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Durante tutto l’arco del Novecento i piccoli comuni italiani sono stati una delle forme attraverso cui l’Italia ha raccontato se stessa: povertà e memoria, fuga e ritorno, modernizzazione e spopolamento. Dai cambiamenti sociali alla lingua sono stati luoghi di resistenza e possibilità di rigenerazione. Oggi il paese è uno dei luoghi decisivi dell’identità nazionale.
All’inizio del secolo scorso il piccolo comune era ancora, in larga parte, cellula viva di un’Italia agricola, artigiana. Attorno a esso ruotavano l’anagrafe, la scuola elementare, la parrocchia, il municipio, il mercato. Il comune coincideva con l’orizzonte concreto della vita quotidiana in cui si nasceva, si lavorava, si contraeva matrimonio, si ereditava.
Una storia di fragilità
Nei primi anni del Novecento molti piccoli comuni erano segnati da povertà rurale, analfabetismo, isolamento infrastrutturale. Le comunità erano spesso faticose, dure, attraversate da inevitabili disuguaglianze sociali e da un rapporto diretto, non estetico, con la terra e il lavoro.
Con l’avvento del fascismo cambiò fortemente il rapporto tra comunità e istituzione comunale. Il piccolo comune venne ricondotto all’interno di una struttura amministrativa centralizzata che indebolì l’autogoverno locale anche attraverso la figura del podestà. Il municipio venne trasformato in terminale dello Stato più che luogo di rappresentanza democratica. Le comunità continuarono a vivere nei loro legami, nelle parlate, nei riti e nelle economie locali ma l’istituzione comunale perse la propria funzione politica più autentica.

Un rinnovato spazio di cittadinanza
Il secondo dopoguerra restituì ai comuni una centralità democratica, e con la Repubblica il piccolo comune tornò a essere luogo di partecipazione. Il sindaco, il consiglio comunale, le sezioni di partito, le cooperative, le associazioni, le Pro Loco, le biblioteche civiche, le case del popolo, le parrocchie, le bande musicali diventarono pezzi di una nuova infrastruttura civile che creò un rinnovato spazio di cittadinanza.
Allo stesso tempo però si aprì la frattura più profonda. Negli anni Cinquanta e Sessanta il miracolo economico spostò il baricentro dell’Italia verso le città, le fabbriche. Molti piccoli comuni e le aree interne entrarono in una stagione di svuotamento. I giovani partirono verso Torino, Milano, Genova, il Nord-Est, la Svizzera, la Germania, il Belgio, le Americhe, l’Australia. Partire significava accedere alla modernità: salario, fabbrica, scuola superiore, anonimato urbano, consumi, emancipazione. Se il paese conservava gli affetti, la famiglia, la lingua, la città offriva futuro.
Una geografia dell’allontanamento
Da qui nasce una delle grandi narrazioni novecentesche dei piccoli comuni: la fuga. Non una fuga soltanto dalla povertà ma dalla mancanza di prospettiva. Un cambio di registro che fu al contempo sociale e linguistico. Il piccolo comune divenne il luogo da cui si partiva e le strade, le corriere, i treni costruirono una geografia dell’allontanamento che pure mantenne alcuni legami imprescindibili. Chi partiva mandava comunque soldi, tornava d’estate, conservava la casa, rientrava per la festa patronale o per i funerali.
Nacque quindi una figura nuova: l’abitante intermittente. Non più residente ma nemmeno estraneo. Viveva altrove, lavorava altrove, mandava i figli a scuola altrove, ma continuava a sentirsi parte del paese attraverso ciò che restava.
È in questa fase che lo Stato provò a rispondere con investimenti pubblici. Strade, acquedotti, scuole, opere di urbanizzazione, elettrificazione, edilizia pubblica e quant’altro portarono risorse e progetti dove prima c’erano isolamento e marginalità. Di conseguenza migliorò l’accesso ai servizi, si ridussero alcune distanze, venne consentito ai piccoli comuni di entrare più stabilmente nella rete infrastrutturale nazionale.

Il paradosso del Novecento
Gli investimenti portarono opere ma non sempre lavoro stabile. Il paradosso consisteva nel fatto che il piccolo comune diventava più raggiungibile proprio mentre perdeva abitanti, più moderno proprio mentre smetteva di essere il centro necessario dell’esistenza. Lo Stato investiva sul corpo materiale del territorio ma non riusciva a costruire una strategia capace di tenere insieme cultura, scuola, lavoro, servizi, impresa, memoria e paesaggio.
Il Novecento ha consegnato una modernizzazione incompiuta da cui emerge la domanda contemporanea, a tutt’oggi validissima: come far vivere i piccoli comuni, quali relazioni e possibilità rendere stabili nel tempo?
Una geografia culturale
La cultura italiana è uno degli strumenti più utili per comprendere e tentare di governare questa trasformazione. Nel Novecento i piccoli comuni diventarono forma dello sguardo, il punto da cui osservare la modernità italiana e le sue fratture.
Con Cesare Pavese, nato a Santo Stefano Belbo, il paese divenne mito dell’origine e ferita del ritorno. Le Langhe divennero il luogo in cui infanzia, desiderio, solitudine e storia si sovrapporsero. Il paese divenne radice inquieta che conservava la memoria di ciò che si era stati ma che parimenti mostrava l’impossibilità di tornare davvero a una patria interiore intatta.
Pier Paolo Pasolini, a Casarsa, compì un gesto ancor più radicale. Trovò nel Friuli materno una lingua. Le sue prime poesie friulane furono un atto di resistenza alla standardizzazione culturale. In un’Italia che correva verso l’unificazione linguistica, mediatica e borghese, Pasolini scelse una lingua laterale, periferica. Casarsa divenne il punto da cui leggere la fine del mondo contadino e l’avanzata di una modernità omologante.
Con Carlo Levi, confinato ad Aliano, il piccolo comune lucano entrò nella coscienza nazionale come luogo della frattura tra Stato e comunità. Cristo si è fermato a Eboli raccontò il Sud interno come esclusione storica, Aliano divenne il luogo in cui l’Italia scoprì l’esistenza di un’Italia interna, arcaica, non rappresentata dai linguaggi del potere.
Ignazio Silone, partendo dall’Abruzzo interno, costruì in Fontamara una delle immagini più potenti del paese oppresso. Anche qui il piccolo comune era il luogo in cui si vedevano povertà, ingiustizia, manipolazione politica ma anche dignità elementare e capacità di resistenza.

L’arte dove i luoghi escludono
Nelle arti visive il rapporto divenne ancor più radicale. Antonio Ligabue, legato a Gualtieri, trasformò la marginalità personale e territoriale in immaginario feroce, riconoscibile. Il paese divenne esclusione, eccentricità, differenza. Ma proprio questa differenza produsse arte.
In Sardegna Costantino Nivola partì da Orani e portò nel modernismo internazionale una memoria di forme arcaiche. Pinuccio Sciola trasformò San Sperate in un paese-museo lavorando sui muri, sulle pietre, sulla partecipazione degli abitanti. Maria Lai, a Ulassai, compì con Legarsi alla montagna uno dei gesti più importanti dell’arte relazionale italiana: un’intera comunità venne coinvolta in un’opera che legava case, persone, memoria e paesaggio.

Una nuova forma di ritorno
Alla fine del Novecento, dunque, i piccoli comuni arrivarono a una condizione complessa. Erano più fragili sul piano demografico e amministrativo ma più riconosciuti sul piano culturale. Con meno popolazione, scuole, presidi sanitari, attività economiche e centralità politica, ma con un nuovo valore simbolico cominciarono a rappresentare la profondità territoriale dell’Italia, la sua memoria diffusa, la sua pluralità linguistica e paesaggistica, artistica, antropologica.
In questa fase emerse una nuova forma di ritorno: il rientro progettuale. Alcuni tornarono per restaurare una casa, aprire un’attività, creare un’associazione, organizzare un festival, recuperare un archivio. Cominciarono i primi tentativi di riscoperta e valorizzazione di prodotti locali, l’artigianato divenne una scommessa imprenditoriale. Il paese cominciò a essere percepito come spazio possibile di reinvenzione e forse di maggiore libertà rispetto alla struttura, ormai chiusa, delle città.
Tornare nei piccoli comuni significò anche (e non di rado significa ancora) misurarsi con servizi deboli, trasporti difficili, scuole che chiudono. Il ritorno è possibile solo quando la memoria incontra condizioni materiali adeguate. In poche parole non basta amare un luogo per poterci vivere.
La cultura come prima forma di ritorno
È qui che la cultura assume una funzione strategica perché è spesso una prima forma di ritorno. Prima ancora che economico il rientro è narrativo. Qualcuno torna a raccontare il paese, a fotografarlo, a raccogliere memorie orali, a riaprire un archivio, a organizzare una mostra. Nascono e si moltiplicano mappe, feste gestite come progetti identitari. La cultura trasforma il piccolo paese da spazio del rimpianto a spazio di possibilità riattivando il desiderio di luogo. Se nel Novecento si era andati via per diventare moderni, ora si torna per non perdere se stessi.
Tra il 2000 e il 2020 questa dinamica divenne visibile in molte forme. A Pieve Santo Stefano il lavoro dell’Archivio Diaristico Nazionale trova nel Piccolo museo del diario, inaugurato nel 2013, una forma capace di trasformare diari, autobiografie e scritture comuni in patrimonio pubblico. Il paese viene valorizzato perché custodisce le tracce scritte di migliaia di esistenze.
A Ulassai la Stazione dell’Arte, inaugurata nel 2006 grazie alla donazione di Maria Lai, mostra un’altra possibilità: il ritorno dell’artista al proprio luogo d’origine come lascito operativo. Le opere diventano parte di una relazione più ampia tra arte contemporanea, comunità e paesaggio.
In Irpinia e in Basilicata la paesologia di Franco Arminio lavora su un piano ancora diverso: da Bisaccia, Trevico, Aliano e dagli altri paesi dell’Appennino interno nasce una pratica culturale che prova a costruire una nuova attenzione verso i paesi. La luna e i calanchi, ad Aliano, da festival diventa una comunità temporanea che si raccoglie attorno a un luogo fragile e lo rende, per alcuni giorni, centro di ascolto e condivisione.
Anche l’esperienza delle mappe di comunità, diffusa dagli ecomusei e da molti progetti territoriali, va letta nella stessa direzione. Una mappa di comunità serve a chiedere agli abitanti cosa riconoscono come proprio, quali memorie vogliono trasmettere, quali paesaggi ritengono importanti. È uno strumento semplice e potentissimo: restituisce al paese la capacità di descriversi.
Anche le grandi feste territoriali cambiano funzione. La Notte della Taranta, nata alla fine degli anni Novanta e consolidatasi nei decenni successivi, mostra come una tradizione musicale locale possa diventare una piattaforma culturale ampia capace di tenere insieme dialetto, musica popolare, danza, turismo, identità salentina e rete di comuni.

Il diritto a restare
Di fronte a tutto questo è imperativo porsi alcune domande sulla questione contemporanea. Oggi non basta più l’azione conservativa ma bisogna rendere i piccoli comuni nuovamente abitabili. La parola decisiva diventa permanenza. Non a caso nelle ultime settimane la Commissione europea ha portato avanti il percorso preparatorio per una strategia sul diritto a restare: la possibilità concreta per le persone di costruire il proprio futuro anche nei territori di origine, senza essere costrette a partire per mancanza di servizi, opportunità, infrastrutture e qualità della vita. La consultazione pubblica collegata alla strategia si è chiusa il 12 giugno 2026 e ha portato a un cambio lessicale importante: non più soltanto attrarre ma rendere possibile la permanenza.
Il PNRR Borghi ha aperto inoltre un altro capitolo, più ampio e contraddittorio. Ha riportato attenzione, risorse e progettazione su centinaia di territori spingendo molti comuni a ragionare su patrimonio, attrattività, turismo, ma la domanda che sta emergendo è: come si convince una persona a scegliere un borgo non come luogo di vacanza ma come luogo in cui si desidera vivere? L’unica risposta possibile è che non basta un contributo senza servizi, non bastano servizi senza lavoro, non basta lavoro senza casa accessibile, non basta la casa senza una comunità accogliente.
Il caso di Sud Vivo
Tra le azioni culturali ad oggi attive quella che meglio rappresenta questa idea di ritorno possibile è Sud Vivo, la campagna partecipativa promossa da Fondazione con il Sud assieme ad ANCI. Non si tratta di un bando ma di un’operazione narrativa che prova a cambiare il modo in cui il Paese parla dello spopolamento sostituendo al racconto della rassegnazione quello della possibilità.
La sua forza sta in quattro verbi: nascere, restare, tornare, arrivare. Sono parole elementari ma compongono una vera politica del luogo. Nascere significa che un territorio deve garantire servizi, famiglie, cura, scuola, condizioni minime di futuro. Restare significa che partire non deve essere l’unica forma di emancipazione. Tornare significa che chi è andato via deve poter riportare competenze, lavoro, desiderio. Arrivare significa che un piccolo comune non può limitarsi a conservare chi c’era ma deve saper accogliere nuove energie, nuovi abitanti, nuove appartenenze.
Sud Vivo è interessante perché assume la cultura come infrastruttura narrativa. Chiede di raccontare storie collettive di resistenza, ritorno e rigenerazione.
Il Premio Comune Vivo, collegato alla campagna, aggiunge un elemento ulteriore: misura la vitalità sulla capacità di invertire lo spopolamento. I comuni vengono premiati se mostrano segnali concreti di rigenerazione demografica, sociale, culturale ed economica.
Se nel Novecento si partiva per diventare moderni, oggi il diritto a restare chiede una modernità diversa: restare non deve essere un atto eroico individuale, deve diventare una possibilità collettiva. Ed è qui che la cultura torna a essere decisiva perché cambia la domanda di fondo: come rendere i piccoli comuni luoghi in cui una vita possa ancora essere attraente?
Le possibilità non mancano
Dopo un Novecento che ha reso i piccoli comuni più accessibili ma non sempre più abitabili, dopo decenni in cui lo Stato ha portato strade, scuole, acquedotti ed edifici senza riuscire sempre a trattenere persone e funzioni, oggi le misure pubbliche possono avere senso solo se smettono di finanziare episodi e cominciano a finanziare sistemi.
Il nuovo avviso Cultura nei piccoli comuni va letto esattamente in questa cornice. La misura, che scadrà il 31 agosto, sostiene progetti culturali nei comuni sotto i 25.000 abitanti e chiede di lavorare su patrimonio materiale e immateriale, reti locali, partecipazione civica, accessibilità, strumenti digitali, nuove tecnologie, imprese culturali e creative, sviluppo sociale ed economico. Il contributo serve a verificare se la cultura può diventare una leva di rigenerazione territoriale.
Nella stessa direzione si collocano Cultura Missione Comune 2026, aperto fino al 30 settembre e dedicato al patrimonio culturale pubblico. E ancora il bando PR FESR D6.1.1 del Friuli Venezia Giulia per l’Area Interna Dolomiti Friulane, aperto fino al 31 agosto e orientato alla rigenerazione e riattivazione di luoghi e spazi culturali. Oppure le iniziative nate intorno al PNRR Borghi (non un bando aperto ma un programma di investimento in attuazione) che hanno come focus i processi europei sul diritto a restare, i premi contro lo spopolamento, gli accordi sul credito di prossimità e le azioni sul Terzo settore nelle aree interne.
Strumenti variegati che indicano una medesima convergenza: il piccolo comune necessita di un ecosistema.
Piccoli comuni come produttori di senso
I piccoli comuni hanno da sempre prodotto cultura. Hanno dato all’Italia alcuni dei suoi strumenti più forti per capire la modernità: la fine del mondo contadino, la questione meridionale, la frattura tra centro e periferia, la trasformazione del paesaggio, la sopravvivenza delle lingue locali, la possibilità di una cultura radicata nei luoghi.
La sfida contemporanea è trattarli come produttori di senso: luoghi da riattivare, comunità da rimettere in relazione, laboratori dell’Italia che può ancora essere. Bisogna comprendere che non sono residui del passato ma luoghi in cui si misura la qualità dello sviluppo.
