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Partenariato pubblico-privato: il modello Parma

Parma Capitale Italiana della Cultura

La grande sinergia tra istituzioni, consorzi e aziende durante le celebrazioni di Parma Capitale Italiana della Cultura ha permesso l’affermazione di un modello in grado di offrire sostegno alla promozione del patrimonio culturale, enogastronomico e turistico della città.

 

di Franco Genovese

 

A distanza di molti mesi cerchiamo di comprendere più a fondo la formula dell’efficace partnership sorta tra il Comune di Parma e i numerosi enti privati nell’anno celebrativo di Parma Capitale della cultura. Una grande collaborazione tra istituzioni, enti culturali, associazioni e imprese che ha permesso di coordinare con successo tante iniziative sparse per la città valorizzando tutti i suoi numerosi gioielli culturali.

E in epoca di Pnrr, proprio mentre si parla tanto di coprogettazione e coprogrammazione, possiamo affermare con certezza che quello vissuto a Parma rappresenta un esempio virtuoso da emulare in altre città. Ne parliamo con Francesca Velani, coordinatrice Parma Capitale della Cultura 2020, con la quale facciamo il punto sulle iniziative esemplari svolte da Parma 2020+21 per coinvolgere attori e partner di rilievo.

 

Partiamo dalla menzione speciale in “Networking in Arts” nell’ambito del premio Cultura + Impresa 2020-2021 appena ottenuta da Parma come Capitale della cultura per l’ottima collaborazione tra istituzioni, associazioni ed enti privati. Come siete arrivati a questo risultato?

«Ci è venuto incontro un grande strumento che è stata l’attribuzione di Capitale italiana della cultura, la quale si ha permesso di mettere a terra una politica di collaborazione sui territori. L’obiettivo principale che si era dato Parma era di creare una grande collaborazione tra pubblico e privato. Una partnership strutturata in due modi, sia attraverso la governance sia attraverso progetti in grado di portare la cultura all’interno di soggetto solitamente un po’ diffidenti rispetto a un partenariato con il pubblico, quali sono appunto l’impresa e l’industria. Dal punto di vista della governance, nel programma di Parma 2020+21 la partnership pubblico/privato è stata costituita attraverso un comitato fondato dai due principali soggetti industriali del territorio. A questo tavolo sono poi entrati tutte le principali istituzioni e stakeholder privati della città».

 

Chi sono stati gli stakeholders del mondo industriale e pubblico?

«Si va dall’Associazione parmense degli industriali, al Comune di Parma, passando per l’associazione Parma io ci sto! che rappresenta un’altra compagine di imprese in cui figura anche la Fondazione Cariparma. In più al tavolo del comitato sono entrati Barilla e Chiesi Farmaceutica, le due aziende forse più note nel sistema territoriale. Ma c’è anche Fidenza Village che fa parte del Gruppo Mc Artur and Glenn, facendo entrare per la priva volta un soggetto di livello internazionale in un progetto di territorio. Stiamo ovviamente parlando di qualcosa di molto diverso da una sponsorizzazione, perché questi soggetti sono entrati non con l’idea di sponsorizzare un’attività, ma di essere veri e propri partner di un programma».

 

L’obiettivo qual era inizialmente?

«Molto semplicemente era quello di costruire un programma di iniziative facendo un accordo iniziale con le imprese come piano di sviluppo territoriale a base culturale. Mettendo quindi la cultura alla base dello sviluppo del tessuto imprenditoriale, ma anche come momento di dialogo tra le imprese culturali e creative e l’industria. Stiamo parlando di un territorio a forte vocazione imprenditoriale e con un bassissimo tasso di disoccupazione. Voglio però sottolineare che l’oggetto su cui le aziende volevano lavorare con convinzione era la qualità, ben consapevoli che le persone rispondono con maggiore slancio e tendono a creare sistemi più coesi nel momento in cui vengono coinvolte in attività culturali di alto livello».

 

In soldoni, come è avvenuto questo mutuo scambio?

«Le aziende hanno elargito una quota annuale, e una decina di loro ha anche ricoperto il ruolo di sponsor. Nel comitato c’erano più di cinquanta soggetti, con quote diverse da 2mila a 10mila euro, e partecipavano a degli incontri bimestrali in cui noi condividevamo i vari passaggi del programma. Inoltre abbiamo costituito un tavolo operativo che tutti i giovedì mattina dal 2018 al 2022 si è riunito in Comune. A questo tavolo sedevano coloro che hanno scritto e coordinato il programma, i responsabili della comunicazione, ma anche i rappresentanti delle imprese, l’assessore alla cultura, quello del turismo. Via via intorno a questo tavolo si muovevano persone che portavano progetti e idee provenienti da realtà differenti. Per esempio Dallara Automobili da sempre è un’azienda incline a investire in progetti legati alla cultura, ma lo ha sempre fatto in maniera autonoma, da mecenate. Qui invece abbiamo chiesto a tutti questi soggetti di sedersi a un tavolo comune per esprimere un progetto condiviso su un territorio e sul modo ideale di svilupparlo».

 

Ci racconti come è avvenuta questa compartecipazione delle aziende ai vari progetti.

«Nel dossier di partenza avevamo inserito due progetti che erano parte del progetto pilota on l’obiettivo di guidare la cultura all’interno delle imprese. Per questo abbiamo lanciato proprio un bando. Dapprima abbiamo svolto formazione presso le imprese, da quelle che lavorano il prosciutto, a quelle che costruiscono turbine o che producono farmaceutica, spiegando il potere che può avere la partecipazione culturale sui propri dipendenti in termini di creatività, coesione tra di loro e anche con l’impresa e il territorio. Non ultima, la qualità dei beni che loro producono e vendono è fortemente legata al valore culturale insito nei prodotti stessi. Attraverso il bando un certo numero di aziende si è messo a disposizione economicamente e abbiamo così realizzato una call per creativi a cui ha risposto una cinquantina di artisti da tutta Italia, presentando circa un centinaio di progetti. Una volta selezionati, li abbiamo accompagnati in una serie di laboratori coinvolgendo anche i dipendenti di alcune di queste aziende. Ecco, per noi tutto questo è far capire come l’impresa culturale può essere un interlocutore per migliorare e per crescere nel mondo di oggi e generare un vero valore dell’azienda che poi ritorna sul territorio».

 

Sembra però welfare aziendale…

«Si tratta di welfare culturale. Abbiamo finanziato progetti al mondo della cultura per portarli anche dentro le aziende parmensi. Per far avvicinare alla cultura soggetti normalmente lontani da questo universo. Molti dipendenti di queste aziende nella loro vita non avrebbero mai fatto cose del genere e invece così si sono ritrovati coinvolti nel grande e ricco mondo culturale della propria provincia».

 

Che cosa è rimasto in eredità alle future generazioni parmensi?

«Intanto sono rimasti quattro grandi cantieri, uno appunto sull’ampliamento della committenza culturale in generale. Dopodiché ci sono oggi sei nuovi distretti culturali di recente apertura. Si tratta di luoghi in cui lavorano le imprese della cultura in diversi ambiti tematici e applicativi. Per esempio uno è dedicato alla memoria, un altro al tema della cultura e del food, un altro alle imprese creative in senso stretto. Poi sono arrivati diversi investimenti per creare il Museo della città, senza contare le tantissime produzioni teatrali e un vasto programma di valutazione e misurazione degli investimenti fatti rispetto alla sostenibilità, una valutazione che sta servendo alla città per attrarre ulteriori finanziamenti in cultura. Sono poi rimasti aperti alcuni tracciati importanti come quello sociosanitario, nel cui ambito si stanno muovendo molte associazioni del Terzo settore che erano intenzionate a indagare le contaminazioni tra arte, salute e cultura. Rimane quindi un’eredità di grande apertura alla contaminazione, alle nuove frontiere, anche quelle indicate dall’Europa. Frontiere intese in termini di cultura e di infrastrutture».

 

Il “modello Parma” è replicabile in altre città? E magari voi stessi lo avete mutuato da qualche parte?

«No, noi non lo abbiamo mutuato da nessuna altra realtà. È un percorso autenticamente parmense e lo abbiamo descritto in un volume (La Cultura batte il tempo, pubblicato da Electa, ndr) proprio per far capire che questo modello si può replicare ovunque. Di sicuro le città che hanno redatto dossier di candidatura successivi hanno studiato il nostro modello. Brescia, Bergamo, Pesaro sicuramente ci hanno studiato. Poi ovviamente ognuno adatta l’esempio alla propria realtà e, in base a questa, può progettare maggior coinvolgimento di alcuni soggetti piuttosto che di altri, come l’Università, gli enti del Terzo settore, le aziende ecc. Il nostro obiettivo primario è comunque stato quello di incoraggiare il contatto e le contaminazioni della produzione culturale con realtà che sono solo apparentemente molto distanti tra loro. E oggi tutti noi godiamo di questi frutti».

 

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