese, startup e centri di ricerca lavorano insieme su tecnologie trasferibili.
La sfida italiana sarà scegliere pochi progetti solidi
La dotazione da 82,6 milioni consente, in teoria, di finanziare un numero limitato di proposte, se si considera che ogni progetto può valere fino a 10 milioni, per questo la graduatoria assumerà un peso decisivo e la qualità delle compagini sarà un fattore altrettanto importante della tecnologia proposta.
Il bando guarda a un idrogeno meno narrato e più misurabile, il chilogrammo prodotto, trasportato o utilizzato dovrà costare meno, avere un impatto ambientale inferiore, inserirsi in una filiera, dialogare con le rinnovabili, con le reti, con gli usi industriali, con la sicurezza e con l’accettazione pubblica.
Per l’Italia, che negli ultimi anni ha distribuito risorse tra PNRR, accordi di programma, hydrogen valleys, hard-to-abate, IPCEI e bandi Mission Innovation, la sfida non riguarda più soltanto la quantità di fondi disponibili, riguarda la capacità di trasformare una costellazione di misure in una politica industriale leggibile, selettiva e continua, capace di far crescere tecnologie nazionali in un mercato europeo che procede con prudenza, tra promesse elevate, costi ancora sensibili e una domanda industriale che chiede certezze prima di cambiare combustibile.
