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Fenomeni migratori: un’opportunità per l’Europa

Il fenomeno delle migrazioni in Europa è molto più articolato di come viene presentato dalla politica e dai media italiani. Basti pensare all’aspetto economico. In Italia, ad esempio, i migranti contribuiscono ormai a più del 9% del PIL nazionale. Di questo e molto altro parliamo con Pietro Bartolo.

di Roberta Morosini e Marco Ehlardo

L’economia sociale funziona e offre opportunità occupazionali di cui si parla ancora troppo poco. Lo stesso settore dell’accoglienza dà lavoro a migliaia di persone, in gran parte giovani, in un Paese in cui la disoccupazione giovanile è tra le più alte in Europa. Notevoli sono anche le risorse stanziate dall’Unione Europea, sia a gestione indiretta (ossia gestite dai singoli Stati) sia diretta (messe a bando direttamente dall’Unione Europea). In più, negli ultimi anni, i flussi di migranti sono notevolmente diminuiti in Italia rispetto al passato.
Perché dunque il fenomeno delle migrazioni viene presentato, in maniera quasi esclusiva, solo come un problema? Quali sono le opportunità che offre al Terzo Settore e quali le questioni aperte in Europa? Ne abbiamo parlato con il dottor Pietro Bartolo, parlamentare europeo dal 2019, e noto per essere il “medico di Lampedusa”, nonché protagonista del film documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi.

 

Quali risorse ha stanziato l’UE per l’immigrazione?
«Sono stati stanziati 10 miliardi, sono ingenti risorse. Dal Fondo Asilo Migrazione e Integrazione (Fami), a novembre 2020 risultavano essere varati 606 progetti. Di questi, 180 riguardano l’asilo, 405 la migrazione legale e l’integrazione, 19 il rimpatrio, per un ammontare di spesa che equivale al 91,2% della dotazione del Fondo, pari a 798.150.940 euro. Sono parecchie risorse; certo, dipende sempre da come vengono spese. Se vengono messe a disposizione per progetti d’integrazione e accoglienza, diventano un’opportunità per i nostri territori. Circa il 63% di queste risorse viene impiegato in maniera concorrente tra Paese singolo ed Europa, e l’assegnazione varia in base al numero di cittadini e in base alle esigenze del Paese cui vengono assegnati i fondi. Il 37% viene invece gestito direttamente dalla Commissione europea e utilizzato per le emergenze. Se questi fondi vengono utilizzati, come nel caso della Grecia, per acquistare cannoni che sparano vere e proprie bombe sonore, che rendono sordi e che servono da dissuasori, siamo proprio lontani dall’idea di solidarietà europea. In questo caso, si può ben dire che non sono risorse per l’immigrazione, ma per il suo contrasto. E allora di che parliamo? Se continueremo a pensare all’immigrazione come a un problema anziché a una questione da gestire e a un’opportunità persino di sviluppo, continueremo a fallire, come negli ultimi 30 anni. Del resto mi sembra chiaro che il rimpatrio e i metodi dissuasori non siano stati in grado di fermare le partenze. Malgrado i morti in mare, le torture in Libia e il deserto da attraversare le migrazioni non si fermano. La politica dovrebbe prenderne atto e farci i conti, e invece molti preferiscono farne mera propaganda elettorale. L’immigrazione non è un fatto emergenziale, ma strutturale, e come tale va affrontato».

 

I Paesi hanno a disposizione risorse cui gli enti del terzo settore possono accedere per le migrazioni?
«Come ho detto prima, il 63% del Fami viene gestito dai Paesi singoli. Il punto è capire come ogni Paese vuole utilizzare questi fondi. Possono essere sufficienti e virtuosi se impiegati in progetti di accoglienza e integrazione. Altrimenti possono essere utilizzati per i rimpatri, ed è tutta un’altra storia. Nel primo caso si genera valore, sociale ed economico. Nel secondo, diventa una spesa improduttiva».

 

Dottor Bartolo, come si sta comportando l’Europa sulla questione migrazioni?
«Devo dire non molto bene purtroppo, perché già nel nuovo patto sulla migrazione, presentato a settembre dello scorso anno, tutti ci si aspettava un cambio di rotta, tant’è che a seguito dell’annuncio che l’accordo di Dublino sarebbe stato superato, eravamo speranzosi. In realtà il regolamento di Dublino ha semplicemente cambiato nome, ma sta ripercorrendo la stessa strada del Dublino III. Io sono stato il relatore ombra del provvedimento per la sua implementazione, e in quella sede abbiamo stabilito e concordato che l’accordo di Dublino fosse stato un fallimento totale. Eppure, la proposta giunta dalla Commissione europea non contiene nulla di davvero nuovo, si basa sul controllo delle frontiere, sul principio del Paese di primo approdo per la richiesta di diritto d’asilo. E, in questo quadro, ovviamente, sono Grecia, Malta, Spagna e Italia che devono sopportare il carico dell’immigrazione proveniente da Turchia, rotta atlantica e Mediterraneo. Addirittura con il nuovo accordo ci sono incombenze maggiori quali le procedure di prescreening e altre incombenze burocratiche che rimangono in capo al Paese di primo ingresso. Non ci aspettavamo un peggioramento simile. Anche perché nella scorsa legislatura si era votato ad ampia maggioranza il provvedimento che prevedeva la redistribuzione obbligatoria in tutti i Paesi europei, cosa che poi è naufragata in Commissione, ma l’indirizzo e la volontà erano chiare. Insomma, questo piano creerà ulteriori problemi, anche perché è tutto imperniato sulla deterrenza, sullo scoraggiamento e sul contrasto all’immigrazione, e non capisco come si possa non accettare il fallimento del Dublino III e proseguire sulla stessa strada. Dopo 30 anni si parla ancora di emergenza sbarchi, significa che qualcosa non ha funzionato e quindi non capisco come si possa pensare che funzionerà in futuro».

 

Sembra di capire che l’Europa non sia pronta.
«
Bisognerebbe cambiare paradigma, affrontare il fenomeno dell’immigrazione da un punto di vista completamente diverso. Va gestito, va affrontato, ma vissuto come un fenomeno positivo. L’Europa e l’Italia stanno affrontando un calo demografico che in futuro sarà insostenibile, se non attraverso l’immigrazione».

 

Nel concreto lei sostiene che il fallimento del Dublino III risiede soprattutto nel fatto che il Paese d’approdo porti su di sé tutto il peso dell’immigrazione. Che cosa cambia ora?

«Il nuovo patto prevede una solidarietà flessibile, che subentra da parte dell’Europa quando vi è particolare pressione e che introduce l’obbligo per ciascuno Stato membro di prendere parte alla gestione dei migranti, indipendentemente dal primo Paese in cui raggiungano il territorio europeo. In questo modo, laddove un Paese adempia ai suoi doveri giuridici in materia di immigrazione, può contare sull’aiuto di altri Stati europei, che possono intervenire secondo tre modalità: ricollocare i migranti nel proprio territorio, sponsorizzare il rimpatrio, offrire sostegno operativo immediato e a lungo termine alla capacità di gestione dei sistemi nazionali. Ma non c’è scritto da nessuna parte che cosa si intenda per particolare pressione, perché in realtà la solidarietà dovrebbe scattare nei momenti di emergenza e, oltre la propaganda, ci sono i numeri. E i numeri dicono che non vi è alcuna emergenza. E dobbiamo ricordare che stiamo parlando di richiedenti asilo o rifugiati, vale a dire persone che scappano da situazioni pericolose per la loro vita e non di migranti economici. Per questi ultimi non c’è nulla a riguardo».

 

Quindi un Paese può farsi carico dei migranti approdati in un altro Pese, sostenendo economicamente il rimpatrio forzato?
«
Sì, si tratta della sponsorizzazione del rimpatrio, che avviene anche scegliendo tra le varie nazionalità di migranti e si hanno 8 mesi di tempo per rimpatriare queste persone, che nel frattempo restano nel Paese di primo ingresso. Il criterio non è certo quello della solidarietà, ma di liberarsi dei migranti. Una soluzione molto in voga è anche quella di dare soldi a un Paese da cui i migranti partono affinché vengano usati tutti i mezzi possibili per non farli partire, in barba ai diritti umani fondamentali. L’Europa, che all’articolo 80 parla di condivisione delle responsabilità e solidarietà, sta mostrando il suo lato peggiore e tradendo i suoi principi fondanti. Una “fortezza Europa” per me è inaccettabile e controproducente».

 

Non salviamo nulla di questa Europa in tema di solidarietà?
«
La pandemia ha mostrato chiaramente che solo uniti si sarebbe potuta affrontare, sia dal punto di vista economico che sanitario e sociale. E l’Europa ha messo in campo strumenti straordinari. Prima o poi si dovrà affrontare e risolvere anche il tema della migrazione, perché interessa tutta l’Europa. Farlo diventare un dramma ingestibile, narrarlo come un’invasione, può portare quattro voti in più, ma alla lunga porterà solo problemi. Queste persone che arrivano non sono criminali. Da cosa dovremmo difendere il territorio italiano, dai bambini che muoiono sulle nostre spiagge, da poveri cristi che hanno bisogno di sopravvivere? Dovremmo provare solo vergogna».

 

L’Europa cosa può fare?
«
L’Europa dovrebbe agire su due fronti, uno interno e l’altro esterno. L’ideale sarebbe quello della dimensione esterna, vale a dire mettere in campo ingenti risorse, fondi, investimenti, una sorta di Piano Marshall, affinché nei Paesi di provenienza di questi migranti si creino le condizioni, per loro, di restare. Ma, al momento, è un’utopia. Si potrebbe creare un grosso spazio per le imprese, le multinazionali, cosa che del resto abbiamo sempre fatto, ma depredandoli delle loro ricchezze. Gli abbiamo tolto tutto, persino la dignità, senza dare mai nulla indietro. Ora sarebbe il momento di restituire qualcosa, almeno accogliendoli. È vero che l’Europa è uno dei maggiori finanziatori dell’Africa, sotto il profilo della cooperazione internazionale, ma tutto quello che abbiamo dato e che diamo non è servito e non serve per la crescita e lo sviluppo, ma perché controllino le frontiere. Paghiamo i dittatori perché controllino che queste persone non partano. Sbagliamo tutto. I fondi andrebbero quintuplicati, ma dovrebbero soprattutto servire per crescere e autonomizzarsi. Nessuno partirebbe volentieri, sapendo quello che deve subire in viaggio. Partono per disperazione e siamo noi a costringerli, con il contrasto all’immigrazione, nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Dovremmo farli arrivare attraverso i corridoi umanitari, sarebbe più semplice, umano e conveniente».

 

Del resto anche noi siamo un popolo di migranti…
«Verissimo, abbiamo sofferto e abbiamo subito umiliazioni, ma abbiamo arricchito i Paesi nei quali siamo approdati, attraverso il nostro lavoro e il nostro sacrificio. Questo, ora, fanno i migranti che arrivano in Europa. Queste sono cose che dobbiamo ricordare, soprattutto dovrebbero ricordarlo quei popoli che ancora oggi, in Europa, emigrano: polacchi, ungheresi, ma anche gli italiani. Tra qualche anno ce ne accorgeremo, aldilà dell’umanità e della vergogna che dovremmo provare di fronte a tutti quei morti, a ogni società serve un ricambio generazionale. La nostra società, l’Europa intera, senza il contributo dei migranti, è destinata a morire. Ho scelto di entrare in politica perché credo nel servizio della politica, nell’onestà, nella correttezza, nella passione e nell’umanità. Seminare paura non è politica, è tornaconto elettorale. E io ho intenzione di fare la mia parte affinché anche il più piccolo o quello che ci sembra il più insignificante tra gli esseri umani, sia riconosciuto nella sua dignità. Il Papa ha detto che è arrivata l’ora della vergogna. Io sono trent’anni che mi vergogno, a ogni naufragio e a ogni corpo morto. Vorrei che l’Europa tutta provasse vergogna e cambiasse paradigma».

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