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Bradisismo, Art Thinking e 24 opere site-specific. Paolo Lubrano racconta la candidatura di Pozzuoli a Capitale italiana d’Arte Contemporanea 2028.
Il dossier era stato consegnato al Ministero della Cultura il 12 giugno. Il 31 luglio la caldera flegrea è tornata a farsi sentire con un nuovo picco di intensità, tra case sgomberate e famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni, proprio mentre Pozzuoli si giocava la candidatura a Capitale italiana d’Arte Contemporanea 2028 con un progetto intitolato, non a caso, «La Città delle Fragilità creative». Oggi la città è tra le quattro finaliste insieme a Capri, Padova e Civita di Bagnoregio-Bolsena, e l’8 ottobre la commissione del Ministero sceglierà la vincitrice.
Abbiamo chiesto a Paolo Lubrano, direttore del progetto, come si candida a Capitale d’Arte un territorio che convive con l’instabilità da duemila anni, perché il progetto rifiuti l’idea d’arte come consolazione e in che modo l’Art Thinking abbia portato i cittadini dentro il dossier, non come soggetto raccontato ma come interlocutori.

Paolo Lubrano – direttore del progetto «La Città delle Fragilità creative» – Pozzuoli
Diventare Capitale italiana d’Arte Contemporanea è un traguardo che richiede non solo un buon progetto, ma la capacità di dimostrare che il territorio è pronto a sostenerlo. Cosa Le fa pensare che Pozzuoli, proprio in questo momento della sua storia, abbia la maturità e le energie per vincere questa scommessa?
«Non credo alla parola maturità per come la si intende abitualmente perché implica un punto di arrivo, un livello minimo da raggiungere. Pozzuoli non è arrivata da nessuna parte perché, come ogni realtà stratificata e complessa, è perennemente in trasformazione, è sempre in viaggio. Nel 2025 il consorzio Italics ha portato qui Panorama. 45 gallerie italiane, oltre centodieci opere in cinque giorni, quattordicimila visitatori. Non era mai accaduto prima, è stata la prima volta in cui qualcuno ha guardato Pozzuoli accorgendosi che il territorio poteva reggere la scala d’arte contemporanea internazionale. La risposta della città è stata straordinaria, vissuta come deve esserlo un grande happening: una festa collettiva fatta di curiosità, un pizzico di diffidenza iniziale, stupore e riscoperta.
La città ha risposto ad una domanda latente ma evidentemente urgente. Pozzuoli aveva fame di vitalità, energie e multiculturalismo. Panorama è stato l’antipasto in tal senso. Adesso abbiamo due anni di tempo non solo per allestire il pranzo principale ma per rinvigorire l’appetito della comunità che oggi più che mai, ferita e piegata dai postumi del sisma del 31 luglio, necessita di nuovo di stupore, divertimento, curiosità e nostalgia».
Il progetto «La Città delle Fragilità creative» nasce in un territorio che convive da tempo con sciami sismici e bradisismo, ma il 31 luglio segna un picco di intensità che vi ha colti nel pieno della definizione del dossier. Cosa è cambiato concretamente nei contenuti dopo quella data? E cosa ha rappresentato il mese di silenzio che vi siete imposti, una pausa di rispetto istituzionale, o un momento che ha effettivamente rimesso in discussione impostazione e priorità del progetto?
«Il dossier è stato consegnato al MiC il 12 giugno. Il 31 luglio la caldera è tornata a farsi sentire in modo aggressivo. Case sgomberate, incertezza, una sensazione condivisa da tutti – e tipica di quei momenti in cui ci troviamo di fronte a una calamità naturale – che potrei definire un umanissimo sentimento di inadeguatezza. Tutte sensazioni che era giusto ascoltare e lasciar decantare. Ognuno del team l’ha fatto a modo proprio. Ecco perché un mese di silenzio; un silenzio che non era né una strategia comunicativa né una trovata di marketing.
L’arte non è da sola una cura o una soluzione. Ma diventa cura e soluzione di molte cose se partecipa alla rigenerazione civile e spirituale; se viene messa in campo assieme alle azioni della protezione civile, della politica, dei comparti tecnici. Siamo esseri umani e in quanto tali abbiamo bisogno di tutto: di nutrirci, di riscaldarci, di amare ma anche di immaginare».

Rione Terra, Pozzuoli (NA)
Lei ha parlato esplicitamente di un rifiuto della retorica consolatoria, dell’idea dell’arte come cura «palliativa del trauma collettivo». È una posizione netta, ma astratta finché non si traduce in qualcosa di concreto. Dunque, come immagina il rapporto tra arte e trauma collettivo in questo progetto?
«La risposta più onesta è che non abbiamo idea di come si risolva in modo definitivo il rapporto tra arte e trauma collettivo, e chi dice il contrario sta vendendo qualcosa. Il concept del nostro progetto va proprio nella direzione opposta, non vendiamo nulla, ma facciamo quello che ogni artista ha fatto dall’inizio dei tempi. Mettere le mani nel conflitto, nei chiaroscuri, nel dolore come nella luce e seminarli di nuovo nelle nostre menti e nelle nostre anime.
Sul piano pratico, il programma prevede ventiquattro artisti internazionali con opere permanenti site-specific. Nessuna di esse è pensata come didascalia del bradisismo, illustrazione della fragilità o metafora terapeutica. Non troverete un’opera che dica “attenti, qui la terra trema” oppure “l’arte guarirà le vostre ferite”. Il nostro palinsesto non sostiene che la creazione curi la ferita. Afferma che una comunità abituata a convivere con l’instabilità da due millenni è depositaria di un sapere peculiare, e che l’arte contemporanea è il dispositivo con cui questa consapevolezza può essere messa davanti al mondo».
Chi vive nell’area flegrea convive da mesi con sciami sismici, case inagibili, famiglie sfollate. In che modo i cittadini colpiti sono stati coinvolti nella costruzione del dossier, non come soggetto raccontato ma come interlocutori attivi? Teme che una candidatura culturale, per quanto ambiziosa, possa apparire distante dalle urgenze materiali che il territorio sta ancora affrontando?
«La domanda è legittima ed esige chiarezza. Il rischio di apparire distanti esiste ogni volta che la cultura si riduce a parata o a decorazione urbana calata dall’alto. Due modelli che abbiamo scartato sin dal primo giorno. Per evitarlo abbiamo adottato la metodologia dell’Art Thinking, che trasforma il processo creativo in un percorso di confronto reale e continuativo con gli abitanti dei vari quartieri.
Gli interventi degli artisti non nascono da bozzetti approvati a tavolino da un curatore chiuso in una stanza. I luoghi, le funzioni e i significati delle opere hanno a che fare, si intridono e vivono dentro i luoghi e nel rapporto partecipativo con la comunità che abita quei luoghi. Allo stesso modo l’Art Thinking ci è necessario per educare i cittadini e farli evolvere. Non devono essere spettatori di un evento (parola che aborriamo), ma parte attiva di un’esperienza fisica e simbolica».
La nostra idea di arte non è scenografia da osservare ma forza tellurica da sperimentare.
Con Capri, Padova e Civita di Bagnoregio-Bolsena in corsa, cosa distingue realmente la proposta di Pozzuoli dalle altre candidature? E c’è, a suo avviso, il rischio che raccontare il bradisismo come parte del racconto della città venga percepito come uno sfruttamento mediatico della crisi anziché come un atto di verità?
«Capri, Padova e Civita di Bagnoregio con Bolsena sono sicuramente tre candidature serie. Ma io non le confronto in termini competitivi, non è il mio mestiere. Io posso dire cosa distingue Pozzuoli in termini strutturali. Nessuna delle altre tre parte da un dato geologico attivo, quotidiano, sotto sorveglianza scientifica permanente. Capri lavora sulle sirene, sulla mitologia, sul turismo culturale. Padova sulla dissidenza intellettuale e sulla sua tradizione universitaria. Bagnoregio e Bolsena sulla scomparsa e sull’erosione, un tema affine al nostro ma su scala paesaggistica, non sulla scala di una comunità viva. Pozzuoli è un unicum. Duemila anni di storia, cultura e multicentralità fuse e confuse con una caldera perennemente attiva. Il gas che erompe violento dalla terra e sale in cielo cos’è? È negativo (perché spaventa) o positivo (perché sfoga)? L’energia che fa muovere la terra sotto i piedi è la stessa che si innerva nelle nostre cellule e ci ricorda che siamo vivi. Dunque, cos’è? È una minaccia o una risorsa vitale? La risposta è che non lo sappiamo: è un mistero, e il mistero è lo spazio proprio della ricerca artistica.
La linea di demarcazione tra speculazione mediatica e testimonianza autentica è sottile, e sta nell’intenzione e nel linguaggio. Tintoretto che nel 1549 dipinse “San Rocco risana gli appestati” che cosa fece? Sfruttò mediaticamente i morti della sua città o contribuì a consegnare Venezia alla storia e alla memoria collettiva con gli strumenti della pittura?
Se ci saremo sbagliati, la commissione ce lo dirà l’8 ottobre e noi faremo tesoro di quel giudizio. Ma se non ci saremo sbagliati, spero che continueremo a farci questa domanda per tutti i prossimi due anni. E anche oltre. Perché è questo che fa l’arte. Ci pone domande, non ci consola con risposte illusorie».
