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Bambini e povertà: il dramma è ormai collettivo

Andrea Iacomini

L’accesso all’istruzione e ai servizi essenziali, compresi quelli per la nutrizione, la salute e la protezione. In tempi di pandemia tutto ciò si è ulteriormente aggravato. Ne parliamo con Andrea Iacomini, portavoce nazionale di Unicef Italia.

di Roberta Morosini

La tragedia dei bambini sempre più poveri, il disagio sociale, le iniziative e i rapporti con le istituzioni di una fondazione tra le più conosciute. Ecco la nostra lunga chiacchierata con Andrea Iacomini, portavoce nazionale di Unicef Italia dal 2012 e personaggio impegnato in numerose campagne di sensibilizzazione. Tra le sue missioni più importanti quelle in Africa, Ghana, Sierra Leone, Libano, Siria, Giordania, Iraq e Kurdistan iracheno dove ha visitato molti campi profughi e attività dell’Unicef.

Andrea, puoi fornirci un quadro generale, dopo un anno di pandemia, della situazione delle bambine e dei bambini nel nostro Paese e nel mondo?

«Nel 2020 le famiglie in povertà assoluta erano oltre 2 milioni (il 7,7% del totale, da 6,4% del 2019, +335mila) per un numero complessivo di circa 5,6 milioni: il 9,4% da 7,7%, ossia oltre 1 milione in più rispetto all’anno precedente. L’incidenza della povertà tra bambini e adolescenti minori di 18 anni è salita, inoltre, di oltre due punti percentuali – da 11,4% a 13,6%, il valore più alto dal 2005 – per un totale di bambini e ragazzi poveri che, nel 2020, raggiunge 1 milione e 346mila, 209mila in più rispetto all’anno precedente (dati Istat ndr). A livello globale, invece, un anno dopo la pandemia, sono stati fatti passi indietro su quasi tutti i più importanti indicatori per l’infanzia. Il numero dei bambini affamati, isolati, abusati, ansiosi, che vivono in povertà e costretti a matrimoni precoci è aumentato. Allo stesso tempo, il loro accesso all’istruzione, alla socializzazione e a servizi essenziali, compresi quelli per la salute, la nutrizione e la protezione sono diminuiti. I segnali che i bambini porteranno le cicatrici della pandemia per gli anni a venire sono inequivocabili. Secondo l’Unicef, nei Paesi in via di sviluppo, ci si aspetta che la povertà dei bambini aumenterà di circa il 15%. Si prevede inoltre che ulteriori 140 milioni di bambini in questi paesi si trovino già in famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà. A novembre 2020, ulteriori 6/7 milioni di bambini sotto i 5 anni hanno sofferto di malnutrizione acuta nel 2020, ovvero un totale di circa 54 milioni di bambini con malnutrizione acuta, una crescita del 14% che potrebbe tradursi in più di 10mila ulteriori morti di bambini al mese – la maggior parte in Africa Subsahariana e Asia del Sud».

In Italia dove si concentra la maggiore povertà infantile?

«Secondo le ultime stime Istat, una più ampia diffusione della povertà assoluta riguarda tutte le famiglie, ma quelle più numerose sono le più colpite. La presenza di figli minorenni espone maggiormente le famiglie alle conseguenze della crisi, con un’incidenza di povertà assoluta che passa dal 9,2% all’11,6%, dopo il miglioramento registrato nel 2019. L’incremento della povertà assoluta è maggiore nel Nord del Paese e riguarda 218mila famiglie (7,6% da 5,8% del 2019), per un totale di 720mila persone. Mentre il Mezzogiorno resta l’area in cui la povertà assoluta è più elevata, con il 9,3% delle famiglie rispetto al 5,5% del Centro. L’aumento della povertà assoluta si inquadra nel contesto di un calo record della spesa per consumi delle famiglie. Secondo le stime preliminari, infatti, nel 2020 la spesa media mensile torna ai livelli del 2000 (2.328 euro, -9,1% rispetto al 2019). Rimangono stabili solo le spese alimentari e quelle per l’abitazione mentre diminuiscono drasticamente quelle per tutti gli altri beni e servizi (-19,4%)».

Unicef è diventata una fondazione. Come mai questa scelta e cosa è cambiato?

«Da aprile 2020, l’Unicef Italia è stata trasformata da associazione a fondazione costituita secondo la normativa del Terzo Settore. Abbiamo fatto questa scelta in quanto, nell’analisi delle forme giuridiche disciplinate dalla normativa del Terzo Settore, quella della fondazione ci è sembrata quella che più si prestava alla mission istituzionale dell’ente e al mandato ricevuto dall’Unicef internazionale, e quella che permetteva inoltre una maggiore agilità decisionale unita a responsabilità e trasparenza. La fondazione è la continuazione giuridica e ideale dell’associazione, di cui è successore universale e di cui mantiene il codice fiscale».

Cosa chiedete alle istituzioni nazionali e come vi rapportate con quelle locali?

«Fra le attività principali del Comitato Italiano per l’Unicef – Fondazione Onlus, vi è quella di difendere e monitorare, a livello nazionale e locale, l’attuazione dei diritti dei bambini, coordinandosi con istituzioni e associazioni, nonché con ogni altro soggetto pubblico o privato, incluso il Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, e promuovendo a livello nazionale e locale i principi della Convenzione Onu sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Sul tema del contrasto alla povertà minorile l’Unicef sta lavorando con le autorità nazionali e locali e con organizzazioni della società civile, per l’attuazione della fase tre della Child Guarantee, un’iniziativa di livello europeo per sperimentare interventi volti a ridurre gli effetti della povertà e dell’esclusione sociale sui minorenni vulnerabili. Tra loro i bambini e adolescenti con disabilità, in strutture residenziali, con background migratorio o in contesti familiari vulnerabili. Promuoviamo inoltre nelle scuole, università e organizzazioni giovanili programmi di educazione ai diritti dei bambini, alla cittadinanza attiva e allo sviluppo sostenibile e all’integrazione sociale dei migranti, mediante il coinvolgimento attivo delle istituzioni preposte all’educazione e all’istruzione in linea con le linee guida dell’Unicef. Per esempio, portiamo avanti Lost in Education, il progetto di contrasto alla povertà educativa minorile finanziato dall’impresa sociale Percorsi con i bambini. La finalità del progetto è prevenire l’esclusione sociale costruendo sui territori percorsi di attivazione della comunità educante, nella logica che il pieno sviluppo delle potenzialità dei ragazzi e delle ragazze è un bene comune, di cui tutti devono prendersi cura, proprio a partire dai territori».

In qualità di fondazione avete rapporti anche con il mondo del profit. Quali consigli vorresti dare a chi agisce nel mondo del terzo settore e del non profit in genere?

«I bambini costituiscono quasi un terzo della popolazione mondiale e interagiscono con le imprese come consumatori, familiari dei dipendenti e lavoratori. Sono un gruppo unico di stakeholder nelle comunità locali e nella società in generale. Abbiamo quindi un’enorme possibilità di accrescere i diritti dei bambini e di proteggerli dai pericoli attraverso il modo in cui l’impresa tratta i suoi dipendenti, gestisce le sue strutture, sviluppa e commercializza i suoi prodotti, fornisce i suoi servizi, ed esercita la sua influenza sullo sviluppo economico e sociale. Come Unicef, abbiamo promosso i Children’s rights & business principles (Crbp), un insieme di 10 princìpi che richiamano le aziende a un impegno maggiore e più efficace nel rispettare e promuovere i diritti dei bambini e degli adolescenti nei luoghi di lavoro, nei mercati e nelle comunità di riferimento. I Crbp non prevedono nuovi obblighi a livello normativo ma rafforzano gli standard internazionali e definiscono la responsabilità delle aziende nel garantire il rispetto dei diritti in linea con la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. Sostenere i dipendenti nel loro ruolo di genitori, promuovere l’occupazione giovanile e la generazione di talenti sono solo alcuni dei passi concreti che le aziende possono fare. Considerare come i prodotti e i servizi possano soddisfare meglio i bisogni dei bambini può anche essere una fonte di innovazione e creare nuovi mercati. Lavorare infine per i bambini aiuta a costruire comunità forti e ben istruite, che sono vitali per un ambiente economico stabile, inclusivo e sostenibile. Come Unicef abbiamo anche implementato il Children Rights Atlas, un utile strumento che, integrando i dati raccolti a livello internazionale sui singoli Paesi e le analisi su diversi settori di business, aiuta le aziende e le industrie a valutare l’impatto potenziale e reale sulla vita dei bambini».

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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