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Oltre la buccia c’è di più

Piccoli, ammaccati o semplicemente deformi. Presentandosi così, molti ortaggi vengono scartati e non raggiungono gli scaffali della grande distribuzione. Uno spreco folle, anche perché si tratta spesso di prodotti di altissima qualità. Ma la sensibilità sta cambiando.

di Franco Genovese

Secondo la Fao circa il 17% degli alimenti prodotti, 931 milioni di tonnellate di cibo, viene gettato ogni anno nella spazzatura. Uno spreco che, per quanto riguarda l’ortofrutta, arriva addirittura al 20%. Si tratta di dati difficile da digerire, soprattutto se si pensa che parecchia frutta e verdura viene scartata solo perché presenta un calibro, un colore e una forma ritenuti non accettabili secondo gli standard della Gdo. Senza, cioè, che vi sia una reale valutazione sulla loro qualità, spesso elevatissima anche in presenza di piccole ammaccature o imperfezioni.

L’audizione in Commissione Agricoltura

L’attenzione allo spreco nei campi può sembrare una questione di maniera, una stanca occupazione borghese. E invece è qualcosa di molto concreto e pratico, direttamente connesso alla strategia europea Farm to Fork, che individua proprio in questo tema uno dei cardini della sostenibilità.
In Italia la lotta al food waste è arrivata perfino a Montecitorio: il 7 dicembre scorso grazie all’iniziativa della catena del biologico NaturaSì si è tenuta un’audizione sul tema dello spreco alimentare in Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, durante la quale si è discusso delle risoluzioni presentate da Susanna Cenni (Pd) e Susanna Ciaburro (FdI) in merito al contrasto allo spreco soprattutto all’interno della filiera ortofrutticola. La risoluzione, attraverso i suoi partecipanti (tra gli altri Fausto Jori, amministratore delegato di NaturaSì; Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio; Fabio Ciconte di Terra! Onlus), chiede al Governo che venga permessa la vendita anche di frutta e verdura leggermente difettata ma perfettamente edibile. Un aiuto che sdoganerebbe in particolare il mercato del biologico, più suscettibile di essere accettato come “diverso” rispetto ai prodotti standardizzati tipici di un approccio industriale all’agricoltura.

Elogio dell’imperfezione

In effetti in Italia sono già parecchie le aziende, soprattutto startup o piccole realtà della distribuzione, che hanno inserito nella propria mission la lotta allo spreco alimentare. Pioniera in questo campo è proprio NaturaSì che, in collaborazione con Legambiente, ha avviato nei suoi 500 negozi il progetto CosìPerNatura, dedicato ai prodotti ortofrutticoli freschi imperfetti, ossia semplicemente troppo grandi o troppo piccoli, o dalle forme diverse da quelle consuete.
Il progetto, ormai alla seconda edizione, sembra mantenere le promesse iniziali e ha fatto sì che sul campo rimanesse soltanto il 4% del raccolto ortofrutticolo. Il resto, cioè frutta e verdura sane ma un po’ bruttine, arriva comunque sugli scaffali dei negozi NaturaSì con uno sconto fino al 50% del prezzo praticato sugli stessi prodotti standard.

Solo il 57% arriva sugli scaffali

Si offre quindi al consumatore la possibilità di risparmiare in un momento storico in cui gli italiani sono particolarmente sensibili alla convenienza della spesa. E contemporaneamente si recupera fino al 15-20% dell’ortofrutta che altrimenti sarebbe stata scartata e destinata alla trasformazione industriale. Un mercato secondario che genera al fornitore un guadagno miserrimo, circa un decimo del prezzo normale. Si pensi, per esempio, che ancora oggi solo il 57% della produzione agrumicola raggiunge il negozio, mentre tutto il resto diventa ingrediente, se va bene, per marmellate, succhi, conserve e altre lavorazioni.
Con CosìPerNatura, invece, l’insegna acquista tutto pagando un prezzo che, dato il maggior volume, aumenta la remunerazione del produttore. Il quale peraltro lavora meno, non dovendo preoccuparsi di fare il calibro né di smaltire il sottocalibro. Perché anche sul suo smaltimento c’è davvero molto da raccontare.

No alla schiavitù del calibro

Dopo una partenza fulminante nel 2020, il progetto di NaturaSì è oggi sul punto di alzare l’asticella dei propri target. L’obiettivo è arrivare a circa 2.500-3.000 tonnellate annue di ortofrutta marchiata CosìPerNatura, cifre che certificherebbero una vera e propria evoluzione verso un mercato più maturo e inclusivo. Ma anche una maggiore consapevolezza a fondo valle, da parte cioè del consumatore. Tanto che in alcuni negozi pilota il gruppo NaturaSì ha anche provato a eliminare del tutto il concetto di “calibrato”. Un metodo che nei fatti ossessiona non solo i produttori ortofrutticoli, ma anche, indirettamente, gli stessi consumatori finali, spesso più propensi a comprare solo ciò che è conforme a un banalissimo canone estetico.
Ed ecco quindi che la lotta allo spreco nei campi (e più in generale a quello alimentare) passa proprio attraverso un cambio di mentalità, sia da parte di chi produce sia di chi consuma. Bisogna cioè uscire dall’asfissiante concetto di misura. Audizioni come quella del 7 dicembre scorso, mirano a sensibilizzare le istituzioni verso un allentamento della regolamentazione europea sul calibro, anche perché i cambiamenti climatici sempre più modificheranno l’aspetto dei frutti della terra. Ed è quindi difficile che un kiwi, una mela o una patata rispettino necessariamente un calibro predefinito.

L’e-commerce antispreco: l’esempio di Babaco

Certo, questa sembra essere innanzitutto una battaglia a favore delle colture biologiche o biodinamiche fondate sulla rigenerazione delle sementi naturali che, a differenza degli ibridi, non garantiscono produzione omogenee.
Un discorso che in definitiva potrebbe valorizzare i produttori medio-piccoli e locali, meno quelli grandi e i gruppi distributivi più tradizionali. Intanto i progetti anti-spreco alimentare riscuotono l’interesse dei consumatori italiani. Non si spiegherebbe altrimenti la formidabile crescita di Babaco Market, il delivery online di frutta e verdura “antispreco” lanciato inizialmente su Milano per valorizzare i prodotti non conformi agli standard della distribuzione mainstream. Con le sue box, riempite soprattutto di frutta e ortaggi imperfetti ma di eccezionale qualità perché provenienti da presidi slow food, Babaco Market ha finora commercializzato 5,5 tonnellate di prodotti e ha permesso ai clienti anche di risparmiare fino al 30% rispetto alla spesa fatta nei negozi.

Deforme è bello. O no?

La diversità e l’imperfezione sono oggi un valore riconosciuto dal mercato a livello globale. In America li chiamano “ugly mugs”, in Francia sono “les gueules cassées”, che significa “brutti ceffi”. Si tratta di frutta e ortaggi danneggiati dalle intemperie, cresciuti male, privi delle caratteristiche estetiche necessarie per il commercio di serie A. Sono però prodotti tanto brutti quanto buoni, in grado di soddisfare appieno il palato dei consumatori. I quali potrebbero essere doppiamente motivati all’acquisto: risparmiano, e allo stesso tempo, sono consapevoli di compiere una scelta sostenibile.
Eppure, nonostante tutto, appare ancora impossibile che l’equazione bello=buono venga davvero scardinata. Tanto più che una concorrenza sempre più elevata tra insegne porta inevitabilmente a una severa selezione dei fornitori e quindi a una brutale definizione di ciò che è buono e di ciò che non lo è. Se da una parte è fondamentale intervenire sul piano normativo coinvolgendo il legislatore su un tema che riguarda l’intera economia alimentare, dall’altro è forse ancora più urgente che le aziende stesse investano in marketing strategico e in campagne di sensibilizzazione capaci di rivoluzionare l’idea stessa di perfezione.

 

 

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