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Il report di sostenibilità dispone, oggi, per la prima volta di evidenze concrete su un proprio pubblico di lettori che lo ritiene rilevante per le proprie decisioni. È proprio in questa fase che molte aziende iniziano a ridurre le risorse dedicate a produrlo, convinte che con l’allentamento degli obblighi europei il capitolo si possa richiudere. Non si tratta di una percezione isolata, ma della convergenza di tre osservazioni indipendenti tra loro.
Uno studio pubblicato su Accounting and Business Research ha adottato un approccio finora inedito, infatti, anziché rilevare tramite interviste, l’interesse dichiarato verso questo tipo di informativa, ha analizzato i dati di web-tracking di otto grandi aziende europee che nel 2025 hanno pubblicato online i primi bilanci predisposti secondo gli ESRS per oltre 400mila visualizzazioni di pagina nei tre mesi successivi alla pubblicazione. Il risultato smentisce un’obiezione che in molte PMI italiane resta il principale argomento contro l’investimento in rendicontazione volontaria, ovvero, l’informativa di sostenibilità attrae livelli di traffico paragonabili a quelli dell’informativa finanziaria, e gli utenti vi interagiscono con un’intensità persino superiore, spostandosi raramente tra le due sezioni. Non è dunque un contenuto che l’investitore scorre distrattamente dopo aver letto i numeri che contano davvero. è un contenuto letto da un pubblico diverso, più legato al contesto europeo e più eterogeneo – clienti, fornitori, comunità locali, enti finanziatori – che si affianca, senza sovrapporsi, a quello tradizionalmente riservato al bilancio.
Per un imprenditore, questo significa che la filiera con cui lavora, la banca a cui chiede credito, il cliente corporate che valuta un fornitore non stanno solo verificando una casella normativa quando aprono il vostro report. Lo stanno leggendo per orientare una decisione, esattamente come farebbero con un bilancio.
Il secondo osservatorio descrive, invece, cosa accade dentro le imprese chiamate a produrre questa informativa, e la fotografia scattata da KPMG in occasione del secondo anno di applicazione della CSRD racconta una maturazione reale, seppure ancora incompleta. Le imprese analizzate mostrano una percezione più consapevole del ruolo della sostenibilità come strumento di competitività, non più come mero adempimento ed è significativo che l’83% di esse abbia ormai istituito un comitato interno al consiglio di amministrazione dedicato alla sostenibilità o ai rischi a essa connessi. Un segnale che il tema è salito ai piani decisionali, non più confinato a una funzione di staff isolata. Le imprese che rendicontano gli investimenti, in conto capitale e in conto esercizio, destinati a iniziative ESG sono cresciute del 37%, a conferma che la sostenibilità comincia finalmente a dialogare con la pianificazione finanziaria.
Solo un’impresa su quattro dispone di un piano di transizione climatica coerente con gli ESRS e le opportunità di business legate alla sostenibilità rappresentano appena il 14% di quanto complessivamente rendicontato. In altre parole, le imprese hanno imparato a raccontare i rischi molto prima di aver imparato a raccontare (o cogliere) le opportunità. Per chi fa impresa la differenza è tra il vivere la rendicontazione come costo o trattarla come strumento di posizionamento competitivo.
Il terzo elemento riguarda soprattutto le piccole e medie imprese che con la semplificazione introdotta dal pacchetto Omnibus non hanno più l’obbligo della rendicontazione. L’aspettativa prevalente tra addetti ai lavori e consulenti era che la rendicontazione volontaria si sarebbe ridimensionata insieme all’obbligo normativo. I dati raccontano, invece, una direzione opposta con un’indagine condotta da Osapiens, società tedesca attiva nello sviluppo di software enterprise per la gestione della sostenibilità, quindi non un osservatore neutrale, ma un attore di mercato con un interesse diretto a sostenere la persistenza della domanda di reporting, un elemento da tenere presente nel leggere i risultati.
Osapiens su un campione di 403 decisori aziendali, pubblicata a marzo 2026, restituisce un quadro netto in cui il 90% delle imprese non più soggette all’obbligo intende mantenere o addirittura ampliare le proprie attività di rendicontazione. Una tendenza confermata, sul fronte specifico delle PMI italiane ed europee, anche dalla stessa KPMG, che ne attribuisce la spinta sia alle richieste che arrivano dalla filiera (sempre più spesso è il cliente corporate a chiedere questi dati ai propri fornitori, indipendentemente dagli obblighi di legge) sia alla crescente attenzione del sistema finanziario ai criteri ESG nella valutazione del merito di credito.
L’84,5% dei decisori intervistati da osapiens di loro prevede che la riduzione della pressione normativa porterà, nel tempo, a una contrazione delle risorse interne dedicate alla rendicontazione. Si vuole continuare a farlo ma con meno persone, meno budget, meno tempo dedicato. Si sceglie di mantenere un’attività perché se ne riconosce il valore strategico, salvo poi sottodimensionarne le risorse non appena viene meno l’obbligo che la imponeva.
È in questa distanza tra intenzione e risorse che si colloca il nodo più rilevante per le imprese italiane nel 2026. La volontà di continuare a rendicontare resta pressoché unanime, anche fuori dal perimetro CSRD, ma si accompagna a una progressiva contrazione degli organici e dei budget dedicati, proprio nel momento in cui i dati di lettura dimostrano che la platea interessata a questa informativa – stakeholder finanziari, filiera, clienti corporate, comunità di riferimento – non mostra alcun segno di ridimensionamento, anzi.
Per chi fa impresa, il rischio concreto non è più quello di scrivere un report che nessuno legge, ma di continuare a scriverlo con risorse decrescenti, magari delegandolo a un consulente esterno e a un template standardizzato, mentre chi lo consulta dall’altra parte (la banca, il cliente, il fornitore strategico) mantiene aspettative di sostanza informativa ormai paragonabili a quelle riservate ai dati di bilancio. Chi tratterà la rendicontazione come un investimento, anziché come un costo residuo da comprimere, partirà con un vantaggio che i concorrenti meno lungimiranti faticheranno a colmare.
