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Rinnovabili e biologico? È una questione di capitale non di valori

Miriam Masone

Miriam Masone

Redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
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Nell’ultimo Rapporto di Primavera di ASviS le aziende agricole orientate al mercato e quelle che utilizzano energie rinnovabili tendono maggiormente a sviluppare pratiche biologiche. Questa sembrerebbe una buona notizia perchè il mercato premia la sostenibilità, le imprese rispondono, il biologico cresce. I numeri elaborati dall’Istat nella sua Indagine Multiscopo dell’Agricoltura 2024, però, sono meno rassicuranti,ed evidenziano che, di fatto, non stiamo osservando una conversione culturale verso l’ambiente, ma un effetto di governance.

Tra le aziende agricole italiane la propensione a utilizzare impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili cresce dal 3,3% delle piccole imprese al 15,8% delle grandi. Quasi esattamente la stessa progressione si osserva per il biologico che passa dal 5,4% delle aziende piccole al 26% di quelle di dimensione maggiore. Le due variabili non si limitano a crescere insieme, crescono nello stesso modo lungo lo stesso asse dimensionale, come se rispondessero alla stessa causa.

Quest’ultima, però, se si guarda a cosa dichiarano le aziende stesse, ha poco a che fare con la sostenibilità come valore. Le imprese, infatti, motivano la scelta del biologico come la ricerca di una maggiore qualità dei prodotti, ma di pari passo c’è l’aspettativa di profitti più alti (54,8%) e quella di una domanda finale più alta (53,6%). Il biologico, insomma, non si presenta come un atto di rinuncia in nome dell’ambiente, ma come una scommessa di posizionamento, perché il mercato lo richiede e lo remunera, non perché lo si ritenga un dovere a prescindere dal ritorno economico.

Il divario territoriale, se letto con questa lente, smette di essere un indicatore di sensibilità ambientale diseguale e diventa un indicatore di capacità organizzativa. Il 12,9% delle aziende del Nord-est utilizza impianti a fonti rinnovabili contro l’1,7% del Sud, percentuali che coincidono quasi perfettamente con la distribuzione territoriale delle risorse economiche, dell’accesso al credito e delle competenze tecniche specializzate, e non con una presunta differenza di cultura ambientale tra Nord e Sud.

Non tutta l’agricoltura, però, risponde allo stesso modo a questa logica di mercato. Il legame tra rinnovabili e biologico si manifesta in modo diseguale a seconda della coltura e della filiera. Il vitivinicolo e l’ortofrutta sono tradizionalmente più avanti nella conversione al biologico, spinti da una domanda export consolidata e da margini di prezzo che giustificano l’investimento. La zootecnia, al contrario, segue una logica diversa con le rinnovabili che si legano spesso al biogas prodotto dai reflui zootecnici e un impianto che nasce più per necessità di smaltimento e di efficientamento dei costi energetici che come scelta verso il biologico in senso stretto. Trattare l’agricoltura come un blocco unico rischia quindi di appiattire differenze che pesano quanto, se non più, della dimensione aziendale.

Inoltre, investire in rinnovabili in agricoltura significa quasi sempre fare i conti con l’uso del suolo. L’agrivoltaico – l’installazione di pannelli fotovoltaici su terreni coltivati o a fianco delle colture – è oggetto di un dibattito acceso perchè mette in discussione la produzione di energia pulita e il mantenimento della terra coltivabile. Ci troviamo con un’azienda che aggiunge le rinnovabili come attività complementare e un’azienda che deve scegliere quanta superficie sottrarre alla produzione agricola per ottenerle. Le aziende più strutturate, non a caso, sono anche quelle che hanno la superficie e le competenze tecniche per gestire questa tensione senza comprometterne la resa.

La sostenibilità come scelta di governance

Il dato rivelatore dell’intera indagine Istat non riguarda la sostenibilità in sé, ma il modo in cui le aziende arrivano a decidere di investirci. L’86,6% delle scelte di innovazione nasce da una valutazione interna all’azienda, non da un obbligo normativo o da una spinta esterna. È una percentuale che sale al 91% tra le aziende del Nord-est, le stesse che guidano la classifica sia nelle rinnovabili che, in parte, nel biologico.

Il 76,5% delle aziende che innovano si autofinanzia con risorse proprie, piuttosto che dipendere dalla Politica Agricola Comune o da altri sostegni pubblici. La programmazione PAC 2023-2027 prevede eco-schemi e misure agroambientali pensati per incentivare biologico e rinnovabili, dagli aiuti diretti per ettaro condotto a biologico ai sostegni per impianti a fonti rinnovabili di piccola taglia. Ciò nonostante quasi otto aziende innovative su dieci scelgano di muoversi con capitale proprio, anziché intercettare questi strumenti, indice che l’accesso stesso a quei fondi richiede una capacità amministrativa e progettuale – gestire bandi, rendicontazioni, vincoli pluriennali – che resta un ulteriore filtro selettivo che le aziende più piccole spesso non hanno le risorse umane per superare anche quando lo strumento di sostegno, di fatto, esisterebbe.

Dunque la sostenibilità ambientale nell’agricoltura italiana, né è una compliance subita né un sussidio intercettato, è un investimento di capitale proprio, deciso da chi governa l’azienda sulla base di un calcolo di convenienza futura.

Per questo motivo la correlazione tra dimensione aziendale e adozione di pratiche sostenibili smette di sembrare un paradosso. Ci si aspetterebbe infatti che le piccole aziende, più vicine al territorio, fossero anche le più orientate al biologico, ma il loro agire, invece, risulta coerente proprio con questa logica. Le grandi aziende non sono più sostenibili perché più virtuose, semplicemente dispongono delle strutture di governance necessarie a leggere il mercato, pianificare un investimento pluriennale e sostenerlo con risorse proprie senza attendere un incentivo esterno. Rinnovabili e biologico, da questo punto di vista, sono due manifestazioni della medesima attitudine che si traduce nella capacità manageriale di trasformare il mercato in una decisione operativa.

Questa competenza gestionale è anche il riflesso di una struttura fondiaria che in Italia resta fortemente frammentata con un’età media dei conduttori tra le più alte d’Europa e una netta prevalenza di aziende a conduzione familiare. La piccola dimensione, in molti casi, non è il risultato di una scelta strategica mancata, ma il punto di partenza strutturale di chi eredita o conduce un’azienda di poche decine di ettari senza ricambio generazionale né capitale da reinvestire. Il divario di governance descritto finora non è solo un gap di competenze manageriali è anche, e forse soprattutto, un divario di struttura proprietaria e di accesso intergenerazionale alla terra.

Il Sud cambia la storia

Spesso si genera la convinzione che un mercato in cui ci sono più rinnovabili sia a sua volta biologico. Il Mezzogiorno è l’area dove le rinnovabili sono meno diffuse in assoluto, eppure non è l’area dove il biologico arretra di conseguenza. La superficie agricola condotta a biologico è anzi proporzionalmente più estesa al Centro e al Sud che al Nord, con un picco del 27,7% della superficie agricola utilizzata nel Centro e del 26,6% nel Sud, contro quote molto più basse nelle regioni settentrionali.

Questo significa che il legame causale suggerito dal dato nazionale aggregato non vale ovunque allo stesso modo. Al Centro-Nord, e in particolare nelle aziende di grandi dimensioni, il biologico sembra effettivamente l’esito di un percorso integrato che comprende anche le rinnovabili. La stessa governance che investe nell’energia investe anche nella conversione produttiva. Al Sud, invece, il biologico cresce per ragioni che hanno poco a che fare con l’infrastruttura energetica dell’azienda, intercetta una domanda di mercato specifica, spesso legata all’export e alla qualità percepita di alcune produzioni mediterranee, indipendentemente dalla capacità dell’azienda di dotarsi di impianti fotovoltaici o a biogas.

È chiaro quindi che in alcune aree, dove esistono già le condizioni organizzative per farlo, le imprese integrano rinnovabili e biologico nello stesso percorso. Altrove il biologico prende strade diverse, più legate alla domanda di prodotto che alla transizione energetica aziendale.

Al netto della semplificazione

Il rischio di ogni lettura ESG applicata a un dato statistico aggregato è quello di scambiare una correlazione di scala per un cambiamento di valori. I numeri Istat non dicono che le aziende agricole italiane hanno maturato una nuova coscienza ambientale diffusa, ma che dove esistono già strutture di governance solide – capacità di decisione autonoma, accesso a capitale proprio, competenze tecniche – la sostenibilità ambientale smette di essere un costo etico e diventa un terreno di investimento coerente con il posizionamento di mercato.

Questa distinzione sposta l’attenzione dal racconto motivazionale secondo il quale le imprese comprendono l’importanza dell’ambiente a quello concreto e strutturale ove le imprese che hanno già capacità organizzativa trovano nella sostenibilità un vantaggio. Se l’obiettivo è davvero estendere queste pratiche anche al di fuori del perimetro delle grandi aziende del Centro-Nord, la domanda da porsi non è come convincere più imprenditori dell’urgenza ambientale, ma come costruire altrove le stesse condizioni di governance (accesso al credito, competenze tecniche, capacità di pianificazione) che oggi rendono possibile, per chi le possiede, trasformare il mercato in strumento di sostenibilità.

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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