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Povertà educativa, una grave emergenza nazionale

Fondazione Sicomoro

Un fenomeno drammatico che si manifesta su più livelli e che deve essere affrontato con la massima attenzione per riuscire mitigare la dispersione scolastica. Come sta facendo in modo vincente la Fondazione Sicomoro di Milano, con l’aiuto di scuole e istituzioni locali.

di Roberta Morosini

Il problema dei gap educativi è sempre più grande e va a toccare i gangli vitali della coesione sociale e del vivere civico. Ne parliamo con Eugenio Brambilla e Luca Grossi. Il primo, barnabita che nel 2000, da una parrocchia del Gratosoglio, quartiere periferico di Milano, ha fondato la scuola popolare I-Care per favorire l’accesso all’istruzione di giovani in condizioni di disagio. Da questa esperienza nel 2012 nasce la Fondazione Sicomoro per l’Istruzione Onlus. Il secondo, insegnante ed educatore, coinvolto nella Scuola Sicomoro I Care – Scuola della Seconda Opportunità da oltre sei anni. Oggi tra gli obiettivi della scuola c’è lo studio e la replica di modelli di successo nel contrasto alla dispersione scolastica, grazie ai quali sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni.

È fin troppo facile sintetizzare tutti i gap educativi in una locuzione generica come quella di “povertà educativa”. In realtà si tratta di mondi estremamente variegati ma densi di disagio sociale, non è così?
(Eugenio Brambilla) «Certamente. Anzitutto ogni povertà educativa fa sempre riferimento alla privazione dei diritti fondamentali della persona, quali ad esempio il diritto alla cultura, allo studio e alla conoscenza. Ecco, allora, uno dei punti fermi del nostro percorso di seconda opportunità: ridare la parola e la forza della cultura ai più deboli, formare cittadini uguali offrendo gli strumenti per combattere le storture e le ingiustizie, per aprire e liberare la mente e il cuore per raggiungere gli altri, dare dignità e rendere protagonisti e responsabili gli alunni e le alunne, offrendo un’opportunità per farli crescere liberi e consapevoli. Esistono poi diverse povertà educative, è vero. C’è una povertà educativa dei ragazzi, che non hanno ricevuto e non ricevono stimoli adeguati o ne ricevono troppi e non riescono a far sintesi. Di conseguenza restano sospesi nel loro mondo che però non è un mondo vuoto, attenzione! È un mondo che va scoperto, interpretato e capito, senza correzioni. All’interno di questo mondo cercano di fare le loro esperienze e cercano le loro conoscenze. Tentano di orientarsi. Spesso da soli, quasi sempre. Di sicuro la scuola non è al centro delle loro preoccupazioni e quindi rimane sommersa sotto una valanga di altri interessi o magari semplicemente inavvicinabile a causa dell’apatia che impedisce ai giovani d’oggi di muoversi in alcuna direzione».

Prima dei ragazzi però ci sono le gravi difficoltà degli adulti…

(Eugenio Brambilla) «Giustissimo. Infatti c’è anche una povertà educativa dei genitori. Ci sono famiglie che delegano totalmente. Ormai sono la maggior parte. Sono quei genitori che magari riconoscono una certa serietà e capacità e provano stima nei confronti di altri adulti. Spesso questi genitori appaltano la propria responsabilità genitoriale ad altri, lasciando che adulti differenti li sostituiscono senza che questo li metta minimamente in imbarazzo nel loro ruolo di genitori e ti riconoscono spesso anche la capacità di essere riusciti laddove loro non ce l’hanno fatta. Ritengo che questa sia una grande povertà perché nessuno può sostituirsi a nessuno. Per quanto un insegnante o un educatore possano essere validi, nessuno può prendere il posto di un padre o una madre. Anche perché la vita in famiglia continua, i propri modelli di riferimento restano invariati e il nostro percorso scolastico dura solamente un anno. Esiste però anche una povertà educativa degli educatori e degli insegnanti. Perché ritengo che sia fondamentale non giudicare il mondo degli adolescenti perché la storia è scritta a più mani. Loro credono di cominciare la scrittura da capo, ma gli adulti li investono della responsabilità di ereditare qualcosa di costruito da altri, senza sciuparlo, dimenticandosi che ciascuno è protagonista del proprio momento. I giovani non si sentono capiti. Hanno ragione! Commettono un errore quando pretendono di esserlo. Ma la grande carenza educativa che un adulto può avere è la mancanza di empatia. Quando una relazione cessa di essere empatica, rimane solo lo spazio per le correzioni, ma questa non rappresenta la strada. Oggi molti adulti sono poveri di empatia. La lotta alla povertà e all’inclusione sociale ci mette in prima linea nel tentativo di rimuoverne le cause, di liberare la dignità delle persone, di liberare il povero da ciò che lo opprime per renderlo protagonista e responsabile della propria esistenza. La povertà non diminuisce, ma si trasforma e richiede sempre più intelligenza, creatività e cuore».

Circa 1 minore su 5, secondo una ricerca di Save the Children del 2020, ha incontrato maggiori difficoltà a fare i compiti rispetto al passato. E tra i bambini tra gli 8 e gli 11 anni quasi 1 su 10 non ha seguito le lezioni a distanza. Dopo un anno, qual è la situazione italiana?

(Luca Grossi) «Non abbiamo dati così precisi e dettagliati, ma sicuramente nel nostro lavoro quotidiano abbiamo riscontrato una maggiore fatica da parte degli alunni e alunne di assolvere ai compiti primari e fondamentali che la scuola richiede. In particolare, la didattica a distanza ha fortemente penalizzato i percorsi di formazione culturale e sociale di tutti gli alunni delle scuole di ogni grado di istruzione e in modo ancor più grave gli alunni che già si trovavano in situazioni di povertà e a rischio di abbandono: la “distanza” dalla scuola ha fortemente penalizzato chi già manifestava difficoltà serie di frequenza scolastica, innescando nuovamente la cattiva abitudine di starsene lontani dalla scuola. In questo senso la sfida educativa del nostro percorso si è fortemente alzata in questi ultimi anni, nello sforzo quotidiano e continuo di tenere per mano le fragilità dei nostri alunni e alunne, perché l’emergenza sanitaria non si trasformi in un’altra esperienza di insuccesso umano e scolastico».

L’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza un anno fa definiva cruciale l’investimento sulla scuola e l’educazione. A tale scopo suggeriva di investire sul capitale umano delle giovani generazioni e sostenere il loro diritto allo studio e a un’educazione di qualità fin dai primi anni di vita, dedicando allo scopo il 15% del totale degli investimenti programmati nel quadro del Recovery Fund, per arrivare gradualmente a regime allo standard europeo di un investimento in educazione del 4,5-5% sul Pil. È stato fatto qualcosa?

(Eugenio Brambilla) «È certamente presto per dirlo. Ciò che sappiamo con certezza è che l’Italia è stata a lungo il fanalino di coda tra i Paesi Ue in quanto a percentuale del PIL investita nella scuola. Sappiamo inoltre che il suggerimento dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza non è stata certo la prima denuncia pubblica, in tal senso. Certamente l’occasione del Recovery Fund sarà un’opportunità senza precedenti. A oggi abbiamo appreso dai giornali che poco meno di 20 miliardi del Plan verranno destinati specificamente alla scuola, di fatto meno di quel 15% dei 191 totali suggerito dall’Osservatorio. Ma, al di là delle cifre, comprenderemo solo nel medio periodo se e come questa iniezione di risorse comporterà un impatto tangibile sulla qualità della nostra istruzione, in particolare nei confronti delle fasce di popolazione a maggior rischio di fallimento. Dal nostro osservatorio è legittimo mantenere una forte dose di cautela. Ciò che preoccupa maggiormente è la consapevolezza che tali investimenti rappresentano un’eccezionalità e che il nostro Paese soffre per le conseguenze di una politica altalenante, quando non carente, circa la scuola. E soprattutto rispetto alla sua funzione quale leva di crescita, oltre alle sue necessità e limiti, peraltro drasticamente stratificati da decenni di mancanza di visione organica».

Che cosa significa per la Fondazione Sicomoro dare ai giovani una seconda occasione e in che modo lo fate?

(Luca Grossi) «Dare una seconda occasione per noi significa ripartire, non ricominciare da capo. Significa prendere in mano il pezzo che non ha funzionato, analizzarlo insieme ai ragazzi, cercando di ristabilire il rapporto con la scuola di appartenenza, con gli adulti che hanno rappresentato dei punti di riferimento per i ragazzi prima di noi e cercare di gettare le basi perché il percorso futuro possa essere più lineare di quello precedente. Cerchiamo di fare tutto questo attraverso un percorso scolastico perché il nostro è un progetto che si occupa di scuola e riteniamo che la cultura e l’istruzione sia fondamentale nel processo evolutivo dei ragazzi di oggi, necessario per sviluppare qualsiasi altra strada. Attraverso lo strumento didattico cerchiamo di focalizzare l’attenzione su un recupero dell’autostima, sulla consapevolezza di sé sulla consapevolezza dell’altro, delle regole, di ciò che ci vive intorno. Cerchiamo di vivere insieme i ragazzi l’esperienza dell’essere cittadini del mondo. Non salviamo e non vogliamo salvare nessuno e se qualcuno è “condannato al fallimento”, lo guidiamo a muoversi con consapevolezza. I ragazzi si salvano da soli, ma se nel loro percorso qualcuno lascia il segno, loro se lo ricordano».

Ma qual è il vostro modus operandi, il vostro stile?

(Luca Grossi) «Cerchiamo di lasciare un segno e non essere anonimi. Avremmo potuto scegliere un altro strumento, differente dalla scuola, ma il fine sarebbe stato lo stesso: porre al centro l’individuo con i suoi bisogni. E quello di ricevere un’istruzione adeguata è un punto nodale. La nostra scuola vuole essere anzitutto una “opportunità di luogo”, dove gli alunni e le alunne possano stare bene. Un luogo per imparare e generare apprendimenti nuovi. Soprattutto desidera essere un luogo di cura, un luogo dove si viva con serenità la relazione tra l’alunno e l’insegnante. Una relazione seria con gli adulti, ma nello stesso tempo ferma e rigorosa, capace di fornire punti di riferimento per affiancare gli alunni e le alunne nel loro percorso di vita. Una scuola capace di guardare avanti. Se ci fermassimo sul passato dei nostri alunni e alunne, forse non avremmo grosse speranze. Cerchiamo, quotidianamente, di costruire una scuola che interroga il passato quel tanto che consente di affrontare il presente e prepararsi al futuro. Ecco perché la scuola della seconda occasione, dal nostro punto di vista, deve garantire la qualità dell’intervento formativo ed educativo, una qualità che passa attraverso la strutturazione di un percorso scolastico completo, che non fa sconti, che metta al centro lo studio della lingua italiana, delle lingue straniere, l’educazione civica. La nostra scuola è anche la storia di quartieri periferici, dove è sempre più riconosciuta la necessità di fornire a chi si disaffeziona alla scuola in età precoce, o tenta di abbandonarla, percorsi di seconda occasione, interventi compensativi per ciascun soggetto in difficoltà, sulla base del principio di “dare di più” a chi parte svantaggiato o vive una situazione di sofferenza e affaticamento».

Come rispondono i ragazzi e le famiglie ai vostri progetti e come ci arrivano?

(Luca Grossi) «I ragazzi e le famiglie arrivano al nostro progetto su segnalazione della scuola di appartenenza perché ritenuti soggetti a rischio di dispersione scolastica. Il nostro è un percorso che tenta di contrastare la dispersione scolastica e quindi accogliamo questi studenti e queste studentesse nelle nostre aule e iniziamo un percorso che dura un anno. Questo percorso viene costruito insieme alla scuola di appartenenza che continua ad affiancarci nell’azione quotidiana e viene sviluppato insieme alle agenzie e i servizi del territorio che supportano spesso le situazioni estremamente fragili. I ragazzi, le ragazze e le famiglie che entrano nel nostro progetto di solito si affezionano. Si viene a generare una relazione molto prossima e nonostante le fatiche e a volte le incomprensioni, riteniamo che sia una relazione che rimane cucita addosso e quindi il tentativo di lasciare un segno, spesso, anche a distanza di anni, ci ritorna come una conferma. Questo ovviamente non vale sempre per tutti. Ci sono situazioni difficili da agganciare, a volte perché le situazioni sono molto complesse e in altri casi perché c’è una paura nell’affidarsi e giocarsi in una relazione che si sa, poi durerà soltanto un anno. Però anche questa paura, che a volte frena un po’ la costruzione della relazione, e che io definisco un meccanismo di difesa, è segno comunque tangibile che chi viene in aula da noi, respira sempre e certamente un clima di accoglienza e di interesse. Soltanto che a volte è faticoso, per i giovani, sapere che qualcuno prova un forte interesse per te, non in senso puramente e solamente affettivo, ma in termini professionali. Qualcuno che pensa a te con responsabilità».

Come reperite i fondi per i progetti?

(Eugenio Brambilla) «La Fondazione ha voluto sin dai primi passi tendere progressivamente a un modello di welfare-mix, incentivando la compartecipazione economica dell’ente pubblico e del privato. Ciò in conseguenza di uno dei principi ispiratori del modello pedagogico e didattico della Scuola Sicomoro I Care, ossia quello secondo cui il contrasto alla dispersione scolastica resta una responsabilità inderogabilmente di competenza del Pubblico e per la quale il Privato può sì giocare una discriminante funzione di potenziamento e supporto ma senza sostituirsi nella titolarità della responsabilità stessa. Nell’ultimo decennio, quindi, abbiamo lavorato per costruire un modello economico-finanziario che non solo potesse permettere sostenibilità di lungo periodo all’iniziativa ma che incentivasse la replica del modello “Sicomoro I Care” in ulteriori contesti geografici. Se all’inizio della sperimentazione, quindi, gli oneri erano soprattutto legati al volontariato e a bandi e finanziamenti attivati dal privato sociale, a oggi in conseguenza di accordi formali e impegni pluriennali con l’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia, con gli Uffici Scolastici di Milano e Lodi e con il Comune di Milano, i costi sono distribuiti tra la Pubblica Amministrazione e la Fondazione. Che a sua volta mette a disposizione fondi propri o raccolti grazie ai numerosi sostenitori, siano essi organizzazioni, ad esempio il Rotary Club Milano Scala che si è fatto promotore di una collaborazione pluriennale, coinvolgendo progressivamente altri Club dell’area milanese, cittadini o altre fondazioni».

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