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Ci sono luoghi che, prima di essere immobili, sono state promesse. Un faro che ha guidato pescatori per un secolo, un monastero che ha custodito silenzi e sapere. Quando questi luoghi si spengono, non perdiamo solo metri quadri, perdiamo un pezzo di narrazione collettiva.
Da questa perdita silenziosa bisogna partire per leggere davvero il senso dei venti beni che l’Agenzia del Demanio ha appena messo a bando in dieci regioni italiane, dalla Calabria al Friuli-Venezia Giulia, dalla Sicilia alle Marche.
Non è un’operazione immobiliare come le altre. È un esperimento, su scala nazionale, sulla possibilità che cultura, turismo e sociale smettano di essere tre voci separate di bilancio e diventino un unico progetto di comunità.
Tre strade, un solo obiettivo
Dodici immobili andranno in concessione o locazione di valorizzazione, con offerte da presentare entro l’11 dicembre 2026.
Sei beni saranno invece destinati al temporary use, con affidamenti da sei mesi a sei anni e scadenza il 20 ottobre 2026: uno strumento agile, pensato per restituire immediatamente alla cittadinanza spazi che altrimenti resterebbero murati, in attesa di un destino più definitivo.
E, infine, ci sono i due immobili in concessione agevolata, riservati agli Enti del Terzo Settore iscritti al RUNTS, con una durata che può arrivare fino a cinquant’anni. Il Demanio per questi immobili non cerca il miglior offerente, cerca il miglior progetto sociale.
Tra le venti storie in gara ce ne sono due che rientrano nel progetto «Turismo Accessibile 4all» e puntano a diventare strutture di senior living per soggiorni di breve e medio periodo, pensate attorno al benessere delle persone anziane e all’accoglienza inclusiva.
Dare un servizio, non solo un tetto
Il punto non è restaurare una facciata. È chiedersi che cosa succede dopo la ristrutturazione. Un ex monastero come quello di San Francesco d’Assisi a Stilo può tornare a essere luogo di ospitalità diffusa, foresteria per cammini religiosi e culturali, sede di residenze artistiche che portano nei borghi calabresi pubblici che altrimenti non arriverebbero mai. Una caserma d’alta quota in Valtellina, come quella della Forcola del Braulio, può diventare rifugio attrezzato e punto informativo per l’escursionismo, presidio che tiene viva la montagna nei mesi in cui il turismo di massa non arriva. I fari di Ustica e di Vulcano possono trasformarsi in piccoli osservatori naturalistici, foresterie minime per un turismo lento che paga bene proprio perché è raro. Un ex carcere, come quello di Favignana, porta con sé una memoria scomoda che può diventare percorso museale e didattico sulla storia penale dell’isola.
E poi ci sono i palazzi nei centri storici del reggino, gli ex uffici pubblici dismessi che possono dar vita a cohousing per giovani coppie, spazi di coworking, presidi sanitari di prossimità, biblioteche di comunità. Rigenerare, a volte, significa anche restituire un ambulatorio a un paese che lo ha perso.
Custodire
Riqualificare gli immobili pubblici preservandone le caratteristiche storiche e architettoniche ridando vitalità, anima a ruderi che rappresentano, sovente, il vissuto di una popolazione è, oltre che encomiabile, un’azione intelligente. Essa coniuga il recupero estetico e funzionale di beni abbandonati, «reietti», ad un ritorno socio economico facendone un tassello importante dell’auspicata “Rigenerazione Urbana”.
Cultura, Turismo e Sociale possono e debbono camminare insieme. Rappresentano un connubio imprescindibile per il riappropriarsi delle nostre peculiarità genetiche derivanti dalla straordinaria eredità del Rinascimento.
La nostra società è da troppo tempo indolente e dimentica del suo retaggio. Ben vengano, quindi, questi bandi che insieme al valore sociale, incrementano occupazione non disdegnando, altresì, un’etica e giusta proficuità. Essi rappresentano anche un’ottima diversificazione degli investimenti che se ben amministrati possono dare l’abbrivio ad altre simili iniziative del legislatore da cui ne trarrebbe beneficio l’Erario con nuove minori spese e maggiori entrate (in caso di future vendite). Questi Bandi coinvolgono non solo i partecipanti ma, consci della loro ricaduta culturale e sociale, appassionano tutti gli artefici del progetto percependone una intelligibile soddisfazione.
La lingua del luogo
Chi parteciperà a questi bandi avrà gli strumenti per pensare in termini di servizio pubblico o si limiterà a inseguire il ritorno immobiliare? La differenza tra i due approcci è nella capacità di leggere il territorio prima di disegnare il progetto.
Un faro non ha bisogno di un hotel qualunque, ha bisogno di un hotel che parli la lingua di quel mare. Un monastero non ha bisogno di un evento, ha bisogno di una comunità che torni a frequentarlo.
I venti beni di oggi potranno davvero diventare il primo capitolo di una stagione più lunga, in cui rigenerare il patrimonio pubblico smette di essere un’eccezione e diventa una prassi.
