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Il 2025 sarà un anno non semplice per il mondo del vino. Il rapporto Ismea ‘Situazione congiunturale del settore vino in Italia nel 2024 ed esigenze rispetto alle traiettorie future’ ha messo infatti in evidenzia come l’assetto dello scenario vitivinicolo italiano si trova a fare i conti con tendenze assolutamente sfavorevoli
Inflazione e recessione economica, con la riduzione dei redditi disponibili che porta a un minor consumo di vino; preoccupazioni per la salute e cambiamenti sociali, con una maggiore consapevolezza dei problemi di salute che ha portato ad una riduzione del consumo di alcol (probabile tendenza a lungo termine); cambiamento delle preferenze, con i consumatori che preferiscono sempre più altre bevande alcoliche rispetto al vino, sono tutti gli elementi che rischiano di mettere in crisi il mondo del vino. Ad oscurare ulteriormente l’orizzonte concorrono gli alti dazi seriamente paventati dal presidente statunitense Donald Trump.
Ci si trova così ad avere di fronte un mercato sempre più saturo, in cui i prodotti sono sempre più simili e in cui il consumatore è sempre più evoluto e meno fedele alla marca. Motivo per cui le aziende hanno la necessità di spostare l’attenzione del consumatore su altri elementi, come l’esperienza di consumo.
Diventa così sempre più essenziale raccontare il vino trasmettendo emozioni, perché solo le emozioni riescono ad essere indelebili nella memoria dei consumatori, imprimendo il ricordo della memoria e stabilendo una connessione con un determinato vino.
Vitematta: il riscatto sociale del territorio
Ci sono storie di cantine che si prestano benissimo a questo tipo di racconto. Nello scenario campano spicca la storia di «Vitematta», costola enologica della Cooperativa Sociale «Eureka onlus», impresa sociale, senza fini di lucro, il cui scopo è la promozione del benessere delle persone la loro integrazione attraverso la gestione di servizi socio-sanitari, educativi e formativi, rivolti alle persone diversamente abili, ai minori ed alla famiglia che si trovano ad affrontare difficoltà, periodi di crisi o cambiamenti. Nata nel 2007, «Vitematta» gestisce circa 20 ettari coltivati, di cui 7 a superficie vitata, su terreni confiscati alla criminalità organizzata, mettendo a frutto il lavoro di persone svantaggiate. Vini, dunque, che nascono per il riscatto del territorio e per l’emancipazione degli ultimi.
Il valore aggiunto di «Vitamatta»: un’esperienza di vino e impegno sociale
Il racconto si impreziosisce, perchè i prodotti di punta di questa cantina sono ottenuti da uve asprinio coltivate ad alberata. Si tratta di un antichissimo metodo di allevamento della vite che la zona aversana (le vigne sono ubicate tra Casal di Principe, Villa Literno e Santa Maria La Fossa) conserva gelosamente da millenni, eredità lasciata dagli antichi Etruschi che giunsero in Campania alle soglie del I millennio a.C., assegnando un ruolo nevralgico all’Antica Capua (l’attuale Santa Maria Capua Vetere), futuro snodo fondamentale della futura Via Appia.
Una cantina da raccontare
«Vitematta» costituisce un esempio in termini di narrazione perché, pur consapevole di questi punti di forza, continua a costruire tasselli di racconti con l’intento di rendere ancora più interessante la storia che trasmettono i vini prodotti. L’antico metodo della «vite maritata» (generalmente ai pioppi) è connaturato da un’endemica sostenibilità, considerato che le vigne secolari che raggiungono fino a quindici metri di altezza sono per certi aspetti dotate di buona resistenza alle patologie fitosanitarie. Questo aspetto di sostenibilità viene amplificato dalla gestione delle vigne con il sistema di lotta integrata, con notevole riduzione dell’utilizzo di fitofarmaci. A seguire processi di vinificazione poco impattanti è l’energia utilizzata in cantina che arriva da fonte rinnovabile.
Vini, dunque, che regalano esperienze e che per questo si connota tra i consumatori non più come bevanda di consumo, ma come un vero e proprio «bene personale», in quanto prodotti per andare incontro a desideri specifici, trasformando la vecchia catena d’offerta in catena a richiesta.
Condizione per cui diventa fondamentale il rapporto diretto con la clientela. Ed ecco l’ultima iniziativa progettuale avanzata dalla cooperativa Eureka all’attenzione della Regione Campania nell’ambito dell’avviso pubblico dedicato alla Valorizzazione dei Beni Confiscati alla Criminalità Organizzata: il recupero di una villa confiscata in cui attrezzare una tipografia con borse di lavoro destinate a cinque soggetti svantaggiati che, una volta formati, diventeranno i comunicatori ideali dei prodotti tipici (non solo i vini di «Vitematta» ma anche le bontà di altre aziende del posto) di un territorio maltrattato ma che ancora conserva la fertilità che lo connotava come il cuore della «Campania Felix».
Un atto di coraggio
Produrre vino per «Vitematta» è un atto di coraggio con cui omaggiare Madre Terra. Un atto di coraggio che ispira ogni scelta, nella vigna e in cantina. Un atto dettato dalla consapevolezza che produrre vino (fare agricoltura) vuol dire stipulare un contratto con il Creato, perché fare agricoltura vuol dire stipulare un «contratto» per custodire e preservare le vigne e la terra che le rendono fertili. Tutto questo restituendo dignità agli uomini che le allevano, instaurando così un perfetto equilibrio tra profitto e dono, un concreto progetto di agricoltura armonica.
Oltre il mito del consumatore responsabile
Può bastare tutto questo per fare di questa bella storia un racconto vincente?
Paolo Gomarasca, nell’opera «Etica del cibo» evidenzia: «Così, se vogliamo evitare che la parola, prima ancora d’essere presa, risuoni già “parlata” dal ritornello capitalista, dobbiamo smontare il mito del consumatore responsabile. Molta della retorica politica di questi ultimi anni ha puntato tutto su questa figura, raccontandoci la favola che avrebbe fatto sentire la sua voce, attraverso il carrello della spesa. Ma la verità è che assomiglia di più a una simpatica marionetta, che continua a muoversi nel labirinto seduttivo del marketing, predisposto per fargli credere di essere il protagonista del cambiamento. Chi si misura con le questioni che l’etica del cibo solleva sa bene che è un po’ infantile “sperare di salvare il mondo facendo meglio lo shopping”».
Nello scenario del vino – mondiale, non solo italiano – si va registrando un evidente abuso sul concetto di certificazione etica, molto spesso ristretta solo ai confini ambientali, correlata alle scelte che si effettuano nel vigneto e in cantina per garantire il rispetto dell’ambiente.
Questo abuso si traduce in una generale perdita di appeal nell’ambito della comunicazione.
Ed è qui che entra in gioco l’agricoltura sociale che coinvolge attivamente soggetti svantaggiati (percorsi carcerari, diversamente abili a vari livelli, giovani con problemi di tossicodipendenza) con risultati rilevanti sia a livello di produzione enologica che nel reinserimento e recupero della persona. Il vino diventa così quasi solo un pretesto per poter degustare calici buoni non solo per il palato ma che hanno un forte valore aggiunto: quello della qualità etico-sociale.
Vini che suonino «buoni e belli» da raccontare.
