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Lo Stretto di Hormuz è uno dei principali choke point dell’energia mondiale. In questo passaggio tra Golfo Persico, Golfo di Oman e Mar Arabico transitano quote rilevanti di petrolio, prodotti petroliferi e GNL.
Secondo l’IEA, nel 2025 dallo Stretto sono passati circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi, pari a circa un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio.
Le tensioni geopolitiche nell’area hanno inciso su rotte, tempi di navigazione, assicurazioni, energia e approvvigionamenti. Per le imprese italiane, l’effetto si traduce in costi energetici più alti e minore capacità di investimento.
La nuova linea, Energia per la competitività internazionale, mobilita un plafond dedicato di 800 milioni di euro a valere sul Fondo 394/81, gestito da SIMEST in convenzione con la Farnesina. La misura nasce per sostenere le imprese italiane colpite dagli effetti della crisi nell’area del Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici.
L’intervento si colloca dentro lo strumento Transizione digitale o ecologica e rafforza una linea già esistente, ma con condizioni più favorevoli per le imprese penalizzate dalla crisi: fondo perduto più elevato, anticipo maggiore, durata estendibile e una quota molto più ampia destinabile al rafforzamento patrimoniale. SIMEST indica espressamente che dal 25 maggio 2026 saranno attivate le nuove condizioni per le imprese energivore e per quelle colpite dal conflitto nell’area del Golfo Persico.
Beneficiari
La misura riguarda le imprese italiane con vocazione internazionale di micro, piccola, media e grande dimensione. L’aspetto più rilevante, sul piano industriale, è l’apertura anche alle imprese di filiera, sono comprese nell’intervento sia le imprese esportatrici che quelle fornitrici dirette di aziende italiane che esportano.
È una impostazione coerente con la struttura del Made in Italy, dove molte PMI non vendono direttamente sui mercati esteri ma alimentano catene produttive che finiscono nell’export. La CEO di SIMEST, Regina Corradini D’Arienzo, ha spiegato che l’obiettivo è dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese esposte a instabilità geopolitica e aumento dei costi energetici, sostenendo non solo gli esportatori ma anche le filiere strategiche.
La Circolare conferma che, ai fini dell’ammissibilità, l’impresa deve rispettare uno dei requisiti di internazionalizzazione: fatturato export almeno pari al 10% dell’ultimo bilancio; oppure, per energivore e imprese con percorsi di efficientamento energetico, fatturato export almeno pari al 3%; oppure almeno il 10% del proprio fatturato verso imprese clienti esportatrici che abbiano a loro volta un fatturato export almeno pari al 3%.
I due requisiti legati alla crisi
Per rientrare nella nuova misura l’impresa deve presentare domanda entro il 31 dicembre 2026 e dimostrare almeno una delle due condizioni alternative previste dalla Circolare. La prima è un incremento dei costi medi unitari energetici pari almeno al 10%, confrontando il periodo dal 1° gennaio 2026 fino a uno o due mesi prima della domanda con lo stesso periodo dell’esercizio 2025. La seconda è una riduzione del fatturato, voce A1 del conto economico, pari almeno al 10%, come conseguenza del conflitto nell’area del Golfo Persico a partire dal 28 febbraio 2026.
La verifica non è rimessa a una semplice autodichiarazione, l’impresa infatti deve produrre un’asseverazione redatta secondo il format SIMEST da un soggetto iscritto al Registro dei Revisori Contabili tenuto dal MEF. Questo è un passaggio tecnico decisivo perché lega l’accesso all’agevolazione a un riscontro contabile e documentale dell’impatto subito.
L’Agevolazione
Il pacchetto combina due componenti: finanziamento agevolato e, nei limiti previsti, cofinanziamento a fondo perduto. L’importo minimo dell’intervento è pari a 10.000 euro, mentre il massimo è il minore tra il 35% dei ricavi medi degli ultimi due bilanci, voce A1 del conto economico, e i massimali dimensionali: 500.000 euro per le microimprese, 2,5 milioni per PMI, PMI innovative e start-up innovative, 5 milioni per le altre imprese.
Sul fondo perduto, la misura è più generosa rispetto alla disciplina ordinaria, è previsto infatti un cofinanziamento fino al 20% dell’intervento agevolativo, elevabile fino al 30% per le PMI. In entrambi i casi resta fermo il tetto massimo di 200.000 euro e il rispetto del de minimis.
Il tasso agevolato è scelto dall’impresa in domanda tra tre opzioni: 10%, 50% o 80% del tasso di riferimento UE vigente alla data della delibera di concessione. Il tasso resta fisso per tutta la durata del finanziamento e non può essere inferiore a zero.
Per la misura oggetto di questo approfondimento è inoltre prevista l’erogazione di una prima quota pari al 50% del finanziamento, anziché al 25% come di consueto, con una seconda quota a saldo pari al 50%. Resta la possibilità di rendicontare il residuo 50% in un’unica soluzione oppure in due soluzioni fino al 25% ciascuna durante il periodo di realizzazione dell’investimento.
Cosa finanzia
La misura è costruita come intervento di competitività. L’impresa deve realizzare un programma di investimento nell’ambito della transizione digitale, della transizione ecologica e del rafforzamento patrimoniale.
Per le beneficiarie, la quota destinabile al rafforzamento patrimoniale può salire fino al 90% dell’importo deliberato. Questo consente di destinare almeno il 10% alla componente digitale o ecologica e fino al 90% a investimenti patrimoniali, inclusi, entro il limite massimo di 1,5 milioni di euro, incrementi di capitale sociale delle controllate e finanziamenti soci alle controllate, anche estere.
Attenzione però a un limite sostanziale. Le risorse destinate a incrementi di capitale o finanziamenti soci non possono essere utilizzate per finanziare attività direttamente connesse all’esportazione, come la costituzione o gestione di reti distributive estere o altre spese correnti collegate all’attività export. È un punto tecnico importante, perché distingue il rafforzamento della struttura aziendale dal finanziamento diretto delle vendite all’estero.
Le spese ammissibili includono investimenti digitali, software, cybersecurity, cloud, big data, tecnologie 4.0, robotica, manifattura additiva, IoT, certificazioni digitali; sul versante green, investimenti per sostenibilità ambientale e sociale, efficientamento energetico e idrico, mitigazione degli impatti climatici, certificazioni ambientali e diagnosi energetiche; sono inoltre ammesse consulenze collegate alla domanda e alla gestione dell’intervento, con limiti specifici.
Il senso industriale della misura
La nuova linea SIMEST prova a intervenire su un punto scoperto della crisi, che è quello del trasferimento dello shock geopolitico sui conti economici delle imprese, tuttavia il punto tecnico da non perdere è che la misura non finanzia genericamente la perdita subita, ma un programma di investimento e rafforzamento. SIMEST resta quindi uno strumento di politica industriale per internazionalizzazione, patrimonializzazione, digitale ed energia.
