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La nuova proposta della Commissione trasforma Erasmus+ in uno strumento strategico per competenze, mobilità, inclusione e coesione. Ma l’aumento di bilancio non chiude il problema: servono indicatori migliori, governance chiara e risorse davvero accessibili.
Nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea Erasmus+ diventerà uno degli strumenti con cui Bruxelles proverà a governare una questione molto più ampia: la formazione del capitale umano europeo. Nel pacchetto legislativo per il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 la Commissione ha proposto un nuovo regolamento con una dotazione indicativa di 40,8 miliardi di euro a prezzi correnti, pari a 36,2 miliardi a prezzi 2025. Il programma assorbirebbe anche le opportunità oggi offerte dal Corpo europeo di solidarietà, compreso il Corpo volontario europeo di aiuto umanitario.
Un contesto più ampio
La Commissione ha proposto per il periodo 2028-2034 un bilancio europeo di quasi 2.000 miliardi di euro, pari in media all’1,26% del reddito nazionale lordo dell’Unione. In questa architettura Erasmus+ viene presentato come la spina dorsale della futura “Union of Skills”, cioè di una politica europea delle competenze pensata per sostenere occupabilità, competitività, mobilità del lavoro e coesione sociale.
La nuova struttura del programma ruoterebbe attorno a due pilastri: da un lato le “opportunità di apprendimento per tutti”, con mobilità, volontariato, sviluppo dei talenti e percorsi di eccellenza; dall’altro il “capacity building”, cioè il sostegno alla cooperazione tra organizzazioni, istituzioni educative, soggetti giovanili e sportivi. La mobilità resta quindi al centro ma l’ambizione è più larga: non solo università, ma istruzione scolastica, formazione professionale, educazione degli adulti, giovani, sport, volontariato, cooperazione transnazionale.
L’aumento di bilancio
Secondo la Corte dei conti europea il passaggio al nuovo programma comporterebbe un incremento del 49% a prezzi correnti e del 30% a prezzi 2025 rispetto al periodo 2021-2027, considerando insieme Erasmus+ e Corpo europeo di solidarietà. Questo significa che la crescita reale è più contenuta di quanto il dato nominale lasci intendere, soprattutto perché il nuovo Erasmus+ incorpora funzioni e ambiti oggi separati.
Il punto è precisamente questo: l’Europa sta aumentando la spesa per competenze e mobilità, ma lo fa in un bilancio dove concorrono difesa, sicurezza, competitività industriale, ricerca, tecnologie strategiche, migrazione, coesione e agricoltura. Erasmus+ resta un programma ad alto valore simbolico e sociale, ma nel nuovo QFP dovrà dimostrare di essere anche un investimento misurabile in produttività, occupabilità, inclusione e capacità innovativa dei territori.
La procedura legislativa
La proposta della Commissione è stata pubblicata il 16 luglio 2025 con procedura ordinaria 2025/0222(COD). Al Parlamento europeo il fascicolo è seguito dalla commissione Cultura e istruzione, con Bogdan Andrzej Zdrojewski come relatore. Sono coinvolte anche le commissioni Bilanci, Occupazione e affari sociali, Sviluppo e Controllo dei bilanci.
L’11 maggio 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha approvato la propria posizione negoziale, definita però “parziale” perché esclude ancora gli aspetti finanziari e orizzontali che dipendono dal negoziato complessivo sul QFP 2028-2034. Il Consiglio ha chiesto più controllo da parte degli Stati membri, maggiore visibilità per tutti i settori coperti dal programma, una tutela dell’eredità del Corpo europeo di solidarietà e condizioni più chiare per l’eventuale associazione parziale di Paesi non UE.
Questo passaggio è importante perché segnala una tensione classica dell’integrazione europea: da un lato la Commissione vuole semplificare, fondere strumenti, costruire un unico punto di accesso, dall’altro gli Stati membri chiedono controllo, prevedibilità, visibilità settoriale e garanzie sulla governance. È una tensione tutt’altro che tecnica. Decidere come si governa Erasmus+ significa decidere chi orienta una parte rilevante della politica europea delle competenze: Bruxelles, gli Stati, le agenzie nazionali, le università, gli enti di formazione, le regioni, il terzo settore.
Le osservazioni critiche
La Corte dei conti europea ha segnalato che l’aumento di bilancio non è accompagnato da una sufficiente analisi quantitativa che ne giustifichi la dimensione. Ha inoltre rilevato che la proposta non chiarisce abbastanza come le risorse saranno distribuite tra le diverse priorità del programma, né stabilisce limiti sufficientemente precisi per eventuali riallocazioni.
Ancora più delicato è il tema della misurazione dei risultati. Secondo la Corte gli indicatori proposti rischiano di misurare soprattutto la partecipazione e la percezione dei beneficiari, senza dimostrare in modo solido l’effettivo miglioramento degli apprendimenti, delle competenze, degli esiti educativi o dei sistemi formativi. In altre parole: sapere quante persone partecipano a Erasmus+ non basta più. Per un programma da oltre 40 miliardi serve capire quali competenze produce, quali disuguaglianze riduce, quali territori rafforza e quale ritorno genera per il mercato del lavoro europeo.
Anche il Comitato economico e sociale europeo ha chiesto una struttura più chiara del programma con riconoscimento distinto di giovani, istruzione e formazione, sport, e con quote minime dedicate: almeno il 15% del bilancio per le politiche giovanili e almeno il 26,2% per l’istruzione e formazione professionale. Il Comitato ha inoltre avvertito che la fusione del Corpo europeo di solidarietà dentro Erasmus+ non deve cancellarne l’identità né ridurne l’accessibilità per i giovani con minori opportunità.
Il Comitato europeo delle Regioni ha posto un’altra questione decisiva: Erasmus+ non può restare un programma percepito come prevalentemente universitario e metropolitano. L’opinione adottata il 6 maggio 2026 chiede un maggiore coinvolgimento di città, regioni e aree rurali, una dotazione finanziaria più alta, più accesso per gli studenti, maggiore inclusione e un ruolo più forte della formazione professionale, anche in rapporto alla competitività e alla Union of Skills.
Il punto strategico per l’Italia
Erasmus+ 2028-2034 potrà riguardare università, scuole, ITS, enti di formazione, Comuni, associazioni giovanili, organizzazioni sportive, soggetti culturali e reti territoriali. La partita sarà usare la mobilità come infrastruttura di sviluppo: rafforzare competenze linguistiche e digitali, costruire reti tra territori, attrarre talenti, internazionalizzare la formazione professionale, collegare istruzione e imprese.
La questione economica e le richieste
L’Europa mette più soldi su Erasmus+ ma chiede al programma di fare molte più cose: mobilità, inclusione, volontariato, sport, competenze strategiche, cittadinanza democratica, cooperazione istituzionale, rafforzamento delle aree periferiche. Più obiettivi significano più impatto potenziale ma anche maggiore rischio di dispersione.
Il nuovo Erasmus+ sarà credibile se riuscirà a tenere insieme tre dimensioni. La prima è finanziaria: risorse adeguate e distribuite in modo trasparente tra settori e beneficiari. La seconda è amministrativa: regole semplici, accessibili anche a piccole organizzazioni e territori meno strutturati. La terza è valutativa: indicatori capaci di misurare non solo la quantità della mobilità, ma la qualità degli effetti prodotti.
Il programma Erasmus è nato come una delle più riconoscibili politiche europee di cittadinanza. Nel ciclo 2028-2034 potrebbe diventare qualcosa di più: una leva di politica industriale indiretta, perché investe nelle persone prima ancora che nelle tecnologie. Ma perché ciò accada il nuovo bilancio dovrà evitare un rischio evidente: finanziare molte esperienze individuali senza costruire abbastanza capacità collettiva.
