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Puntare sui borghi, il più grande patrimonio d’Italia

Per la rigenerazione culturale dei piccoli centri e il loro rilancio turistico il Pnrr destina un miliardo di euro. Basterà per recuperarli? La parola a Fiorello Primi, presidente dell’associazione I Borghi più belli d’Italia, che quest’anno compie vent’anni.

di Andrea Ballocchi

Supera il miliardo di euro lo stanziamento fissato nel Pnrr per i borghi. Di recente sono stati presentati i progetti per il rilancio di 250 di essi. In una prima linea di azione (da 420 milioni di euro) verranno destinati fondi a 21 borghi individuati da Regioni e Province autonome; nella seconda (580 milioni di euro) ad almeno 229 borghi selezionati tramite avviso pubblico rivolto ai Comuni.
C’è però chi sui borghi si è speso in prima persona in anni non sospetti, contribuendo a far sorgere l’associazione I Borghi più belli d’Italia. Quest’anno compie vent’anni e annovera 334 borghi. Soprattutto, può fornire numeri indicativi dello stato di salute nonché del potenziale economico dei centri che ne fanno parte. L’Istat realizza ogni anno un report statistico dedicato. L’ultimo anno utile è il 2019 (causa pandemia e lockdown): «abbiamo riscontrato una crescita media dell’affluenza turistica intorno al 6%. Parliamo di circa 15 milioni di pernottamenti annui registrati. Nei borghi si contano circa 230mila posti letto e 9mila strutture ricettive, 180 musei e più di 3,5 milioni spettatori paganti. Non solo aumentano le presenze, ma anche le strutture ricettive, con una media superiore a quella nazionale». A dirlo è Fiorello Primi, lo storico presidente a cui chiediamo di comprendere di più sulla reale valenza del Pnrr e il potenziale di sviluppo dei borghi italiani.

I Borghi più belli d’Italia compie vent’anni. Quali sono i punti di forza che hanno permesso all’associazione di mettere in luce il reale valore dei borghi?
«Il primo punto è la grande coesione che c’è tra sindaci, consiglio direttivo, coordinatori che sono legati da un filo conduttore: la passione, per il proprio borgo, innanzitutto, ma anche per la qualità. Anche la sana competizione che c’è tra noi stimola il confronto e il continuo miglioramento. Un altro punto di forza è la rete che si è generata, che ha portato i borghi presenti a farsi conoscere in Italia e all’estero grazie alle iniziative e alla conseguente visibilità. Infine, ma non certo per ultimo, I Borghi più belli d’Italia ha il merito di aver portato all’attenzione della politica nazionale e nelle sedi istituzionali il borgo in quanto elemento importante per lo sviluppo del nostro Paese. Vent’anni fa la nascita dell’associazione è stata motivata, mi passi il termine, da uno spirito di rivalsa nei riguardi delle grandi città d’arte. Eravamo “invisibili”, anche nel settore del turismo. Da quel momento a oggi abbiamo costituito quella che potremmo definire la più grande città d’arte d’Italia».

Come si entra a far parte de I Borghi più belli d’Italia?
«Innanzitutto occorre disporre di determinati requisiti di qualità. A quanti fanno richiesta di accedervi, un comitato di valutazione fa visita, recando con sé una scheda comprendente 72 parametri di controllo. È una procedura complessa e rigorosa: basti pensare che finora ne abbiamo visitati più di 800 in questi vent’anni. I vantaggi per chi riesce a farne parte sono diversi e pressoché immediati dal punto di vista turistico, in termini di afflusso di presenze che dalle vicinanze via via si allarga sempre più. Dall’ospitalità turistica si cominciano poi a sviluppare ulteriori attività, avviandosi una microeconomia che permette di ridurre lo spopolamento, uno dei problemi più gravi che colpisce i piccoli centri».

I borghi italiani oggi si trovano sotto i riflettori grazie al Pnrr. Che stimolo fornirà il Piano nazionale alla rinascita dei borghi?
«Il ragionamento che ha portato alla realizzazione del Piano nazionale Borghi, esplicitato nel Pnrr, parte da considerazioni avviate nel 2017, proclamato “Anno dei Borghi”. È stato il punto di partenza e l’occasione cui nacque il comitato di coordinamento, ancora attivo. Mediante un confronto serrato con il ministero della Cultura sono state delineate le linee e i temi da inserire nel Pnrr e nel Piano specifico. Su questo sono stati stanziati 1 miliardo e 20 milioni, questi ultimi destinati a favorire il turismo di ritorno di persone anche dall’estero ma originari dei borghi (si calcola un potenziale di 70 milioni di persone, ndr.). Sulla linea d’azione da 420 milioni di euro per sostenere progetti di rigenerazione destinati a un borgo per Regione, preferisco non commentare. Pongo invece l’attenzione sui 580 milioni di euro destinati ad almeno 229 borghi selezionati tramite avviso pubblico rivolto ai Comuni sotto i 5mila abitanti. Ognuno dei candidati poteva presentare un progetto finalizzato a valorizzare l’occupazione giovanile e pensato su valori quali accessibilità, digitalizzazione, valorizzazione del patrimonio storico e culturale. Sono stati presentati quasi 1.800 progetti per un totale di quasi 3,5 miliardi di euro. Ora si procederà alla selezione».

Cosa serve affinché il Piano possa davvero rappresentare uno strumento per un concreto rilancio dei borghi?
«Partirei da questi 1.800 progetti, espressione di altrettanti Comuni che si sono impegnati allo spasimo con le poche risorse disponibili, per proporre progetti innovativi. Ne verranno finanziati 229. La domanda è: e gli altri 1.500 circa? Su questo stiamo facendo dei ragionamenti per far sì che Stato e Regioni trovino le condizioni per finanziare i progetti ritenuti validi dalla selezione del bando. Ciò significa investire una somma corrispondente al milione, milione e mezzo di euro ciascuno, ossia circa 13 miliardi di euro. È una cifra considerevole, certo, ma capace di creare opportunità, oltre a risolvere molti problemi».

E quali ricadute positive avrebbe?
«Intanto si creerebbero le condizioni per dare lavoro a migliaia di giovani prima per redigere i progetti esecutivi e poi per realizzare un’opera che valorizzi il più grande patrimonio che abbiamo in Italia, i borghi, appunto. Questo permetterebbe, inoltre, ai residenti di contare sulle condizioni basilari per continuare a viverci. 1.500 borghi equivalgono a un terzo dei Comuni sotto i 5mila abitanti. Sarebbe quindi un’operazione importante dal punto di vista economico, culturale e sociale con cifre non così imponenti. Nel frattempo, come Comitato nazionale, stiamo lavorando per far sì che vengano realizzati gli interventi utili a rendere accessibile ogni borgo, dalla connessione internet veloce alla presenza di servizi essenziali, come il medico di base, le scuole ecc. Sono tutti elementi utili a creare un piano strategico nazionale da qui ai prossimi vent’anni e risolvere molti problemi di cui soffre il nostro Paese, oltre a riconnetterlo e creare le condizioni per cui i giovani possano restare nei borghi iniziando così a pensarli come luoghi attrattivi per l’occupazione giovanile».



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