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Ok, il prezzo è giusto!

Tutti d’accordo sul testo del decreto che vieta pratiche sleali nel settore agroalimentare. Un provvedimento atteso da tempo che finalmente contrasta le speculazioni ai danni dei piccoli produttori agricoli.

di Franco Genovese

 

Dopo tanti tentennamenti l’Italia approva in via definita lo schema di decreto legislativo contro le pratiche commerciali scorrette tra imprese della filiera agroalimentare. Il nostro Paese si allinea così alla direttiva dell’Unione Europea in materia.
Un provvedimento, quello del 4 novembre scorso, che aveva visto un primo passaggio alla Camera nel lontano giugno 2019, ma che poi si era incagliato al Senato. E che, forse perché tanto atteso, è stato salutato da tutte le associazioni agricole nazionali con grande soddisfazione.
Il merito dell’accelerazione finale nella costruzione dell’impianto normativo di recepimento della direttiva comunitaria va al ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Stefano Patuanelli, che ha dimostrato grande attenzione al tema della tutela alle imprese fornitrici di beni agricoli e alimentari. E in ultima analisi a tutto il nostro Made in Italy. Si tratta in effetti di un provvedimento storico che punta a costruire una filiera agroalimentare davvero sostenibile attraverso un adeguato riconoscimento economico del valore di ciò che viene prodotto. Con questo decreto, infatti, si rafforza la posizione contrattuale della parte più “debole”, fissando alcuni criteri in grado di assicurare un prezzo equo al produttore agricolo, che non sia inferiore ai costi di produzione.

Il grande torto delle aste al ribasso
Un riconoscimento che spesso, in Italia, è mancato a causa di pratiche commerciali scorrette. Proprio quelle che il nuovo decreto vuole combattere. Vietate, quindi, le gare e soprattutto le aste elettroniche al doppio ribasso (art. 5 del testo di legge). Un meccanismo infernale che vale la pena raccontare per far capire la gravità della situazione fino a oggi: un’insegna della grande distribuzione chiede a tutti i fornitori del proprio roster di proporre un prezzo per un determinato stock di beni. Il committente della Gdo riceve le offerte e successivamente indice un’altra gara utilizzando come base di partenza l’offerta più bassa fra quelle ottenute al primo turno. Il tutto avviene al buio, cioè su piattaforme digitali in cui i partecipanti non capiscono quali sono i competitor presenti. Già da tempo in Francia questa pratica è stata proibita per legge, mentre da noi ci si è affidati unicamente a un codice di autoregolamentazione, peraltro non sottoscritto da tutte le insegne. Ora la nuova norma pone fine a un fenomeno che non solo danneggia le aziende agricole, ma che a lungo andare si riverbera sul consumatore finale, attirato dai prezzi bassi, ma non consapevole delle violente limature dei costi (e quindi della qualità) avvenute a monte.
Ma più in generale vengono ora banditi e sanzionati tutti i tricks commerciali con cui la grande distribuzione organizzata riduce all’osso il prezzo pagato ai piccoli produttori, scaricando su di loro costi e rischi.

Pratiche che danneggiano tutta la filiera
Oltre all’incubo delle aste, basate su un evidente squilibrio dei rapporti di potere tra il big committente e una miriade di piccoli partecipanti (fornitori e produttori agricoli) disposti ad abbassare i prezzi di vendita al di sotto dei costi di produzione, esiste in realtà una pletora di pratiche scorrette comunemente in uso: dal mancato rispetto dei termini di pagamento, all’imposizione di condizioni contrattuali eccessivamente gravose, dalle vendite sottocosto alla cancellazione degli ordini all’ultimo minuto, dalle modifiche unilaterali o retroattive ai contratti fino all’obbligo imposto al fornitore di sostenere l’onere dello smaltimento degli scarti. E anche, cosa davvero incredibile, il rifiuto di stipulare contratti in forma scritta.
La nuova norma mette finalmente ordine in questo far west governato sottotraccia dai giganti della grande distribuzione. E lo fa semplicemente elencando ben sedici comportamenti che compromettono l’equa distribuzione del valore lungo tutta la filiera, soprattutto ai danni dei piccoli agricoltori italiani. Che arrivano a guadagnare, secondo Coldiretti, meno di 15 centesimi per ogni euro speso dai consumatori per l’acquisto di un alimento.

Correggere le iniquità a lungo raggio
Il decreto legislativo approvato dal Governo non si limita a stilare una black list delle pratiche commerciali sleali e illegittime, ma enumera anche una serie di condotte di per sé legittime che però sono consentite solo quando siano state concordate tra le parti in termini chiari al momento della conclusione dell’accordo di fornitura.
L’obiettivo di fondo è uno solo: arginare l’insorgere di posizioni dominanti nell’ambito dei rapporti commerciali e prevenire così condizioni contrattuali inique a scapito degli ultimi anelli della filiera, cioè agricoltori e braccianti. Non solo, infatti, è necessario salvaguardare il reddito dei produttori agricoli, molto spesso costretti a una feroce guerra sul prezzo, ma è fondamentale anche garantire una giusta retribuzione del lavoro agricolo nei campi. Del resto il ricorso al caporalato non è estraneo alle pratiche di mercato sopra descritte, anzi: l’esito devastante della guerra dei prezzi è proprio lo sfruttamento del lavoro, la mancanza di sicurezza e l’illegalità diffusa. Inoltre le aste al doppio ribasso finiscono per condizionare la formazione dei prezzi persino nel mercato “ordinario”, quello che formalmente non applica alcuna procedura scorretta.

Un Made in Italy più protetto
E infine questa norma ha in sé un risvolto importantissimo. Correggendo le distorsioni sulla distribuzione del valore lungo la filiera produttiva, aiuta molte piccole aziende a evitare sofferenze economiche e le mette nelle condizioni di investire meglio e di più in innovazione (soprattutto in digitalizzazione) e tecnologia. Il che si traduce in una maggiore tracciabilità e trasparenza del prodotto che arriva sulla tavola del consumatore finale. Il divieto di vendite sottocosto, per esempio, sostiene anche una realtà aziendale di nicchia, l’autenticità di una produzione locale e una sana logica concorrenziale. Quella fondata davvero sulla qualità.

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